LA TEORIA DEL TUTTO

Titolo: La teoria del tutto; Titolo originale: The Theory of Everything; Regia: James Marsh; Interpreti: Eddie Redmayne, Felicity Jones, Emily Watson, Charlie Cox, David Tewlis, Harry Lloyd; Anno: 2014; Origine: Regno Unito; Durata: 123′

Jane e Stephen sono due giovani e brillanti studenti quando si conoscono ad una festa universitaria e si innamorano. Di lì a poco lui scopre di essere affetto da una grave malattia degenerativa, l’atrofia muscolare progressiva. Lei sceglie di rimanergli accanto, lo sposa, gli dà tre figli, lo assiste, combatte contro le rassegnate diagnosi dei dottori, supporta le sue ricerche, segue il suo lavoro.
La storia dell’amore che ha legato – e tuttora lega, nonostante la separazione e numerosi alti e bassi – Jane Wilde e l’astrofisico di fama mondiale Stephen Hawking.

Difficile definire un film annoverato tra i biopic ma che propriamente biografico non è. Che racconta la vita di Stephen Hawking ma che non ha come unico protagonista l’astrofisico. Un film il cui titolo, per di più, allude ad altro ancora.
Ispirata al libro Travelling to Infinity – My Life with Stephen, seconda biografia che Jane Wilde scrisse dopo il riavvicinamento all’ex marito, la pellicola, va da sé, riserva notevole spazio alla donna, ma nemmeno a lei attribuisce il ruolo principale.

È l’amore, allo stesso tempo forza e debolezza del film (che soffre dell’indefinitezza e invisibilità del suo oggetto), il vero protagonista de La teoria del tutto.
Non un amore urlato e appariscente, un amore – per quanto potente – silenzioso e discreto. James Marsh, attenendosi al profilo del libro, realizza un film delicato su di una storia dai toni, di fatto, altamente drammatici. Racconta in maniera garbata, quasi con il pudore di chi sa di avere per protagonisti (e potenziali spettatori) delle persone reali, tuttora viventi.

Evitando scontati pietismi, opera con un rispetto ed una discrezione che attribuiscono agli avvenimenti dignità e verità (tant’è che la Wilde e Hawking hanno apprezzato il suo lavoro al punto da accettare di cedere i diritti della “voce artificiale”, coperta da copyright).
La materia è commovente ma non ci sono scene di pianto, è un film d’amore ma non ci sono scene di sesso, si tratta la sofferenza fisica ma non si insiste in maniera voyeuristica sul dolore.

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Se la persona e la condizione di Hawking sono di certo particolari, la sua storia è invece raccontata in maniera normale. L’amore tra Jane e Stephen è una forza straordinaria ma quasi impercettibile, non drammatizzata, quasi data per scontata nella sua uniforme costanza, nella sua quotidianità, nella quasi assenza di tentennamenti (che pure ci sono). Abituati all’esagerazione cinematografica, a tratti l’assenza di dramma sembra mancare a tal punto da desiderare che la musica (la bellissima colonna sonora di Jóhann Jóhannsson, candidata all’Oscar) con tutta l’intensità dei suoi archi e del piano, rimanga ancora un po’ ad avvolgere quelle scene non sufficientemente insistite.

La sceneggiatura di La teoria del tutto, scritta da Anthony McCarten, evita grandi discorsi e grossi paroloni (questo anche quando si fa accenno alle teorie astrofisiche di cui Hawking si occupa) e privilegia i silenzi. La costruzione narrativa, vincolata suo malgrado dal fatto biografico (per quanto straordinaria, una vita non è un film), è debole, ma si sforza di raccogliere le fila della storia d’amore dei protagonisti racchiudendola all’interno di una struttura anulare, che li vede riunirsi nell’epilogo, nonostante la fine del loro matrimonio. Una struttura ragionata e attenta, che strizza l’occhio alla forma di uno dei principali oggetti di studio dell’astrofisico (i buchi neri) e viene assecondata da scelte registiche ad hoc.

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Circolari sono i movimenti che Stephen fa sul pavimento con la carrozzina, la ruota della bici con cui, ancora studente, corre con gli amici per le vie di Cambridge, la scia di latte che macchia il suo caffè, la scala del college che Jane sale di corsa per raggiungerlo, la pupilla del suo occhio che osserva il fuoco nel caminetto prima di un’epifania scientifica, la stella che il professore disegna alla lavagna. Il finale di La teoria del tutto ribadisce il concetto attraverso un rewind che ripercorre i momenti salienti della storia per tornare all’inizio. Il film comincia e finisce nel giorno in cui Stephen viene invitato dalla regina d’Inghilterra a ricevere il cavalierato d’onore, e gioca proprio con le coordinate più care allo scienziato, quelle di spazio e di tempo.

Se d’altra parte una “teoria del tutto” c’è, se esiste qualcosa che unifica tutte le interazioni fondamentali – se non della natura, per lo meno di questa storia -, allora essa è senz’altro, e molto banalmente, l’amore. Sentimento che ha saputo unire, fare da motore, permettere l’accadimento di certi eventi.

Brava Felicity Jones ed eccezionale Eddie Redmayne che dopo quattro mesi di studio e preparazione, regala un Stephen Hawking praticamente uguale all’originale nei movimenti, nelle smorfie e nella postura, senza risultare caricaturale o eccessivo. Entrambi candidati all’Oscar come migliori protagonisti, grazie alla loro performance risollevano nettamente un film nel complesso, forse proprio per la sua aderenza alla realtà, non troppo avvincente.

Voto: 7,5

About Elena Cappozzo

Dopo la laurea in Filologia Moderna a Padova, studia Film Writing a Roma. Sognando di scrivere “per”, scrive “di” (cinema) qua e là, accendendo ogni tanto un cero a San...SetBlv. Il grande schermo è il suo primo, assoluto amore ma le capita con discreta frequenza di tradirlo con quello della tv e persino con quello del pc (quella da Youtube e serie tv è in realtà una dipendenza piuttosto grave, no judging.)

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