PERSONA

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Regia: Ingmar Bergman; Interpreti: Liv Ullmann, Bibi Andersson, Gunnar Bjornstrand; Origine: Svezia; Anno: 1966; Durata: 79’

Due donne si specchiano l’una nell’altra, uscendo da sé per accogliere la parte in ombra di sé.

Persona è un sogno ad occhi aperti, è un incubo ad occhi aperti, è un percorso di psicoterapia, è uscire da sé, è andare verso il proprio buio, è accogliersi, è un viaggio tra conscio ed inconscio, è specchiarsi nell’altro per ritrovare sé stessi, è lottare, è arrendersi, è fatica, è confusione, è luce, è ombra.

Il film inizia con un serrato montaggio di potenti immagini ansiogene, se non incubi. Siamo nel regno del subconscio che “parla” cercando di dire alle due protagoniste, ma anche a ciascun spettatore, qualcosa che da svegli si vuole evitare. Come lo stesso Bergman ebbe a dichiarare: «I sogni dovevano diventare la realtà evidente. La realtà doveva dissolversi e divenire sogno. In “Persona” sono riuscito a muovermi disinvoltamente tra sogno e realtà

Elisabeth (Liv Ullmann), attrice, è ricoverata in clinica psichiatrica dopo essersi chiusa in un mutismo impenetrabile; Alma (Bibi Andersson) è l’infermiera che le viene assegnata. Le due donne, molto diverse, dal momento in cui si incontrano iniziano a specchiarsi l’una nell’altra, fino a confondersi, anche visivamente, come aspetti della stessa persona (l’infermiera diventa inferma e l’inferma infermiera). Il transfert che così si instaura le porta infine ad affrontare (e forse anche ad accettare) la parte in ombra di sé, tappa fondamentale della crescita individuale.

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«L’incontro con se stessi è une delle esperienze più sgradevoli alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è più negativo sul mondo circostante. Chi è in condizione di vedere la propria ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito.» (Carl Gustav Jung)

Tale percorso di consapevolezza si snoda in Persona in tre principali blocchi narrativi: il monologo della dottoressa che ha in cura Elisabeth, il primo monologo di Alma, il secondo monologo di Alma.

Nel primo ci viene presentata Elisabeth, un’attrice che durante la rappresentazione teatrale dell’Elettra ha perso (o meglio, deciso di perdere) la parola. Non è un caso che si tratti di un’attrice, figura per sua essenza dedita alla recita e quindi alla finzione, cioè una maschera, significato latino di “persona”, che però sta ad indicare anche “chi o ciò che si trova sotto la maschera”.

La dottoressa che cura il mutismo di Elisabeth ne decodifica il senso quale manifestazione di una distonia non più sopportabile tra essere ed apparire, una recita esistenziale non più sostenibile tra «voler essere e sembrare di essere».

«Credi che non capisca? Tu insegui un sogno disperato. Questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te, e vigile. E nello stesso tempo ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa e provoca quasi un senso di vertigine, un timore di essere scoperta, di vederti messa a nudo, smascherata, riportata ai tuoi giusti limiti. Perché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia…Meglio rifugiarsi nell’immobilità, nel mutismo, così si evita di dover mentire, oppure mettersi al riparo dalla vita, così non c’è bisogno di recitare, di mostrare un volto finto o fare gesti non voluti. Non ti pare? Questo è ciò che si crede ma non basta celarsi perché, vedi, la vita si manifesta in mille modi diversi ed è impossibile non reagire.»

La strategia adottata dalla dottoressa per spezzare l’ostinato tacere di Elisabeth è quella di dimetterla dall’ospedale per trasferirla in una villa situata su un’isola (Faro che diventerà il buen retiro di Bergman fino alla sua morte) in compagnia della giovane infermiera Alma, una donna solare ed estroversa.

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Durante il soggiorno sull’isola, Alma, progressivamente, da essere colei che cura diventa colei che cerca cura. Il suo continuo parlare con Elisabeth nel tentativo di penetrarne il silenzio, in realtà diventa occasione per parlare di sé, lasciando emergere quanto risiede nella sua psiche e nel suo subconscio. In tal modo Alma inizia a dare voce a tutto quel “non detto inconfessabile” che giaceva dentro di lei in attesa di emergere al momento opportuno. Ritroviamo in questo le modalità tipiche di un percorso psicoterapeutico, giacché chi ascolta (cioè Elisabeth) non parlerà, così come lo psicoterapeuta, nostra proiezione, è colui al quale si riesce a confidare, sicuri del non giudizio e della segretezza totale di ciò che ivi avviene, permettendo così alla nostra parte in ombra di emergere.

Alma infatti trova il coraggio di raccontare e raccontarsi un episodio (una sua avventura erotica giovanile) e le conseguenze disturbanti che lasciò in lei quell’esperienza. Il monologo affronta la tematica del senso di colpa, nascosto nelle maglie dell’inconscio, come giudizio e (falso) bisogno dell’altrui approvazione e tutela, vero ostacolo alla libertà e felicità dell’essere umano, nonché quel sentimento di «perturbamento» di cui parla Freud che ci coglie quando, nella rivelazione della parte oscura di noi stessi, le cose note ci appaiono di colpo sconosciute ed incomprensibili.

«Non mi era mai successo di lasciarmi andare in quel modo, così, all’improvviso. Sentivo qualcosa che dentro di me si ribellava, ma non riuscii a dire una parola. Era come un incubo feroce che mi costringeva a subire senza reagire i bestiali istinti di quello sconosciuto. E più crudele di tutti era…era il piacere fisico che ne provavo…C’è sempre qualcosa che non convince, che non va…la coscienza ti rimorde per delle sciocchezze. Ci capisci qualcosa? Ti prefiggi degli scopi nella vita…ma è indispensabile raggiungerli? Si può essere un’altra…un’altra persona nello stesso momento? Puoi essere due persone?»

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Andando avanti nella confidenza, anche ad Alma succede quanto sistematicamente avviene nel rapporto di transfert (immedesimazione) tra analista e paziente, vale a dire quel ribellarsi del secondo al primo, al dominio psicologico e all’inevitabile (transitoria) soggezione che sente. Subendo il transfert, Alma quindi si ribella.

«Accadde una sera a una festa, vero? Vi era frastuono e confusione…verso le prime ore del mattino qualcuno disse: “Elisabeth, ora il tuo campionario è quasi completo, come artista e come donna, ma ti manca la maternità”. Tu ridesti perché la cosa ti sembrò ridicola ma poi ti accorgesti che quelle parole ti ossessionavano, l’inquietudine aumentò finché ti decidesti ad avere un figlio. Volevi essere madre, però quando rimanesti incinta ne avesti paura. Paura delle responsabilità, paura di legarti a qualcuno, paura di morire, paura del dolore, paura di abbandonare il teatro, paura del tuo corpo deformato. Eppure continuasti la parte…la parte della madre felice in attesa di un figlio. […] Di nascosto cercasti di interrompere la maternità ma senza riuscirci. Quando capisti che era inevitabile, cominciasti ad odiare il bambino e a desiderare che egli nascesse morto. Tu desiderasti avere un figlio morto. Volevi un figlio morto, capisci?
Il parto fu difficile e assai lungo, soffristi per molti giorni. Infine dovettero usare il forcipe. Guardasti con disgusto e terrore quel tuo figlio rattrappito che strillava e sussurrasti: perché non muori subito? Perché non muori? Ma sopravvisse e strillava notte e giorno e tu lo odiavi sempre. Avevi paura perché avevi la coscienza sporca. Alla fine i parenti e un’infermiera si presero cura di tuo figlio e tu potesti lasciare la clinica e ritornare al teatro…ma le sofferenze non erano terminate: tuo figlio fu preso da un immenso quanto incomprensibile amore per te e tu invece lo respingi disperatamente, perché non sai ricambiare il suo amore. Eppure ci provi, tenti, ma tutto si limita a dei rapporti goffi e crudeli tra te e tuo figlio. […]
Io non sono come te, non ho, non ho i tuoi sentimenti…sono l’infermiera Alma e sono qui per aiutarti. Non sono Elisabeth Vogler. Tu sei Elisabeth Vogler…Io desidero…io voglio amare…io non ho… [il primo piano di Alma e quello di Elisabeth si compenetrano fino a formare un unico volto]
Ho imparato molto da te. [fa un gesto per colpirla] Quanto tempo potrò resistere? Io non sarò mai come te. Mai. Io mi evolvo continuamente, tu puoi tentare di fare di me ciò che vuoi ma non ci riuscirai.»

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Ma in realtà, come tutto il film ci vuole dire, i ruoli di Elisabeth ed Alma sono fluidi e intercambiabili, due facce che si specchiano l’una nell’altra e nelle quali lo stesso spettatore inevitabilmente si specchia, coinvolto nel processo messo in atto per essere infine portato ad attraversare le proprie maschere per accogliere la parte in ombra di sé.

In molte memorabili sequenze Bergman, tramite un linguaggio filmico che raggiunge la genialità, rappresenta il progressivo fondersi delle due protagoniste: un unico corpo composto da entrambe, un intreccio di volti, fino alla sovrapposizione e quindi alla fusione. Metà Alma, metà Elisabeth compongono infine un’unica identità: fusione/unione come accoglienza di ogni parte di sè, maschera e volto.

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«Una volta ho detto che “Persona” mi salvò la vita. Non esageravo. Se non avessi trovato la forza di fare quel film, avrei probabilmente gettato tutto all’aria. Oggi sento che in “Persona”, mi sono spinto al massimo delle mie possibilità. E in quel film , lavorando in piena libertà, ho raggiunto inesplicabili segreti che soltanto il cinema può scoprire.» (Ingmar Bergman)

 

About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto una trasmissione sul cinema "Sold Out Cinema" su Controradio Bari.

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