NESSUNO MI PETTINA BENE COME IL VENTO

nessuno mi pettina bene come il ventoRegia: Peter Del Monte
Origine: Italia
Anno: 2013
Durata: 90′

 

In un luogo di mare isolato si vengono a congiungere per alcuni giorni le vite di Gea (una bimba figlia di una giornalista incapace di spirito materno), di Arianna (una scrittrice di romanzi chiusa nel suo mondo intellettualistico), e di un gruppo di ragazzi di strada allo sbando. Tra questi, spicca la figura di Yuri, di cui la bambina si innamora dal primo momento.

La località di mare che riunisce ma anche ‘racchiude’ in sé i personaggi della storia di questo film dell’americano Peter Del Monte (Piccoli fuochi, Giulia e Giulia, Nelle tue mani), non è semplicemente un luogo, ma anche atmosfera. Un’atmosfera però ‘inespressa’, che sembra rispecchiare la ‘frigidità’ e il grigiore del personaggio di Arianna (Laura Morante), scrittrice di successo, una donna egoista e aristocratica che non riesce a stabilire dei contatti veri con la realtà, chiusa nel suo sterile mondo intellettualistico. Nel passato di Arianna (il cui nome rimanda inevitabilmente al personaggio mitologico), c’è stato sì un marito. Al contempo, veniamo a sapere che la donna non ha mai sperimentato la maternità.
Più legata al reale è Gea (così si chiamava pure, non a caso, la dea della Terra secondo gli antichi greci, come rileva in una scena del film lo stesso personaggio che ne porta il nome), una bimba matura e profonda, e proprio per questo, isolata, incapace di avere una vita relazionale come molte altre sue coetanee. Sua madre, una giornalista, per quanto si sforzi di comprenderla, risulta totalmente cieca nei suoi confronti. Durante un’intervista della madre alla scrittrice, Gea conosce casualmente un ragazzo più grande di lei, Yuri (Jacopo Olmo Antinori), di cui si innamora. Nella mente della bambina si viene pertanto a creare una indissolubile congiunzione fra quel ragazzo, il luogo marino, e Arianna.
L’immagine del ragazzo si stampa in lei e diventa elemento da cercare, da raggiungere, e a cui tornare in modo quasi compulsivo (con un effetto di ridondanza che rischia di far perdere di tensione il film).
Gea, fuggendo dai genitori, inizialmente stabilisce con la donna un rapporto di complicità e vive così una almeno apparente, transitoria, sensazione di libertà. Arianna infatti, malgrado il temperamento arido, si mostra capace di penetrare il suo animo, e infonde in lei una sensazione di protezione, tanto da rappresentare una sorta di ideale materno che la piccola non è riuscita a trovare nella sua vera madre. E la villetta dove la donna abita, diventa un vero e proprio rifugio affettivo. Ma basteranno i pregiudizi molto radicati di Arianna nei confronti di un gruppo di sbandati che frequentano il giardino sotto la sua abitazione (tra cui c’è purtroppo anche Yuri), a far vacillare gli equilibri tra lei e la donna, che dapprima le era sembrata una persona solida e armonica, ma in un secondo momento piena di fragilità e di paura. Da un’intervista a Del Monte si ricava che alla base di questa divergenza di vedute vi è un episodio realmente accaduto al regista.

Nessuno 1Gea non si mostra critica invece nei confronti della vita sfatta e degradata di quegli adolescenti (certo ben lontani dall’innocenza, ma guardati dal regista in modo bonario e ‘morbido’); non prova paura per quei ‘bambini più grandi di lei’, al contrario di Arianna, che si sente offesa e minacciata da ciò che avverte diverso da sé (forse in quanto mai vissuto in prima persona). Viene in mente quello che dice Gustav Jung a proposito dell’Ombra. Quei ragazzi disadattati sono l’Ombra, la parte ‘scomoda’ che è (espressa o inespressa, da noi percepita o non percepita) in ciascuno di noi (anche nella stessa Arianna). La vittoria psichica dell’individuo consiste, sempre per il celebre “secondo padre della psicoanalisi”, nel riconoscere l’Ombra che è in lui, e nell’accettarla, nell’accoglierla. Così, mentre la piccola Gea riesce ad arrivare a questa ‘conquista dello spirito’, l’adulta Arianna, proprio a causa di questo suo opporsi all’Ombra, fallisce.

L’elemento dionisiaco, che nel mito, come è noto, pervade Arianna, non riesce ad intaccare l’Arianna personaggio del film. Gea al contrario, proprio in quanto persona profonda e soprattutto matura, si lascia prendere dall’irrazionale, dal dionisiaco, appunto, senza per questo farsi contaminare o sopraffare. Ciò le permette di sintonizzarsi con il gruppetto dei ragazzi di strada. Stabilendo un ponte tra sé e i ragazzi, Gea può arrivare a Yuri, che ama (e da cui verrà desiderata e cercata, ma solo quando ormai i due saranno lontani). Anche in questo Arianna deve ammettere la superiorità di Gea: la scrittrice non è versata nel gratificare attraverso l’amore l’uomo, Gea invece lo è per istinto, per sua natura. Una donna non interessata a gratificare con l’amore può ‘sopravvivere’ come donna anche in altri modi, e infatti Arianna convoglia il suo essere donna nella vocazione artistica.
Il titolo del film corrisponde ad un aforisma della grande Alda Merini; elogio del solipsismo, può essere inteso proprio come vessillo di Arianna. Un vessillo che nasce dal dolore, dall’amarezza. “Basta la natura per fare cose che non possono, o non vogliono, fare gli altri per me: anzi, la natura le fa meglio”. Ma nella scena finale l’incontro fra Arianna e Yuri apre più di una porta: l’essere donna di Arianna potrebbe evolversi e dare vita a nuovi sensi.

Il film racconta di un incontro tra solitudini, essenzialmente. Si potrebbe dire, un film ‘sulla distanza’. Ognuno è prigioniero dei propri limiti (esterni o interni). E i molteplici problemi che la vita pone, offrono sempre due vie: possono risolversi in una sconfitta o in un riscatto. Si può lottare, o si può subire il corso degli eventi.
Del Monte in un primo momento era tentato di far morire, alla fine del film, sia Gea sia Yuri. Solo successivamente ha pensato di non ‘chiudere’ la vicenda in un finale dai contorni netti.
Detto per inciso, si tratta di temi particolarmente sentiti nella nostra epoca: ‘solitudine’, ‘solipsismo’, ‘distanza’ sono gli ingredienti principali anche di un altro film (di tutt’altro peso e impostazione) di produzione americana uscito nelle sale italiane negli stessi giorni del film di Del Monte, ovvero Her di Spike Jonze.
In Nessuno mi pettina bene come il vento la distanza riguarda le persone tanto quanto tre diverse età: l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta. Non si narra solo del dialogo (o meglio, del ‘tentativo’ di dialogo) tra padri, madri e figli; ma si affronta anche il tema dell’infanzia che si rapporta al mondo, così diverso, degli adolescenti.

Sembrerebbe da tutto ciò che riguardo a questo film si possa parlare di una certa ‘complessità’ di temi e di valenze umane e psicologiche. Oltretutto, le scarne musiche, firmate da Paolo Silvestri, pur non rivestendo nel lavoro di Del Monte un ruolo particolarmente rilevante e incisivo, concorrono a suggerire allo spettatore (forse in un modo un tantino serioso), un clima da ‘vicenda psicologica’. Ma in realtà a conti fatti solo per un soffio, a nostro giudizio, questo film, tra l’altro a tratti diluito inutilmente da scene non essenziali, può essere escluso dalla categoria dei lungometraggi ‘per la televisione’ e rientrare dunque in quella dei film ‘cinematografici’.
Esile e grezza la rappresentazione dei giovani sbandati; esile la scelta registica di mostrare per due volte Yuri dedito ai suoi piaceri solitari di fronte ad un video porno per significare il suo disagio e la sua solitudine; esile il ritratto di Arianna come scrittrice di romanzi (aspetto su cui magari si sarebbe potuto lavorare con più finezza e profondità). E un po’ troppi luoghi comuni per un film che, pur mettendo in campo molte tematiche interessanti, non riesce ad offrire veri spunti originali e ad affascinare.

Nessuno 3Laura Morante (attrice con una luminosa carriera, diretta in passato da nomi quali Bertolucci, Moretti, Resnais, Dipaola) si riconferma una volta di più una delle migliori attrici del panorama internazionale. Il suo volto costituisce da solo la parte poetica del film. Malgrado ciò, sentendola e guardandola interpretare Arianna, si ha l’impressione che l’attrice tenda a sovrastare il personaggio.
Gea è interpretata da Denisa Andreea Savin, attrice romena al suo esordio, brava nell’evitare connotazioni ingenue e troppo scontate di una bambina della sua età, come pure brava nel descrivere la profondità e la maturità del personaggio.
L’ottimo Jacopo Olmo Antinori ci è sembrato magari meno originale che nel precedente Io e te di Bertolucci, ma un po’ più consolidato artisticamente parlando.
Non particolarmente encomiabili Maria Sole Mansutti (madre di Gea) e Sergio Albelli (padre di Gea) un po’ troppo sopra le righe e poco curati. Sopraffatta da una recitazione che rende faticoso il suo accento straniero, Irina Ustsinava (la madre di Yuri), è capace comunque di una certa intensità. Si imprimono infine, quanto meno come ‘personaggi-simbolo’, una figura bislacca di uomo fallito e degenerato (un pappone che conosce l’Amleto di Shakespeare), interpretato da Paolo Graziosi (anche lui un po’ troppo sopra le righe), e il patrigno buono e benevolo interpretato da un Diego Ribon molto valido.
La località sul mare ove è ambientato il film è Santa Marinella, nel Lazio, dove ha casa lo stesso Del Monte, e dove un tempo Roberto Rossellini aveva condiviso una villa con Ingrid Bergman.

About Luca Mantovanelli

Saturnino, introverso, Luca Mantovanelli ha iniziato presto ad interessarsi di musica e la sua curiosità per l’aspetto creativo e per la psicoanalisi sfocia all’università con una tesi sulla regìa operistica con applicazione al Don Carlos di Verdi. Ma sono proprio le trame delle opere liriche, talvolta – secondo lui - un po’ dispersive e distanti dalla sensibilità moderna, a ricordare a Luca che nel suo passato alcune altre trame (come per esempio di Amadeus e di Film blu) gli avevano cambiato un po’ la vita. Ecco allora una nuova presa di contatto da parte sua con la ‘settima arte’ (e Bobbio ha rappresentato senz’altro per lui un’insolita quanto stimolante esperienza). I suoi incontri con il cinema (di ieri e di oggi) sono stati sempre meno casuali e sempre più dettati dalla curiosità. Luca ritiene che i prodotti artistici migliori (che riscontrino un successo di botteghino o meno) siano quelli che sentiamo riflettere pezzi del nostro Io, e al tempo stesso in grado di indicarci o aprirci una nuova strada…perché è sempre indispensabile un quid di novità. L’introversione ha portato Luca a trovare nella scrittura il suo più congeniale e gratificante mezzo di espressione.

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