LEZIONI DI PIANO

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 Titolo originale: The Piano; Regia: Jane Campion; Interpreti: Holly Hunter, Harvey Keitel, Sam Neill, Anna Paquin; Musiche: Michael Nyman; Origine: Australia, Francia, Nuova Zelanda; Anno:1993; Durata: 121’

Ada, il suo silenzio, il suo pianoforte, due uomini, la nuova sé.

«La voce che sentite non è la mia voce. È la voce del mio pensiero. Non parlo da quando avevo sei anni, nessuno sa il perché, nemmeno io. […] La cosa strana è che io non penso a me come una creatura silenziosa e questo grazie al mio pianoforte. Ne sentirò la mancanza durante il viaggio.»

Inizia così Lezioni di Piano, con un monologo recitato da una voce acusmatica. Non sappiamo e non sapremo se si tratti della vera voce di Ada McGrath, protagonista della storia, ma di sicuro è la voce della sua mente. «Un elemento di squilibrio, di tensione, l’acusma è un invito a venire a vedere, ma forse anche un invito a perdersi» (Michel Chion, La voix au Cinema), un elemento fortemente in sintonia con le opere di Jane Campion che trattano di squilibrio, tensione, rottura.
Nella stessa direzione l’immagine dell’incipit: Ada si presenta allo spettatore in una soggettiva a distanza ravvicinata, mentre vede attraverso le sue dita, quasi appoggiate al suo volto, nascosta agli occhi degli altri e forse anche a se stessa.

Seconda metà dell’Ottocento. Ada McGrath (Holly Hunter, premio Oscar come migliore attrice protagonista) è costretta dal padre a sposare un uomo che nemmeno conosce, Alisdair Stewart (Sam Neill) e a trasferirsi dall’Europa in Nuova Zelanda, portando con sé la figlia Flora (Anna Paquin, premio Oscar come migliore attrice non protagonista) e poche altre cose , tra cui il suo inseparabile pianoforte.

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Scontratasi subito con la mentalità chiusa e perbenista del nuovo ambiente sociale e con la severità del marito che la costringe a lasciare il piano sulla spiaggia dove è sbarcata,  Ada caparbiamente riesce a recuperarlo grazie alla complice collaborazione di un vicino di casa, George Baines (Harvey Keitel). L’uomo, attratto dal mistero di questa donna silenziosa, si accorda con Stewart per comprare il piano al solo fine di proporne ad Ada la restituzione tramite  uno scambio “indecente”: un tasto per ogni cosa che lei gli lascerà fare mentre suona.

lezioni 6 (* spoiler alert * ) Ada accetta. Inizia tra i due un progressivo avvicinamento che culmina in una vera relazione amorosa, svelata dalla piccola Flora a Stewart il quale, accecato dalla gelosia, chiude Ada in casa e, dopo aver scoperto un suo messaggio d’amore inciso su un tasto del piano destinato a Baines, le taglia un dito e lo spedisce all’amante. Compreso che non sarà mai sua, Stewart infine acconsente affinchè Ada e Baines vadano via insieme per vivere liberamente il loro amore.

Nelle ultime sequenze, mentre Ada, Baines e Flora sono su una barca in partenza, Ada sente l’irresistibile bisogno di disfarsi del suo amato pianoforte, che fa gettare in mare; una corda però le si attorciglia alla caviglia (forse volontariamente?) trascinandola sott’acqua. Con sua grande sorpresa, Ada riesce a districarsi e a risalire in superficie. È finalmente pronta per iniziare, con l’amato Baines, una vita nuova e decidere persino di esercitarsi a parlare.
Le sequenze finali, così come l’inizio, sono accompagnate da un ulteriore monologo acusmatico di Ada, dal momento in cui cade in mare legata al piano, fino alla chiusura del film.

«Che morte! Che occasione! E che sorpresa!
La mia volontà ha scelto la vita. […]
Di notte penso al mio pianoforte nel fondo dell’oceano e a volte penso anche a me sospesa sopra di esso.
Là sotto tutto è così fermo, silenzioso che mi concilia il sonno…è una strana ninna nanna. Ma è così, ed è mia.
C’è un grande silenzio dove non c’è mai stato suono, c’è un grande silenzio dove suono non può esserci. Nella fredda tomba del profondo del mare.» (versi tratti dal sonetto Silence di Thomas Hood).

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Lezioni di piano narra la faticosa lotta per l’individuazione, tramite l’accettazione di ogni parte di sé e il superamento del (falso) bisogno di protezione esterna, descritti con la cifra narrativa tipica di Jane Campion, che ci fa attraversare la realtà per raggiungere quanto risiede al di sotto di essa: il mistero della psiche e della natura umana femminile, in particolare della difficoltà di realizzazione dell’io e del desiderio in relazione all’amore che può rappresentare la salvezza come la perdizione.

Tutto ciò si ritrova a partire dalla principale fonte di ispirazione della Campion nella realizzazione di quest’opera: un quadro di Henry Rousseau: Donna nella foresta (Femme se promenant dans une foret exotique, 1905).

untitled«Mia madre aveva questo dipinto. La donna indossa un costume molto formale e castigato, in puro stile eduardiano, che contrasta completamente con l’ambientazione in cui si trova. È un’immagine che porto da sempre impressa nella mia mente e per questo, probabilmente, per alcune associazioni che facciamo a livello inconscio, anche io ho deciso di mettere la donna al centro della foresta. Cultura contro Natura. Uno dei più grandi paradossi dell’essere umano. Essere istruiti e civilizzati da un lato, e dall’altro avere sempre a che fare con i desideri, gli istinti sessuali e gli impulsi romantici che provengono da tutt’altra sfera

Il silenzio di Ada è sospensione, difesa, sebbene si tratti di un silenzio apparente in quanto la voce naturale è sostituita da quella del pianoforte. A questo, quarto protagonista del film, la giovane donna è legata da un rapporto simbiotico, tanto che al tasto mancante (quello sul quale ha scritto la sua dedica di amore per Baines) corrisponde il dito amputato. Al piano Ada affida tutte le suggestioni ed i sentire che non si concede nello stato di difesa in cui si è trincerata: attraverso i suoni complessi e affascinanti del suo strumento esprime tutta la complessa, vibrante, appassionata personalità che risiede sotto l’apparenza rigida dei suoi vestiti imbalsamati, dei suoi capelli intrecciati e attaccati alla testa, e del suo viso che nulla fa trapelare.

Ma questa costrizione cucita addosso non può reggere in eterno, essendo destinata a scontrarsi con la natura umana delle cose, con le pulsioni che ci abitano naturalmente. Tutto il film è un lento progressivo procedere di Ada verso se stessa, fino a decidere di vivere i suoi sentimenti e il suo sentire senza filtri, corpo cuore anima, esponendosi a tutti i rischi connessi, fino a scegliere di vivere i suoi impulsi anziché soffocarli o delegarli alle note. Ada quindi, immersa nel mare-liquido amniotico nel quale è precipitata, legata al suo piano, infine, compiendo un atto di volontà,. si libera dalla corda-cordone ombelicale che a quello lo lega, per risalire in superficie a ri-nascere: “La mia volontà ha scelto la vita.”.

Dal controllo delle pulsioni vitali alla liberazione del vivere totale, da creatura monca a persona, dalla protezione della dimidiazione al rischio dell’individuazione, dalla mortificazione all’affermazione, dalla parzialità alla totalità, dalla negazione di una parte di sé all’accettazione di ogni parte di sé (istinto, sesso, desiderio, sentimento), dal nascere al rinascere.
«Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sè» (Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera).

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Quella paura di vivere, quella difficoltà di individuazione per la natura femminile è sempre in agguato. Nelle ultime sequenze, quando cade in mare, Ada per un attimo vorrebbe restare sott’acqua accanto al suo pianoforte, quasi un grembo materno dal quale non uscire («È una strana ninna nanna, ma è così, ed è mia»): una tentazione, quella di restare in ombra, quasi una fascinazione per il proprio lato oscuro, quale pulsione verso l’annullamento di sé. È l’ancestrale dicotomia della donna tra libertà e bisogno di protezione, tra autonomia e soggezione, tra individualizzazione e senso di colpa/dipendenza , eredità di secoli di inferiorità indotta e subita, tanto da sentirsi in colpa nell’emergere, tanto da credere indispensabile una protezione/annullamento di sé anche nella relazione amorosa.

Tutto il film è un procedere dal controllo, alla libertà dell’individuazione.
Oltre a non parlare, Ada manifesta il controllo negli abiti, nella pettinatura di trecce attaccate al capo quasi come circuiti cerebrali, il cui groviglio rappresenta il groviglio dei sentimenti che si dibattono in lei. Alla paura/protezione di Ada corrisponde l’amore possesso/violenza di Stewart, il marito, che non accetta e non accoglie ogni parte della sua sposa, per il quale l’amore è tanto più controllo e dominio quanto più forte sente l’attrazione per la potenza della natura femminile, ai suoi occhi oscura in quanto temuta. Il rischio è dietro l’angolo: per proteggere la moglie le si può tarpare un’ala, un dito, come anche la rappresentazione scenica di Barbablù, inserita nel film, ci suggerisce premonitoriamente.

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L’individuazione finale, invece, si evidenzia nella nuova relazione amorosa, libera e completa, luogo in cui essere totalmente se stessi, nello staccarsi dal pianoforte (simbolo della vecchia sé), nell’iniziare ad esercitarsi a parlare. Alla libertà/individuazione di Ada corrisponde l’amore di Baines che accetta e accoglie ogni parte della sua amata, specie la parte nascosta e potente della sua natura femminile.
Nella lunga contrattazione tra Ada e Baines questi, di volta in volta, tasto per tasto, riconsegna Ada a se stessa.

La bellezza e particolarità di Lezioni di piano si ritrova, oltre che nella tematica, anche nel modo di rappresentare scelto dall’autrice. In sintonia con il conflitto esistenziale trattato nella narrazione, che altrimenti avrebbe l’andamento di un semplice mélo romantico, la Campion inserisce particolari spiazzanti che irrompono nella visione filmica, cambi di prospettiva che da lineare si diversifica inaspettatamente, tanto da potersi parlare di vera e propria “estetica della frattura” (Marcello Paolillo, Il Cinema di Jane Campion).

Per indicare il passaggio di Ada dall’Europa alla Nuova Zelanda, la macchina da presa passa bruscamente da scene di vita reale all’immagine della canoa che solca il mare con una ripresa effettuata sotto la superfice dell’acqua: uno stacco netto, un brusco cambio di prospettiva, una “frattura” nella visione che conferisce al film suggestioni e ritmi insoliti. E ancora: gli abiti ottocenteschi imbrigliati tra i rami della scura foresta neozelandese, gli stivali immersi nel fango, Flora che vomita sulla spiaggia, Ada che crolla nel fango con il vestito rigonfio come una nera medusa, la sua caviglia stretta attorno alla fune, il suo corpo sott’acqua accanto al pianoforte, il primo piano del suo viso sospeso sotto la superficie del mare.

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Si rappresenta la realtà ma anche ciò che è sotto l’apparenza del reale, quella cifra psichica fatta di sogni, paure, premonizioni, per rendere visibile l’inquietudine che si dibatte nell’intimo, tra ragione e follia, tra libertà e sottomissione.
Tale “frattura” si ritrova anche nelle scelte degli attori protagonisti, Holly Hunter e Harvey Keitel.
«Mentre lo stile epico del film e del paesaggio suggeriscono un’opera appartenente al genere romantico, i personaggi sembrano invece assolutamente reali. Uno dei cliché dello spirito romanzesco consiste nel fatto che le sue eroine sono bellezze di tipo classico, mentre io volevo che i nostri attori avessero una connotazione realistica tale da negare il puro romanticismo.»

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La connotazione ad un tempo romantica e realistica si ritrova in un ulteriore elemento narrativo centrale del film: la musica di Michael Nyman, una musica classica e attuale al tempo stesso, lirica e colta, semplice e comunicativa, romantica ma con venature attuali, proprio come Ada, al tempo stesso eroina dell’800 ma  anche donna di oggi, appartenente ad un non-tempo psichico eterno.

«Penso sia la prima volta che cerco di usare il cinema emotivamente. Ho cercato di usare la macchina da presa per descrivere i sentimenti in modo poetico, lirico. In passato ho cercato di lavorare contro tutto questo. Ho cercato stavolta di usare la macchina da presa non per attirare l’attenzione su di essa, ma per creare le emozioni e i sentimenti di cui la storia stessa è fatta.»

About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto una trasmissione sul cinema "Sold Out Cinema" su Controradio Bari.

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