SPECIALE WES ANDERSON – IL TRENO PER IL DARJEELING

wes copertina

immpg2Titolo Originale: The Darjeeling Limited
Regia: Wes Anderson
Origine: Usa
Anno: 2007
Durata: 104’

 

 

«Chissà se noi tre avremmo potuto essere amici nella vita. Non come fratelli, ma come persone. Probabilmente avremmo avuto più chance, direi».

Se è vero che l’autore è colui che ritorna costantemente sulle sue personali ossessioni, con cifra narrativa personale e riconoscibile, Il treno per il Darjeeling, quinto lungometraggio di Wes Anderson (presentato in concorso alla 64° mostra del cinema di Venezia dove ha vinto il premio della giuria giovani Agis scuola), ne costituisce un chiaro esempio.

La trama è questa: ad un anno dalla morte del padre, i  tre fratelli Whitman, Francis (Owen Wilson), Peter (Adrien Brody) e Jack (Jason Schwartzman), si ritrovano per un viaggio in India, occasione di rinnovamento del reciproco legame e di incontro con loro madre (Anjelica Huston).

Le tematiche care al regista (famiglia e viaggio, fisico o psichico che dir si voglia) sono quindi entrambe presenti.
La famiglia, come sempre, è disfunzionale e frastagliata. Il viaggio, metafora e scenario archetipico dei racconti di formazione, è ambientato in India, luogo esotico dell’immaginario avventuroso infantile-adolescenziale e successivamente, dall’epoca dei Beatles in poi, della ricerca spirituale.

imagesIl film è preceduto da un prequel di soli 13 minuti dal titolo Hotel Chevalier. Il set è un hotel parigino (l’Hotel Raphael) dall’atmosfera elegante e rarefatta, dove viene ripreso l’incontro tra Jack e la sua ex/non proprio ex (Natalie Portman). Forse più che un vero e proprio prologo, è un divertissement, omaggio alla capitale francese dove lo stesso Anderson, insieme a Roman Coppola e Jason Schwartzman , ha scritto la sceneggiatura originale del film.

 

Il lungometraggio si apre con una panoramica in esterni che ci porta subito nel cuore della location, l’ India, «un luogo che ha la meglio su di te, grazie ad un potere che anche noi della troupe abbiamo avvertito», come ha dichiarato l’autore. A differenza degli altri film, in cui le ambientazioni sono state costruite minuziosamente, in questo caso il percorso del regista è stato differente. «Cercavo soprattutto di scoprire quel che c’era lì in India. Tutto quel che c’è dinanzi alla cinepresa è quel che abbiamo scoperto, più che qualcosa che abbiamo realizzato. Ho cercato di mantenere il processo di creazione il più possibile vicino alla storia raccontata: tutti noi eravamo in un luogo distante e stavamo insieme».

il treno 2Si passa quindi all’inquadratura di un uomo (Bill Murray), che molto probabilmente rappresenta il padre dei tre Whitman, defunto un anno prima; è ripreso in un taxi mentre si dirige in tutta fretta alla stazione ferroviaria e correndo cerca di prendere un treno appena partito. Durante la corsa viene affiancato da Peter (Adrien Brody) che, in un ideale passaggio di testimone, riesce a saltare sul treno mentre Bill Murray simbolicamente resta a terra. La musica extradiegetica da indiana e frenetica si converte in un brano degli anni ’70 dei Kinks, mentre dalla velocità della corsa si passa al ralenti nel momento del sorpasso; sono tutti elementi che da subito ci offrono il senso e la cifra narrativa tipica di Wes Anderson.
Salito sul convoglio, Peter arriva allo scompartimento “40/41 Whitman” dove i tre fratelli finalmente si incontrano per affrontare una situazione di emergenza, come Francis, ideatore ed organizzatore del viaggio, dichiara: «Io ho la faccia quasi distrutta, Jack ha il cuore ridotto quasi a brandelli e “massaggino” (Peter) diventerà papà…diamoci dentro

Le riprese si spostano quindi all’interno del treno, scenario di una serie di eventi esilaranti, per una durata totale di 40 minuti prima del successivo stacco esterno. «Ho sempre voluto realizzare un film su un treno perché mi piace l’idea di una location in movimento, che procede in parallelo con la storia»: è un movimento reale quello realizzato nell’opera, come si nota dal paesaggio in continua mutazione che si vede dai finestrini delle carrozze.
Nella realtà non esiste un treno per il Darjeeling, essendo quello del film il risultato dell’estro creativo di Anderson. Integralmente costruito in studio, è stato decorato dai pittori dei colorati camion indiani di Jaipur ai quali il regista si è ispirato, facendo dipingere sui vagoni scene del film. Come se non bastasse anche gli interni, dalle tappezzerie alle tovaglie ai piatti, sono stati realizzati appositamente a mano, con estrema cura del dettaglio estetico e della scenografia, che ricorda le illustrazioni fantastiche dei libri per bambini. Altrettanto minuziosa è la composizione di oggetti e colori all’interno dei quadri di ripresa e la realizzazione degli abiti, opera del premio Oscar Milena Canonero. Persino il set di valigie è stato creato per l’occasione da Marc Jacobs per Louis Vuitton con loghi, iniziali incise e decorazioni simili a quelle realizzate per gli scompartimenti.

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Non a caso Wes Anderson è uno dei pupilli delle griffe internazionali. L’attenzione da lui riservata allo styling dei personaggi, così come alle scenografie, quasi set fotografici o location di boutique di lusso, ricrea un ambiente riconoscibile, che esprime “appartenenza ad un mondo”, concetto che l’industria della moda nelle sue ultime tendenze sta facendo sempre più suo.
A ciò si lega una propensione al controllo che si esprime nelle stesse scelte registiche tramite una disposizione precisa, quasi maniacale, di persone ed oggetti all’interno delle inquadrature, dove i personaggi sono ripresi come in posa per una foto, con un’evidente ossessione per la simmetria,  quasi a voler ricreare un ordine ideale almeno lì dove si può.

Ritornando alla trama: i tre fratelli finalmente si riuniscono e subito Francis, il maggiore, proclama l’ambizioso programma di viaggio: «a) dobbiamo tornare ad essere fratelli come una volta, ritrovare noi stessi e ripristinare un legame; b) questo viaggio deve essere un percorso spirituale in cui ciascuno di noi va verso l’ignoto per capirlo meglio; c) dobbiamo aprirci completamente e accettare ogni cosa anche se sarà dolorosa o sconvolgente.»
Ovviamente una serie di vicende impreviste e dallo humour surreale fanno sì che il piano venga disatteso, ma solo apparentemente, giacché i tre Whitman iniziano gradualmente ad allentare il controllo, illusione di libertà, riaprendosi alla vita, con ciò, di fatto, realizzando i propositi iniziali dichiarati da Francis.

Anche Anderson , secondo di tre fratelli ed ex nerd, proviene da una famiglia frastagliata come quelle rappresentate nelle sue opere. Se nel percorso di crescita ci si confronta con un modello privo della solidità e compattezza che vorremmo e che non ci appartiene, tanto più nel processo di individuazione si manifesterà tutta la paura del vuoto, dello stare soli. I tre fratelli Whitman infatti sono ripresi sempre fisicamente vicini, se non vicinissimi in quasi tutte le inquadrature: seduti nello scompartimento, in preghiera nel tempio, in sella ad una moto. L’horror vacui viene esorcizzato da parole, tante, troppe, continue, da medicine ossessivamente assunte, da una organizzazione maniacale del tempo sì da non lasciare nemmeno un secondo al caso.

il treno«Io avevo la sensazione che questi fratelli a un certo punto si fossero fissati con l’idea di ottenere qualcosa dalla madre, qualcosa che lei non era pronta a dare. Ma non so se hanno proprio il diritto di pretenderlo. In un certo senso la storia descrive come i tre fratelli arrivano a capire che devono fidarsi di se stessi, senza cercare all’esterno per avere delle risposte» dichiara il regista.
Infatti nei due snodi narrativi fondamentali del percorso dei protagonisti non si parla, per lo meno non nevroticamente, ma ci si ascolta, si accoglie, si comprende, si riparte.
Il primo di questi snodi è la lunga sequenza del tentativo di salvataggio di un bambino da parte di Peter, (purtroppo fallito), cui segue il suo funerale. Condividendo lo spirito di naturale accettazione della morte espresso dagli indiani, i Whitman ricompongono l’esperienza della perdita di loro padre (anch’egli defunto in un incidente) che nevroticamente avevano bypassato per occuparsi del recupero della sua Porsche, come ci viene mostrato nella sequenza in flash back inserita in questo punto del film.
Il secondo, verso la fine, è quello dell’incontro con la madre Patricia, diventata suora cattolica in un monastero isolato.
–  Quante cose non sappiamo gli uni degli altri, vero?
–  Tu dovevi essere al funerale. Ci manchi.
– Non volevo venire al funerale. Io qui ci vivo…hanno bisogno di me qui.
– E noi allora?
– Non conosco le risposte a queste domande e non mi vedo in questo modo…il passato è accaduto ma è passato, vero?
– Per noi no.
– Forse riusciremmo ad esprimerci più pienamente se lo dicessimo senza parole…vogliamo provare?

Inizia quindi una ripresa circolare di primissimi piani dei protagonisti che si evolve con una carrellata di tutti i personaggi del film, ciascuno ripreso nel suo scompartimento del treno (ricostruito con una scenografia evocativa di quel personaggio), come se vedessimo in progressione tutte le stanze di un ideale casa delle bambole sognata nella nostra infanzia: uno dei motivi per cui si ama Wes Anderson.
La sua cifra sognante fa in modo che le tematiche della crescita, del distacco, della difficoltà dell’individuazione, del fardello di una famiglia scomposta che sicurezza non ha e non dà, vengano affrontate con occhio sognante, surreale, rappresentando un mondo incantato nel quale ci si rifugia, un mondo dove non c’è mai un vero cattivo, dove la sceneggiatura è brillante e le situazioni esilaranti, un posto dove sentirsi per quanto possibile al sicuro.
Gradualmente, nel percorso verso se stessi, i tre fratelli si liberano dalle difese che impediscono loro di essere liberi: Francis si toglie le bende (sebbene parzialmente), Peter chiama la moglie e compra un regalo per suo figlio prossimo alla nascita accettando la responsabilità di crescere; Jack chiama la sua ex e riprende la relazione.

il treno treInfine, nell’ultimo tratto del viaggio, si liberano anche del set di valigie appartenuto al padre, metafora più che evidente dell’attaccamento al passato che spesso ci impedisce di prendere il volo. Nella sequenza finale al ralenti, simmetrica alla prima, corrono, questa volta tutti e tre, vicini ma distaccati, per prendere l’ennesimo treno, con la musica dei Rolling Stones di sottofondo.

Wes Anderson riesce ad esprimere come pochi la particolare unicità del rapporto tra fratelli, un rapporto che può essere feroce per dura schiettezza nel buttarsi le verità in faccia, giacché nessuno meglio di un fratello conosce le tue stesse radici e quindi i tuoi/suoi punti deboli e di forza, e a nessuno è concesso riderne all’infuori di lui. Non c’è parola, anche dura, non c’è lite che possa eliminare il legame, nel bene e nel male, specchio della identità primigenia e della prima coscienza di sé.

Forse sì, forse alla fine Francis, Peter e Jack Whitman ce la fanno ad essere, oltre che fratelli, amici.

 

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About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto una trasmissione sul cinema "Sold Out Cinema" su Controradio Bari.

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