MA MA

Titolo: Ma Ma; Regia: Julio Medem; Interpreti: Penélope Cruz, Luis Tosar, Asier Etxeandia, Silvia Abascal, Alex Brendemühl; Origine: Spagna, Francia; Anno: 2015; Durata: 111′

Nell’estate del 2012 una partita di pallone fa incontrare una donna abbandonata dal marito, Magda, madre di un bambino promessa del calcio, e un talent scout del Real Madrid, Arturo, al quale all’inizio della vicenda muoiono figlia e moglie in un incidente. Inizia così una storia d’amore come tante, drammaticamente attuale.

Protagonista della storia è Magda (da cui l’abbreviazione “Ma”). Malata di cancro al seno (“mama” in spagnolo significa “mammella”), essa vive una difficile parabola esistenziale divisa fra un uomo che si innamora di lei e che si prende carico amorevolmente del peso della sua malattia, e un ginecologo, Julian, con la passione del canto, che diventa anche amico. Magda è madre (“Ma-ma” altro gioco di parole) di Dani, bimbo intelligente ma sprovveduto, col talento del calcio. Questa sprovvedutezza in realtà è un abile espediente. Essa permette al regista degli squarci di narrazione utili a chi guarda il film: ciò che viene spiegato al bambino viene in realtà spiegato allo spettatore.
Sullo sfondo, un’altra storia: quella del ginecologo che sogna di poter adottare una bambina della Siberia, di nome Natasha.

Ma-Ma-Tutto-andrà-bene

Il sentimento archetipico del “Materno” attraversa l’intero film (presentato in anteprima italiana al Biografilm Festival 2016). Connesso a questo sentimento, è quello del lutto, della perdita. La morte qui è canonicamente associata al freddo, al gelo, e artisticamente questo gelo si confonde proprio con quello della Siberia.
Quando Magda resterà incinta di una bambina (che vuole significativamente chiamare Natasha), si temerà che il poco tempo che resta da vivere alla donna non basti a farla nascere. Quello del lutto è uno dei più importanti temi psicoanalitici (si rilegga il saggio di Freud Caducità del 1915 per ritrovare quel sentimento di disfacimento e di spleen – il lavoro del lutto, appunto – in opposizione al quale in fondo ‘rema’ la protagonista della vicenda).
Ed è proprio di opposizioni e di contrasti che il film vive: il “Materno” (accostato all’archetipo del mare) e il “Paterno”, “Eros” e “Thanatos”, “Passione” e Gelo” sono i temi fondamentali di Ma ma.
Al centro di tutto, la figura femminile, per di più giovane, che subisce il trauma della perdita di un seno. La perdita di un seno può significare la perdita della femminilità; ma il concepimento di un figlio con Arturo potrebbe ancora far sentire Magda donna a tutti gli effetti.
Se è vero che ogni storia è una storia d’amore e che in ogni storia d’amore c’è un ‘nemico’, in Ma ma l’unico vero nemico non è impersonato da un personaggio, ma è proprio il lutto, che assume diverse forme: esso si rivela nella fine tragica della moglie e della figlia di Arturo, nel cancro di Magda, nella lontananza di suo marito. A proposito del cancro, esso è simbolicamente (e anche etimologicamente: cancer in latino = granchio) rappresentato dai granchi che popolano la spiaggia dove Magda ama andare con Arturo e il figlio. Spiaggia il cui calore sembra volersi contrapporre alla gelida Siberia.

mama

Tutti i personaggi della vicenda sono quindi positivi: il regista sembra quasi suggerire che di fronte alla morte e al male (la malattia) si può credere in un’umanità giusta e anzi in personaggi che diventano più umani di quanto già siano.
Importante è pure la riflessione sulla mortalità/immortalità dell’anima (tema filosofico per eccellenza): Magda crede nell’immortalità dell’anima.
Lo spettatore non troverà nessuna enfasi come pure nessuna banalità o retorica in questa storia semplice e purtroppo attualissima, che scorre limpidamente verso il finale. Le uniche ‘impennate’ sono nel montaggio (piani temporali disinvoltamente sovrapposti e intrecciati, eppure la narrazione appare di una chiarezza cristallina) e in alcune incursioni nell’onirico-simbolico.
Pienamente riuscita la prova artistica di Penelope Cruz nei panni di Magda, donna energica e intensa, come pure degno di nota è il sensibile Luis Tosar (Arturo). Molto valido il giovanissimo Teo Planell (Dani) e vagamente surreale risulta il ginecologo canterino (interpretato dal bravo Asier Etxeandìa). Julio Medem (Lucìa y el sexo) imbastisce una storia garbata e luminosa i cui personaggi vengono facilmente ‘interiorizzati’ dallo spettatore. Un bel film sul coraggio, capace di infonderne quando nessuno spazio (o quasi) è concesso allo sconforto.

About Luca Mantovanelli

Saturnino, introverso, Luca Mantovanelli ha iniziato presto ad interessarsi di musica e la sua curiosità per l’aspetto creativo e per la psicoanalisi sfocia all’università con una tesi sulla regìa operistica con applicazione al Don Carlos di Verdi. Ma sono proprio le trame delle opere liriche, talvolta – secondo lui - un po’ dispersive e distanti dalla sensibilità moderna, a ricordare a Luca che nel suo passato alcune altre trame (come per esempio di Amadeus e di Film blu) gli avevano cambiato un po’ la vita. Ecco allora una nuova presa di contatto da parte sua con la ‘settima arte’ (e Bobbio ha rappresentato senz’altro per lui un’insolita quanto stimolante esperienza). I suoi incontri con il cinema (di ieri e di oggi) sono stati sempre meno casuali e sempre più dettati dalla curiosità. Luca ritiene che i prodotti artistici migliori (che riscontrino un successo di botteghino o meno) siano quelli che sentiamo riflettere pezzi del nostro Io, e al tempo stesso in grado di indicarci o aprirci una nuova strada…perché è sempre indispensabile un quid di novità. L’introversione ha portato Luca a trovare nella scrittura il suo più congeniale e gratificante mezzo di espressione.

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