THE BEATLES – EIGHT DAYS A WEEK

Titolo: The Beatles – Eight days a week; Regia: Ron Howard; Origine: Usa; Anno: 2016; Durata: 99’.

L’avventura dei Beatles focalizzata sui touring years, dal ‘62 al ‘66.

Per un vero fan dei Beatles è impossibile vedere Eight Days a week senza battere il tempo con il piede, canticchiare le strofe e accompagnare l’intera visione con un sorriso ebete sul viso.

L’aspetto che Ron Howard sceglie di indagare per questo documentario è quello, specifico, dei cosiddetti touring years dal ‘62 al ’66, periodo durante il quale i Beatles furono impegnatissimi nei concerti dal vivo (quasi unica fonte di guadagno dal momento che i contratti discografici riconoscevano loro davvero poco). Le modalità delle esibizioni conobbero un crescendo irresistibile: dalle cantine fumose di Liverpool (la celeberrima Cavern tuttora esistente) fino agli enormi stadi americani da Super Bowl, i quattro musicisti divennero veri antesignani di quanto oggi appare scontato ma all’epoca risultava strabiliante, sebbene il livello tecnico di queste mega-esibizioni non fosse certo l’attuale (si evince anche dal concerto allo Shea Stadium di New York del 1965, integralmente trasmesso dopo i titolo di coda del documentario).

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In un certo senso i Beatles erano davvero un corpo unico con quattro teste uguali, frutto di un accurato studio di immagine da parte del loro agente Brian Epstein il quale, fatti dismettere jeans e giubbotti di pelle, li aveva addobbati con abiti sartoriali tagliati perfettamente uguali, come il taglio di capelli, divenuto leggendario, quasi a rimarcare l’entità unica che essi stessi costituivano. Paul, John, George e Ringo erano la loro stessa famiglia e, tramite l’immagine da sosia, si rafforzavano uno con l’altro, come succede a tutti gli adolescenti.

Tra immagini di repertorio, fotografie (alcune davvero rare e bellissime), interviste a personaggi famosi (Whoopy Goldberg e Susan Sarandon, all’epoca ragazzine, ebbero la fortuna di andare ad uno dei loro concerti), agli stessi Beatles tuttora in vita e a esperti di musica e società che dicono la loro sulla unicità della musica e della Beatlesmania, il documentario cerca di penetrare nel fenomeno unico ed irripetibile della band di Liverpool, paragonabile solo al genio di Mozart quanto a prolificità compositiva corrispondente ad altrettanta qualità (tanti brani, tutte hit) e primo per gli effetti dirompenti sulle masse giovanili. Un fenomeno tanto nuovo ed inaspettato, inspiegabile, fuori controllo, che tutti, all’epoca, si chiedevano quanto sarebbe durato per affermare che di sicuro presto la bolla si sarebbe sgonfiata!

Il documentario, inoltre, rende noti aspetti forse ignorati dai più, come l’episodio di Jacksonville. Negli anni ’60 in alcuni stati americani vigeva ancora la legge sulla segregazione razziale alla quale i Beatles si opposero recisamente in occasione di un loro concerto a Jacksonville, rifiutandosi altrimenti di suonare. Alla fine la loro posizione fu vincente e quel concerto fu per molti giovani una prima esperienza di unione e non-apartheid.

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Sebbene i concerti non durassero più di mezz’ora, i tour erano ovviamente stressanti. Dopo sei anni di questa vita, i Fab Four non ce la facevano più (il primo a manifestare insofferenza fu George Harrison), anche perché si resero conto che erano diventati una specie di fenomeno da circo: la gente andava ai concerti per vederli, non per ascoltare la loro musica.

Dopo il concerto di San Francisco del 1966, i Beatles quindi si ritirano dalle esibizioni dal vivo per continuare a creare la loro musica in studio, dimensione ottimale e a loro consona.

Tanto forte fu avvertita tale necessità di chiudere un periodo per iniziarne uno nuovo che, a suggello del cambiamento, i vecchi Beatles letteralmente morirono per rinascere con una nuova identità, quella della Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, suggellata nell’omonimo album.

Ritornarono a suonare dal vivo solo una volta, durante la celeberrima esibizione sul tetto dello studio di registrazione della Apple Records al numero 3 di Savile Row a Londra dove il 30 gennaio del 1969 cantarono Don’t let me down, non più un corpo unico con 4 teste uguali, ma 4 esseri distinti ciascuno con vestiti e capelli diversi, infine individuati.

 

About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Nel 2013 ha frequentato il Seminario residenziale di Critica Cinematografica organizzato dalla rivista di settore I duellanti nell'ambito del Bobbio Film Festival ideato e curato dal maestro Marco Bellocchio, nonché il corso di Storia del Cinema presso l'Uniba - Università di Bari a.a.2012/2013. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, rubrica che si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto due trasmissioni sul cinema: 'Sold Out Cinema' e 'Lanterna Magica, 'entrambe su Controradio Bari. Nel 2023 ha curato la rassegna cinematografica collegata al Corso diretto dalla prof.a Francesca Romana Recchia Luciani per le Competenze trasversali dell'Università di Bari con oggetto la Violenza di genere. Nel luglio 2023 ha collaborato alla rassegna 'Under Pressure, azioni e reazioni alla competizione' e nell'ottobre 2023 ha partecipato all'evento 'Taci, anzi parla. Il punto sulla violenza di genere' con un intervento sul film 'Una donna promettente', entrambi organizzati dall'associazione La Giusta Causa. Nell'aprile del 2024 ha curato una lezione su ' Sesso e sessualità: dalle pioniere del cinema muto al cinema femminista degli anni 70' nell'ambito del corso di Letteratura di genere della prof.ssa lea Durante all'Università di Bari. Collabora con l'Accademia del Cinema dei Ragazzi di Enziteto. In particolare approfondisce i collegamenti tra gli studi di genere e cinema.

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