BLUE JASMINE

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Regia: Woody Allen
Origine: Usa
Anno: 2013
Durata: 98’

Jasmine-Jeanette, dai fulgori della corte di Madison Avenue-Manhattan alle miserie della normalità di San Francisco.
Film n°46 per Woody Allen, chiaramente ispirato al dramma Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams (da cui l’omonimo film di Elia Kazan del 1951), in puntuale e rassicurante uscita nel periodo pre-festivo natalizio. In realtà, Blue Jasmine di rassicurante ha ben poco.

Jeanette (Cate Blanchett), figlia adottata ed amata da genitori che riconoscono in lei «un gene superiore», abbandona gli studi all’ultimo anno del college per seguire Hal (Alec Baldwin) un finanziere-riccone-imbroglione della Manhattan da bere, conosciuto ad un party mentre suonavano Blue Moon (celeberrimo brano del 1937 di Rodgers e Hart, da cui il titolo del film). Hal le assicura lussi, sfarzi, Hamptons e gioielli sberluccicanti per ogni tradimento che parimenti le riserva.
La vita è bella, ma la bella vita lo è ancor di più, pensa Jeanette, talmente a suo agio in questo ruolo, da cambiare il suo «troppo ordinario» nome in Jasmine «per rievocare il notturno gelsomino» e da non accorgersi, (o meglio, decidere di non accorgersi), di tutto ciò che potrebbe interrompere questo bel gioco, dagli affari poco chiari del marito ai suoi tradimenti seriali. Semplicemente «si gira dall’altra parte», come afferma sua sorella Ginger (Sally Hawkins): la posta in gioco è troppo alta per rischiare di perderla con una presa di consapevolezza.
Finché il caso, che non è mai casuale, sferza il suo colpo e Jasmine si ritrova ad essere nuovamente Jeanette. In un sol botto perde tutti i privilegi acquisiti e con i suoi vestiti Chanel, le sue scarpe Vivier e le sue valige Vuitton con iniziali incise –  ultime vestigia degli antichi splendori – sbarca a San Francisco a casa della sorella Ginger, (che al bel mondo certo non appartiene), divorziata con due figli, cassiera in un supermercato con rustico fidanzato al seguito.

Lo sbalzo spazio-tempo-emozionale è troppo forte per essere retto da una donna che per tutta la vita ha cercato la soluzione fuori e non dentro sé. La benedetta crisi potrebbe essere una buona occasione per iniziare finalmente a crescere. Jeanette, anche se con un piano squinternato, ci prova: si iscrive ad un corso di computer, trova lavoro in uno studio dentistico come segretaria, ha ambizioni d’arredatrice. Ma la tentazione di ricadere nella soluzione “esterna”, che le sembra la più facile – anche perché è l’unica che ha praticato – è più forte. Ad un party aggancia una perfetta preda da inserire in questo schema e tira un sospiro di sollievo: può riprendere ad essere Jasmine, almeno fino all’implosione finale di questa recita che non regge il confronto con la verità.

Il continuo ondeggiare tra Jeanette e Jasmine, tra la finzione e la realtà, tra il dipendere dagli altri e la libertà dell’autonomia, tra l’avere e l’essere, è la nota dominante della protagonista, che passa da una condizione all’altra in un valzer incessante e sfibrante, fino alla totale alienazione.
La giacca Chanel, alla quale Jasmine è letteralmente abbarbicata, pur sgualcita e con gli aloni di sudore, diventa l’emblema di un’identità che la protagonista non vuole perdere, quasi il costume di una recita ossessivamente rappresentata e nella quale definitivamente si rinchiude come in una gabbia. Un personaggio tragico infine, ben tratteggiato e ancor meglio interpretato da una splendida Cate Blanchett, bravissima in questo continuo passare dal sogno alla realtà-incubo, da wasp snob a donna – più che sull’orlo – sprofondata in una crisi di nervi, dal cinismo da Park Avenue alla sincera ingenuità naive del credere ancora nella favola di Cenerentola prescelta dal bel principe mentre suonano Blue moon.

Eppure tutto questo non basta a far sì che questo film ci conquisti.
I toni da commedia raggiungono momenti di intensa ironia ed ilarità in almeno un paio di scene (quella in cui Ginger presenta a Jasmine il suo fidanzato Chaz e l’amico di lui vorrebbe proporle di uscire e quella in cui Jasmine fa da baby-sitter ai due bambini della sorella, intrattenendoli con il racconto della sua vita ed annessa filosofia, senza operare alcun filtro)…ma si tratta di una commedia?
In realtà sembra che il regista abbia mantenuto il tono leggero solo per ridicolizzare, se possibile, il personaggio di Jasmine verso il quale non dimostra di nutrire, se non simpatia, nemmeno compassione.
Il suo sorriso sincero è invece per Ginger ed il suo mondo, quello da cui lui stesso proviene, l’unico in cui ci sono verità, libertà e buoni sentimenti.

Ma la dicotomia manichea nella quale si ricade, il giudizio tranciante, un po’ frettoloso e senza mezzi toni, rappresenta, infine, un’estrema semplificazione delle persone e dei rapporti e finisce per farci formulare delle riserve verso l’opera.
A tale semplicistica tesi corrisponde il consueto modo di raccontare di Allen: dai movimenti della macchina da presa alle location, dal commento musicale al ritmo del montaggio e dei flash back, siamo in presenza delle modalità proprie di questo regista, sulle quali sembra però essersi comodamente seduto, fiaccando l’opera nel suo complesso, che in più di un tratto diventa noiosa e prevedibile.

Certo, il caro Woody ha recuperato terreno dal tonfo di From Rome with love (uno dei suoi film più inadeguati), dimostrando così di riuscire meglio quando racconta ciò che realmente conosce, ma la conclamata tendenza al luogo comune, senza ricerca di quell’oltre nei significati e nell’utilizzo della macchina da presa, rappresentano i motivi per cui Blue Jasmine non convince del tutto.
Vale comunque la pena vederlo, se non altro per il personaggio di Cate-Jeannine, cui il film si affida interamente, che ci fa riflettere su quanto poco ripaghi investire sull’esterno!

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About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto una trasmissione sul cinema "Sold Out Cinema" su Controradio Bari.

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