TI GUARDO

Titolo: Ti guardo; Titolo originale: Desde allá; Regia: Lorenzo Vigas; Interpreti: Alfredo Castro, Luis Silva, Jerico Montilla, Catherina Cardozo, Marcos Moreno; Origine: Venezuela; Anno: 2015; Durata: 93’

[La recensione contiene spoiler!]

Già nel solo titolo del film del regista venezuelano Lorenzo Vigas, Desde allá, che letteralmente significa “Da lontano” (Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015), è racchiusa la condizione psicologica del protagonista della vicenda, l’omosessuale Armando (Alfredo Castro, che costruisce un’interpretazione che si incide nella memoria), per come essa si presenta all’inizio della storia. Nelle parole “desde allà” viene esemplificato il rapporto del suo personaggio con il mondo. Quest’uomo d’età non più giovane si tiene infatti ‘al bordo’ delle esperienze, più spettatore che attore della sua vita, che guarda appunto ‘a distanza’. Un’incapacità di vivere che l’ha portato ad una forma di alienazione. Pagare i ragazzi che trova nei quartieri poveri di Caracas è il suo unico modo di vivere la sessualità (fonte ispiratrice primaria di Lorenzo Vigas, qui al suo primo lungometraggio, sono stati i ‘ragazzi di vita’ di Pasolini).

NEWS_170384

Alla radice di questa condizione degradata dello spirito del protagonista vi è il sofferto rapporto con il padre, un padre affermato professionalmente, distaccato, che non gli ha mai concesso affetto.
La storia d’amore raccontata in Desde allà tra Armando e un ragazzo di strada, Elder (il bravo Luis Silva), viene psicoanaliticamente connessa dal regista proprio a questo non dialogo di Armando con il padre.
La relazione omosessuale che si instaura tra l’uomo e il ragazzo, ha in campo artistico alcuni importanti antecedenti. Le figure di Gustav von Aschenbach e di Tadzio (protagonisti di Morte a Venezia di Luchino Visconti, del 1971) possono essere pensati come un illustre quanto distante ‘archetipo’. Il romanzo di Thomas Mann del 1912 non è stato fonte letteraria solo del capolavoro di Visconti. Vi si rifà anche l’opera lirica Death in Venice di Benjamin Britten e della librettista Myfanwy Piper (1973).
Tratto caratteristico di Aschenbach (nell’opera, quanto nel lavoro di Mann e nel film di Visconti), è quel suo memorabile, appunto, ‘osservare a distanza’ Tadzio. Così, nel film di Vigas, Armando indugia nella contemplazione silenziosa del suo oggetto d’amore.

1bb5f0b26ad6284a966522a2ff873435Morte_a_Venezia

Quello di Armando, è un lavoro ‘artigianale’ applicato al campo medico: costruisce protesi dentarie. La protesi può essere vista come simbolo psicologico dell’artefatto, di ciò che prende il posto della vita vera. Ma un passaggio del libretto della Piper può forse suggerirci anche un’altra interpretazione di questa immagine della protesi (in fondo, una forma di scultura sui generis). Così dice Aschenbach (che, come è noto, è uno scrittore) mentre volge il suo pensiero all’amato ragazzo: “Proprio perché mi sacrifico per creare bellezza, per liberare dal blocco marmoreo del linguaggio la forma snella di un’arte, io avrei potuto creare lui. Forse per questo sento un piacere paterno, un calore paterno nel contemplarlo”. L’atto creativo può essere insomma un sostituto simbolico della procreazione. Ma l’omosessualità non può portare alla nascita di una nuova vita.
Elder non è per Armando solo un oggetto d’amore: in modo realistico, l’uomo proietta nel ragazzo quei desideri e quei conflitti già presenti tra lui e il padre. Questo spiega la complessità della loro relazione: in alcuni momenti il desiderio di proteggere e di dare affetto, in altri lo scontro, la tensione, il conflitto (anche di colore sado-masochistico). Oltre la bellezza, ciò che porta Armando ad essere visceralmente attratto dalla figura di Elder, è del resto una certa ruvidezza, un atteggiamento scontroso analoghi a quelli che il padre riserva per lui.

Desde-alla-lorenzo-vigas-1200x600-620x320

Elder, che rappresenta la ‘trasgressione’, la forza trascinatrice della passione, è una figura dionisiaca. Di lotta tra Apollo e Dioniso si parla anche in Death in Venice.
Se all’inizio Armando si limitava ad osservare i ragazzi che si prostituivano per lui nell’intimità della sua casa e preferiva raggiungere il proprio godimento senza un contatto fisico, è con Elder che inizia un avvicinamento, una presa di confidenza con la fisicità dell’ ‘Altro’.
Si legge nel libretto della Piper: “la bellezza conduce alla saggezza? Sì, ma attraverso i sensi”.
Infatti proprio grazie a questo contatto col dionisiaco inizia un percorso di Armando verso uno stadio più maturo. E mentre all’inizio era l’uomo a cercare il ragazzo, che si mostrava reticente, lo ricambiava con umiliazioni e si dava a lui solo per soldi, via via la prospettiva si inverte. È il ragazzo che si appassiona ad Armando, assolutizzandone la figura.

cinema-ti-guardo-05

L’amore divenuto quanto mai profondo del giovane finisce per sfociare in un gesto estremo (che può essere letto come impulso dionisiaco), convinto, lui, che possa essere fonte di liberazione per Armando: uccide il padre di questi, quel padre castrante che era stato capace di congelare la vita del figlio.
L’uccisione del padre sancisce una presa di posizione molto risoluta di Armando nei confronti del giovane omicida. La svolta tragica della vicenda fa sì che Armando si scrolli di dosso il dionisiaco e diventi per la prima volta ‘padre’ implacabilmente severo. Si scende così, vorticosamente, dal cielo del sogno platonico verso la dimensione del reale, che è solare (in quanto troviamo ora un Armando libero e risanato) e tragica al contempo (Armando fa arrestare l’amato).
La passione conduce alla conoscenza, la conoscenza al perdono”, scrive la Piper, e infatti alla fine Armando assolve il proprio padre.
Se in Morte a Venezia è Aschenbach a morire, qui è Elder-Tadzio a ‘morire’ simbolicamente, mentre l’Aschenbach-Armando, approda ad una nuova vita.

 

About Luca Mantovanelli

Saturnino, introverso, Luca Mantovanelli ha iniziato presto ad interessarsi di musica e la sua curiosità per l’aspetto creativo e per la psicoanalisi sfocia all’università con una tesi sulla regìa operistica con applicazione al Don Carlos di Verdi. Ma sono proprio le trame delle opere liriche, talvolta – secondo lui - un po’ dispersive e distanti dalla sensibilità moderna, a ricordare a Luca che nel suo passato alcune altre trame (come per esempio di Amadeus e di Film blu) gli avevano cambiato un po’ la vita. Ecco allora una nuova presa di contatto da parte sua con la ‘settima arte’ (e Bobbio ha rappresentato senz’altro per lui un’insolita quanto stimolante esperienza). I suoi incontri con il cinema (di ieri e di oggi) sono stati sempre meno casuali e sempre più dettati dalla curiosità. Luca ritiene che i prodotti artistici migliori (che riscontrino un successo di botteghino o meno) siano quelli che sentiamo riflettere pezzi del nostro Io, e al tempo stesso in grado di indicarci o aprirci una nuova strada…perché è sempre indispensabile un quid di novità. L’introversione ha portato Luca a trovare nella scrittura il suo più congeniale e gratificante mezzo di espressione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *