SPECIALE WES ANDERSON – RUSHMORE

wes copertina

rushmoreRegia: Wes Anderson
Anno: 1998
Origine: USA
Durata: 92′

 

 

 

Siamo nell’ottobre del 1998, nelle sale cinematografiche d’oltreoceano spopolano Jackie Chan e Chris Tucker con l’umorismo demenziale di Rush Hour, mentre i botteghini sono ancora storditi dalla pioggia di milioni (e meteoriti) di Armageddon. Nulla di memorabile insomma. In quei giorni si affaccia timidamente sugli schermi Rushmore, opera seconda del talentuoso autore texano Wes Anderson, scoperto solo quattro anni prima al Sundance di Redford con il suo esordio Bottle Rocket, suo corto divenuto poi lungometraggio. Scritto assieme al sodale Owen Wilson, Rushmore si innesta nel filone delle dramedy, che diverrà con gli anni  il genere d’elezione per Anderson, grazie al quale veicolerà il suo ironico cinema corale costellato da ragazzini e adulti insoddisfatti e famiglie disfunzionali .

rushmore teatroFin dalle prime inquadrature  Anderson confessa  il suo amore per il teatro, mai sopita passione giovanile. Il sipario si apre sulla Rushmore Academy, sullo schermo, questa immaginaria scuola privata americana che dà il titolo al film nonché Teatro delle vicende dell’eccentrico quindicenne Max Fischer, ben interpretato da Jason Schwartzman, al suo debutto cinematografico.
Max è uno studente scolasticamente sfaticato, entrato alla Rushmore grazie a una borsa di studio presa per un testo teatrale scritto in tenera età, più a suo agio con attività extracurricolari, nelle quali eccelle, che con i corsi scolastici veri e propri, tanto da essere minacciato di espulsione per scarso profitto dal borioso preside Guggheneim, incarnato sullo schermo da Brian Cox. Fondamentale per l’economia del racconto è l’ingresso in scena del magnate dell’acciaio e finanziatore della Rushmore Herman Blume, un redivivo Bill Murray in gran spolvero per l’occasione, la cui carriera in quegli anni languiva fra film sbagliati e ruoli di scarso spessore. Il giovane Fischer, adolescente atipico, rimarrà folgorato dall’incontro con il maturo Hermann, trovando inizialmente in lui un sincero amico. Ma il rapporto fra i due sarà destinato ad incrinarsi con l’arrivo nelle loro vite della signorina Rosemary Cross, giovane donna da poco vedova e maestra elementare della Rushmore, della quale s’innamorerà non corrisposto il nostro  protagonista e che, come nella tradizione delle più classiche commedie sentimentali, finirà fra le braccia di Blume.

Anche se solo al secondo lungometraggio, Anderson dimostra una personalità non comune, dirigendo questo suo stravagante romanzo di formazione con originalità e sarcasmo; sono infatti presenti in nuce molti elementi che caratterizzeranno la sua filmografia futura.

rushmore 2Primo fra tutti, l’ intelligente  e ironica scrittura, grazie alla quale scandisce sapientemente la storia, componendo e scomponendo rapporti lungo tutto l’arco narrativo del film, tratteggiando personaggi unici e fra loro speculari, come Max, il giovane inquieto che si affaccia alla vita e all’amore, e il compassato e disilluso Herman, classico adulto che nasconde un carattere infantile (figure che torneranno spesso nel cinema di Anderson), senza contare i comprimari, ridotti quasi mai a macchiette fini a se stesse.

Punto forte del film, però, è senza dubbio la regia minimalista ma attenta ad ogni singolo particolare: Anderson immerge i personaggi di questa atipica teen comedy in una malinconica atmosfera fiabesca, supportato anche dal fidato direttore della fotografia Robert Yeoman (che seguirà il regista in tutti i suoi successivi lavori): alterna lunghe carrellate a campi medi più convenzionali, dosando con parsimonia tinte pastello ad ogni fotogramma. La colonna sonora è antologica, scelta dal regista e dal compositore Mark Mothersbaugh, e spazia dai graffianti Rolling Stones di I am Waiting, a Cat Stevens e Bach nella sequenza piu cupa, nella quale Max scopre della relazione fra Rosemary ed Herman, fino ad arrivare all’esplosione rock degli Who durante la quale si consumano le reciproche vendette fra Herman e il ragazzo.

All’epoca non fu un grande successo commerciale, 17 milioni di dollari incassati a fronte di 20 spesi per la produzione, ciò non toglie l’indubbio valore artistico del film, una delle più riuscite, divertenti e malinconiche commedie degli anni ’90, rivelatrice del talento di Anderson al grande pubblico.

Rushmore_3

di Daniele Benfenati

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