Per me è un NO! – GRACE DI MONACO

 Titolo: Grace di Monaco; Regia: Oliver Dahan. Interpreti: Nicole Kidman, Tim Roth, Paz Vega. Origine: Usa, Francia, Belgio, Italia. Anno: 2014. Durata:103’

Grace, da Kelly a di Monaco, nell’anno più travagliato della storia del Principato.

Quando la mattina dopo essere stata al cinema, al risveglio ti chiedi: «Ma cosa ho visto ieri?», evidentemente un motivo c’è. In realtà non sei stata al cinema, quello che hai visto non era un film e lo schermo non era quello di una sala cinematografica, ma quello televisivo, solo molto più ampio.

Il biopic Grace di Monaco, film di apertura del 67° Festival di Cannes dove è stato freddamente accolto, ristagna nel format da fiction televisiva, seppur raffinata, teso com’è a rendere comprensibile il dato storico della crisi datata 1961-62 tra il Principato di Monaco e la Francia di De Gaulle, e la transizione esistenziale di Grace Kelly, da diva a principessa, il cui ruolo si rivelò decisivo per la soluzione del caso diplomatico.
L’intenzione del regista di spiegare e rendere tutto comprensibile scade infatti nel didascalico, infiacchendo i ritmi del racconto, del tutto privo di suggestioni ed immaginazione, di suggerimenti ed evocazione, a completo scapito delle emozioni. Né si rende, se non superficialmente, il difficile momento di trasformazione ontologica di Grace, da attrice affermata di Hollywood, del quale sente ancora forte il richiamo (il maestro Alfred Hitchcock le ha appena proposto il ruolo di Marnie), a principessa a tutti gli effetti, onori ed oneri inclusi.

Grace1

Il tema che il film vorrebbe – almeno sulla carta – indagare/rappresentare, sarebbe quello di una donna alle prese con un cambio di rotta, che cerca di trovare una soluzione alle seguenti (non proprio semplici) domande: come posso andare verso me stessa, pur non andando più verso me stessa? Come non soggiacere alla mia alienazione e risorgere dalle mie ceneri?

Ma lo svolgimento della tematica compiuta dal regista, si rivela superficiale, tra dati cronachistici di complotti di palazzo e relazioni di potere, e resoconti più frivoli di lezioni di francese, storia, portamento, finalizzate alla trasformazione di Grace. In particolare, nell’indagare il delicato momento di transizione dell’attrice, il regista sembra barcamenarsi tra tono da commedia e tono drammatico. Senza approfondirne alcuno, non si raggiunge né la graziosa leggerezza del primo (si rimpiange la trasformazione di My Fair Lady e persino quella di Pretty Woman), né la profondità introspettiva del secondo (uno per tutti, Ritratto di signora sempre con la Kidman).
Del resto l’autore (Oliver Dahan), che si è distinto per il precedente biopic su Edith Piaf, sembra avvezzo a non discostarsi dallo schema di un’ottima fiction televisiva, vale a dire tutto ciò che al cinema non vogliamo, aspettandoci dalla visione cinematografica riprese, spunti, narrazioni altre rispetto a quelle semplicistiche/didascaliche cui la televisione è per sua natura finalizzata.

In coerenza con tale impostazione, la macchina da presa abbonda con primi e primissimi piani di Grace Kelly/Nicole Kidman, brava come sempre, perfettamente nella parte specie nel rendere allure ed elegante fisicità della vera Grace, notoriamente irraggiungibile (sebbene forse l’attrice dia il meglio di sé quando lascia trasparire quel suo lato inquieto ed inquietante, così come reso in The Hours, Eyes Wide Shut e Dogville).

Nicole-Grace

La cura estrema del dettaglio (vestiti, location, gioielli, styling), priva del resto, conferma la scelta narrativa superficiale a discapito della forza suggestiva del racconto.
La sceneggiatura segna il passo con una serie infinita di frasi scontate, dove i termini «favola, sogno, amore, principe azzurro» sono inflazionati fino alla noia; ad eccezione di una sola battuta, quella che Hitchcock rivolge a Grace la quale gli ha appena detto di rifiutare il ruolo di Marnie: «Gracy, qualsiasi cosa accada non ti allontanare mai troppo dal centro dell’inquadratura». È quello che lei farà per tutta la vita.
Per il resto, si esce dalla sala con un unico desiderio: quello di rivedere Marnie (questo sì un vero film), giacché, come dice Godard: «Il cinema ha sempre creato dei ricordi, la televisione crea l’oblio.»

 

VOTO: 5/10

About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto una trasmissione sul cinema "Sold Out Cinema" su Controradio Bari.

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