REVENANT – REDIVIVO

Titolo: Revenant; Regia: Alejandro González Iñárritu; Interpreti: Leonardo Di Caprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck; Origine: USA; Anno: 2015; Durata: 156′

La storia è ispirata alla figura realmente esistita di Hugh Glass (qui interpretato da Leonardo Di Caprio), un esploratore e cacciatore di pellicce dei primi dell’Ottocento.
Quest’uomo è entrato nella leggenda per essere sopravvissuto alla lotta corpo a corpo con un temibile orso grizzly e per aver percorso, ferito, più di 300 chilometri a piedi per ritornare al suo villaggio.

Lo avevamo lasciato con Birdman, due Oscar in mano, la consapevolezza della “consacrazione”: toccata la “vetta” è facile cadere.

Tratto dall’omonimo romanzo di Michael Punke, il soggetto di Revenant era stato proposto a Park Chan-Wook e, solo dopo travagliate trattative con altri autori, affidato a Iñárritu.
Il film si apre con un bel combattimento nella foresta innevata tra cacciatori di pellicce e pelle rossa: le riprese sono estremamente dinamiche e avvolgenti e la telecamera, con i repentini cambi di direzione, sembra essa stessa una freccia scoccata dagli indiani.
Dopo lo scontro, i dieci superstiti della spedizione, riescono a fuggire su una barca e si lasciano trasportare dal fiume Missouri. Il riferimento iniziale all’Aguirre di Werner Herzog è qui, anche nelle immagini, vistoso. Benché la vicenda prenda la sua strada, l’eco della celebre pellicola interpretata da Klaus Kinski persiste nella rappresentazione insistente di una natura maestosa, contenitore meraviglioso e beffardamente ostile. Gli esseri umani sono impotenti. Formiche rosse in balia di nebbie, venti, tempeste, valanghe e gelidi fiumi vorticosi, dai quali farsi trasportare stoicamente per poter forse sopravvivere. Non un caso gli alberi così fitti e alti, non un caso lo “sguardo” delle inquadrature rivolto così spesso dal basso verso il cielo, un cielo che pesa sopra la testa dell’inossidabile Glass.

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Con Revenant, Iñárritu si cimenta in qualcosa di molto lontano, non solo geograficamente, dalla sua filmografia, eppure non rinuncia alla sua indipendenza stilistica e al suo estro. Si avvale di una narrazione diretta e semplice. Senza retoriche, senza (quasi) sentimento, a tratti cruda. Lo spettatore è completamente coinvolto, grazie alle inquadrature, che non stanno mai ferme: seguono i personaggi, si destreggiano tra gli alberi delle foreste, si sporcano con l’acqua e con il fiato dei protagonisti (perfino quello dell’orso). Nelle prime file del cinema sembra quasi di provare il freddo pungente di quei rigidi inverni. Girato solo con luce naturale, la fotografia, superfluo dirlo, è dominata da toni freddi, squarciati saltuariamente dalle scintille scoppiettanti di un fuoco. Solo il fuoco, rubato da Prometeo agli dei, concede un po’ di calore nel gelo, configurandosi come unico baluardo umano nelle asperità.
La magnifica location prescelta è la Columbia Britannica, in Canada, e la troupe ha dovuto sfidare e sopportare le stesse intemperie e difficoltà presenti nel film, pur di evitare i temibili “green screen”.
Tutto di guadagnato, un vero tripudio di immagini.

75

Nonostante il promettente inizio, il ritmo nelle prime fasi è stentato per poi destarsi nella seconda metà, più fluida e avvincente. Sebbene gli avvenimenti non costituiscano delle novità stravolgenti e imprevedibili, la resa e la visione del regista li nobilitano molto. Restano invece superficiali i riferimenti discontinui al passato di Hugh, solamente “abbozzati” e sintetizzati nella figura di suo figlio, che pur costituendo di fatto il perno centrale della storia, è distrattamente liquidato.

Capitolo a parte per quanto riguarda Leonardo di Caprio. Non è infatti un segreto che l’attore americano di Titanic sia alla ricerca dell’Oscar, sempre soltanto sfiorato, e che perciò sia oggetto di facili ironie su giornali e social network.
L’impressione è che Revenant sia stato cucito su misura per lui proprio per il suo intento, alimentando mediaticamente il “mito” della sua prova attoriale. Pare che per realizzare questo film non si sia tagliato la barba per mesi, abbia dormito in una carcassa di cavallo e recitato con la bronchite e la febbre. Pur apprezzando la buona volontà, occorrerebbe smentire una volta per tutte la convinzione (molto americana) che una trasformazione fisica eccezionale o delle esperienze così “estreme” nella recitazione, equivalgano automaticamente a una interpretazione straordinaria. Sebbene tutto ciò possa aiutare l’attore nel delicato processo di immedesimazione, non è automatica la riuscita della performance. Di Caprio è bravo ma non brilla e i suoi sguardi glaciali non bastano per convincere. Magari basterà la barba incolta e qualche colpo di tosse a fargli vincere quell’Oscar che invece gli è stato negato in passato per personaggi ben più articolati e insidiosi.

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Nel complesso Iñárritu porta a casa il risultato, apprezzabile il coraggio e la destrezza con cui cambia genere e ambizioni. Un film gelido, crudo, che si allontana dagli intrecciati film degli esordi e dal frizzante e onirico Birdman (delicatamente citato nella cometa che cade dal cielo e nel tamburellare durante la scena finale), pur continuando a mostrare il talento e la tecnica eccentrica di un regista maturo.

La sobria colonna sonora è di Ryūichi Sakamoto.

About Frank Stable

Nasce a Moncalieri (TO) il 30 Maggio 1992, si laurea nel 2018 in Medicina e Chirurgia presso la facoltà di Torino. Benché in famiglia abbia sempre respirato una certa attenzione al cinema la vera passione nasce durante il Liceo Scientifico grazie alla preziosa e ispirante programmazione del canale satellitare "CULT". Sarà il film "Vodka Lemon" di Hiner Saleem a sancire la svolta e trasformare l'interesse in passione.‎ Al di fuori del cinema i suoi interessi sono per le automobili, i viaggi e la fotografia di viaggio, la tecnologia e la grafica.

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