IDA

idaRegia: Pawel Pawlikowski; Interpreti principali:  Agata Kulesza, Agata Trzebuchowska, Joanna Kulig, Dawid Ogrodnik; Anno:2013; Origine: Polonia-Danimarca; Durata:80′

La storia di Anna-Ida che, ad un passo dal prendere i voti nel convento dove ha vissuto sin da piccola orfana, incontra per la prima volta sua zia Wanda. Insieme le due donne compiono un viaggio verso le loro origini, con epiloghi differenti.

Ida (Premio Internazionale della Critica Toronto International Film Festival, Grand Prix London Film Festival e fresco vincitore come Miglior Film agli European Film Award) è il quinto lungometraggio del regista polacco Pawel Pawlikowski (classe 1957), ma il primo girato in Polonia, Paese da lui lasciato in adolescenza per traferirsi prima in Italia e Germania, quindi definitivamente a Londra, dove le sue opere hanno ricevuto importanti riconoscimenti (Last Resort, del 2000 e My Summer of Love, del 2004, sono state entrambe premiate con il Bafta).

Siamo in Polonia, nel 1962. Il regime c’è ancora anche se nelle sue maglie slabbrate si inseriscono musica jazz, autostop e donne emancipate. La storia è al femminile: protagoniste due donne tra loro profondamente diverse nella cui psicologia si entra e si indaga. Da un lato la giovane Ida (l’esordiente Agata Trzebuchowska), che non ha conosciuto quasi niente della vita in generale, e della sua in particolare, novizia ad un passo dal prendere i voti. Dall’altro, la zia Wanda (Agata Kulezsa), una cinquantenne cinica ed indipendente, dalla forte e dura vitalità, giudice con un passato di antifascista e donna del regime. Nell’incontro con l’altra, ciascuna delle due trova il coraggio/ l’opportunità di ritornare alle proprie radici dolorose, se non del tutto ignorate.
Questo incontro ineluttabile comporta epiloghi diversi nei rispettivi percorsi esistenziali.

ida2Se per Wanda la chiusura del cerchio nel fare i conti con il proprio passato (e con il sospeso doloroso che comportava) si traduce in un’assenza di senso nel presente, per Ida, che in convento aveva nome e credo differenti da quelli che scopre come suoi in origine (era Ida, non Anna; era ebrea, non cattolica), il viaggio verso le proprie radici, finalmente svelate, aggiunge un tassello fondamentale nella composizione dell’Io. E ciò è punto di partenza per l’ulteriore esplorazione di sé, fino alla verifica dell’autentica adesione alla conversione.

L’incontro con una personalità femminile così diversa da lei quale sua zia Wanda, diventa per Ida occasione per addentrarsi nella sua parte femminile fino a quel momento oscurata. Nella trasformazione da suora senza corpo a donna con i capelli sciolti, i tacchi, l’abito fasciato, si concede il sesso e incontra forse anche l’amore. Permane in lei una domanda «E poi?» nella quale risiede tutto il senso della sua scelta, questa volta autentica giacché scaturita da una reale alternativa possibile. La presenza di Dio vissuta nella conversione, infine, le corrisponde autenticamente, più dell’essere donna nella società che si è permessa di conoscere.

439620_1Ma il regista non sceglie soltanto temi impopolari (donne e fede): racconta con modalità narrative decisamente insolite, scegliendo di procedere per sottrazione fino a raggiungere quella classica essenzialità che contraddistingue maestri quali Kieslowski, Zanussi e ancor prima Dreyer, veicolata da immagini che ai nostri occhi di spettatori viziati dall’eccesso visivo rimangono più impresse di mille effetti speciali.
«Non faccio film politici. Il mio film mostra un mondo a parte, lontano dal realismo, una meditazione senza tempo» dichiara Pawlikowski.

In sintonia con questa intenzione, il formato dello schermo è ridotto, com’era nell’era classica del muto (già utilizzato in The Artist di Michel Hazanavicius), la sceneggiatura scarna, la macchina da presa poco mobile, la profondità di campo scarsa. L’autore sceglie di girare in bianco e nero («perché così ricordo quel periodo in Polonia»), componendo le inquadrature con estrema cura ed insolita sistemazione degli elementi, con lo stesso occhio che è stato del maestro Antonioni. Lasciando sempre molto spazio su un lato o sopra i personaggi, i cui volti o corpi risultano il più delle volte tagliati, quasi mai ripresi per intero (se non in campo lungo), sembra che si voglia rappresentare una distonia, una non completezza delle identità.

Solo nella sequenza finale Ida, mentre compie il percorso opposto a quello inziale, viene ripresa al centro della scena, in movimento, con un piano sequenza a ritroso, mentre ritorna in convento, con il commento extradiegetico della suggestiva cantata di Bach (Ich ruf zudir, herr Jesu Christi): vive finalmente la vita che ha scelto.
Ida è un film spirituale, come una rosa in una distesa di neve, con una cifra narrativa personale ed inusuale dalla cui sottile fascinazione è fortemente consigliato lasciarsi avvolgere.

Ida, Sundance Film Festival 2014

 

About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto una trasmissione sul cinema "Sold Out Cinema" su Controradio Bari.

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