STILL ALICE

la_ca_1202_still_aliceRegia: Richard Glatzer, Wash Westmoreland; Interpreti: Julianne Moore, Kristen Stewart, Alec Baldwin; Origine: Usa; Anno: 2014; Durata: 99’

Alice Howland (Julianne Moore) è una professoressa di linguistica alla Columbia University. E’ sposata con John (Alec Baldwin), professore di chimica, ed ha tre affezionatissimi figli già autonomi (Anna/Kate Bosworth, Tom/Hunter Parrish e Lydia/Kristen Stewart). Al compimento del 50° anno di età, durante la sua solita ora di footing per le vie di New York, ha un momento di totale smarrimento: non riconosce luoghi più che familiari, mentre un atroce senso di alienazione le prende l’anima. Il medico le diagnostica una forma genetica di Alzheimer precoce.
Alice non si arrende, si esercita e continua a coltivare i suoi ricordi, ma nonostante il suo impegno nel contrastare il male, nel giro di tre anni il suo mondo progressivamente e ineluttabilmente si scolla. Solo l’amore potrà restituire un senso alla sua identità.

Still Alice, opera a quattro mani dei registi Richard Glatzer e Wash Westmoreland, è tratto dall’omonimo romanzo della neuropsichiatra americana Lisa Genova (best seller del New York Times per ben 44 settimane).

La tematica del dolore non è semplice, specie quando si tratta di un dolore muto quale quello dell’Alzheimer. Alle prime avvisaglie del male, Alice cerca di tranquillizzarsi pensando “Sarà la menopausa“; in fondo perdere il telefono, non ricordare una parola durante la lezione fa parte del normale processo di invecchiamento. Ma nel momento in cui gli episodi si ripetono, in particolare rispetto alle parole, ambito che padroneggia, decide di affrontare la verità di una diagnosi così terribile. Come un naufrago che si appiglia a qualsiasi cosa gli permetta di galleggiare, Alice si esercita segnando, componendo, ripetendo i vocaboli, continua ad insegnare, riporta la sua esperienza parlando ad un congresso dell’associazione malati di Alzheimer, riunisce la sua famiglia cucinando per tutti, soprattutto continua a coltivare i suoi ricordi che fanno di lei ciò che ha voluto essere. Fino a quando sente che “Posso vedere le parole che galleggiano davanti a me e non posso raggiungerle. Non so più chi sono e cosa perderò ancora. Odio quello che mi sta succedendo.”. Chi è Alice ora che non ricorda pezzi interi della sua vita? E’ ancora Alice? Banco di prova per chi  vive questa esperienza sia direttamente che indirettamente, la malattia tra l’altro impone una riconsiderazione delle modalità relazionali (non più scandite dalle parole, ma da gesti amorevoli, come suggerisce l’ultima sequenza del film). Lydia, la figlia minore di Alice, grazie alla sua fine sensibilità comprende che solo l’amore trova strade diverse dalle parole per arrivare al cuore del malato, unico modo per riuscire a comunicare con chi è altrove, per restituire un senso all’identità perduta, permettendole di sentire “sono ancora io“.

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Ma se trattare del dolore con rispetto e senza cadere nel pietismo (cosa nella quale i due registi di Still Alice riescono) non è impresa facile, il non affondare e sporcare la lama nella sostanza corrosiva e maleodorante che si vuole rappresentare è un limite altrettanto (se non più) sgradevole.

La rappresentazione che gli autori scelgono è una versione edulcorata e addomesticata di una malattia devastante che proprio per la sua atrocità riesce a colpirci anche se raccontata, come in questo caso, con toni medio soft. L’Alzheimer, più del cancro, rappresenta oggi la nostra più grande paura, il tabù inconfessabile con il quale riesce difficile confrontarsi, forse anche perchè la nostra è una società incentrata sull’individualismo, orientata alla costruzione e al potenziamento dell’Io, anzi quasi di un superbo super Io, che la malattia azzera totalmente.

In Still Alice sembra quasi che nel non rassicurare si voglia in qualche modo rassicurare tramite un tono narrativo morbido che ci fa sembrare questa patologia (a torto) meno cattiva, meno temibile. Forse il limite è insito già nel romanzo, ma di fatto anche nel film la tragedia del male muto viene in qualche modo solo sfiorata. La narrazione filmica rappresenta bene il progressivo spaesamento di Alice, ma quasi nulla di quegli «strani» comportamenti che portano ad una progressiva perdita di dignità; nulla di come la gestione del malato sia ancora totalmente sulle spalle delle famiglie, spesso devastate praticamente ed emozionalmente (l’Alzheimer non è stato ancora dichiarato malattia sociale). Altri film hanno affrontato questo tema con maggiore efficacia, con meno filtri, con più durezza forse, necessaria se la verità si cerca. Primo fra tutti  Amour di Michael Haneke (Premio Oscar 2013), ma anche  Lontano da Lei di Sarah Polley (2006) e Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati (2010).

A questo registro sommesso fa da contraltare una regia altrettanto piatta, che sceglie di mettere semplicemente al centro di quasi ogni inquadratura Alice/Julianne Moore, ripresa in primo o medio piano, a figura intera, di profilo, di spalle, riflessa nello specchio o nel suo pc (forse una delle sequenze più interessanti per l’effetto tangibile di alienazione a sé stessi provocato dalla malattia), dove gli altri interpreti sono in secondo piano, a volte quasi trasparenti, ad eccezione della brava Kristen Stewart alla quale viene concesso un po’ di spazio.

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A questo punto è legittimo chiedersi se ci sia qualcosa da salvare in Still Alice. Ebbene sì, quel qualcosa c’è e si chiama Julianne Moore. La sua è l’ennesima grandiosa interpretazione (dopo quella eccelsa in Maps to the stars di Cronenberg) e tanto l’intero film si regge su di lei da far sorgere la maliziosa idea che il tutto sia un’operazione studiata a tavolino al fine di permetterle di raggiungere finalmente l’ambita statuetta dell’Oscar (per la quale è super favorita avendo tra l’altro già vinto il Golden Globe per questo ruolo), che la collocherebbe alla pari con la regina Meryl Streep (con la quale solo lei può di fatto competere).

Julianne-Alice, anticonvenzionale sia come bellezza, che nelle scelte artistiche, bravissima nel rendere il progressivo spegnersi e svuotarsi muto della malattia, lavora per sottrazione fino a riuscire a rappresentare un volto azzerato come la mente quando è privata dei suoi ricordi.

Voto: 7

About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto una trasmissione sul cinema "Sold Out Cinema" su Controradio Bari.

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