TAXI TEHERAN

 

Titolo originale: Taksoyuht; Regia Jafar Panhai; Origine: Iran; Anno: 2015; Durata: 82’

Un taxi percorre le strade di Teheran. Passeggeri di diversa estrazione sociale si succedono, ciascuno portatore di un diverso punto di vista sulla società in cui vive, mentre alla guida c’è lo stesso regista, Jafar Panhai, testimone e narratore della realtà scomoda e difficile del suo Paese.

Che la vita di un artista rappresenti una chiave di lettura delle sue opere è assioma quanto mai valido nel caso di Jafar Panhai (già Leone d’oro al Festival di Venezia del 2000 con Il cerchio), da sempre cantore della realtà difficile del suo Paese, l’Iran.
A causa dei suoi film, ritenuti “scomodi” dal regime iraniano, il regista è stato condannato a sei anni di reclusione (pena sospesa grazie al pagamento di una cauzione da parte della comunità artistica internazionale mobilitatasi in massa), oltre che al divieto di girare film, scrivere sceneggiature e rilasciare interviste per il periodo di 20 anni.

Ma proibire ad un regista come Panhai di raccontare è come proibirgli di respirare: «Sono un cineasta, il cinema è il mio modo di esprimermi ed è ciò che dà un senso alla mia vita. Niente può impedirmi di fare film e quando mi ritrovo con le spalle al muro, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancora più pressante, devo quindi continuare a filmare, a prescindere dalla circostanze: per rispettare quello in cui credo e per sentirmi vivo».
Ecco quindi che con Taxi Teheran, Panahi aggira l’ostacolo imposto dal regime e riesce a girare un film di altissimo livello con il minimo di attrezzatura, proprio per non dare nell’occhio: una semplice telecamera incorporata in un telefonino posizionata sul cruscotto della macchina che lui stesso guida, riuscendo, nonostante l’esiguità dei mezzi, anche a costruire inquadrature emozionanti.

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Ciascuna delle persone che si succedono nel taxi del regista è portatrice di una personale riflessione sulla società iraniana: un borseggiatore sostiene che le pene capitali debbano essere inasprite (l’Iran è seconda solo alla Cina per esecuzioni capitali); un commerciante clandestino di dvd contraffatti riveste il ruolo di operatore culturale; una bambina sveglia e curiosa (la nipote dello stesso Panhai) si dibatte tra il concetto di “realtà” e di “sordida realtà” in vista della realizzazione di un cortometraggio che sia distribuibile, come a scuola le hanno insegnato; un’avvocatessa, sospesa dal suo stesso ordine, difende i diritti di una ragazza detenuta da 108 giorni per il solo fatto di essere stata trovata nei pressi di uno stadio (che le donne non possono frequentare) mentre si disputava una partita.

Il regista è testimone delle storie che ascolta con sorriso bonario e benevola compassione e, nonostante la drammaticità della realtà narrata, un sense of humour discreto e costante pervade il racconto permettendo allo spettatore di empatizzare con esso.
Ma Taxi Teheran è anche occasione di riflessione sul cinema e sulla sua funzione: tutte le persone che si succedono nel taxi di Panhai gli pongono interrogativi e chiedono risposte: centrale è il ruolo dell’intellettuale e in particolare del cinema (che in Iran ha una grande tradizione), i quali hanno il compito di raccontare le cose come sono al fine di comprendere e aiutare a resistere per esistere. Come afferma l’avvocatessa, in una delle ultime sequenze, regalando a Panhai una rosa rossa: «Sul cinema si può sempre contare.».

Nel finale l’improvviso oscuramento dello schermo ci dice che l’oppressione del regime è costantemente incombente, tanto che sono stati eliminati anche i titoli di coda al fine di tutelare chi ha collaborato alla realizzazione di un’opera proibita.

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Il film ha vinto l’Orso d’oro all’ultimo Festival di Berlino. Il premio è stato ritirato dalla nipote del regista (la stessa che interpreta la studentessa sveglia e dubbiosa) con la seguente motivazione: «Taxi Teheran è una lettera d’amore al cinema».
Da non perdere!

 

About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Nel 2013 ha frequentato il Seminario residenziale di Critica Cinematografica organizzato dalla rivista di settore I duellanti nell'ambito del Bobbio Film Festival ideato e curato dal maestro Marco Bellocchio, nonché il corso di Storia del Cinema presso l'Uniba - Università di Bari a.a.2012/2013. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, rubrica che si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto due trasmissioni sul cinema: 'Sold Out Cinema' e 'Lanterna Magica, 'entrambe su Controradio Bari. Nel 2023 ha curato la rassegna cinematografica collegata al Corso diretto dalla prof.a Francesca Romana Recchia Luciani per le Competenze trasversali dell'Università di Bari con oggetto la Violenza di genere. Nel luglio 2023 ha collaborato alla rassegna 'Under Pressure, azioni e reazioni alla competizione' e nell'ottobre 2023 ha partecipato all'evento 'Taci, anzi parla. Il punto sulla violenza di genere' con un intervento sul film 'Una donna promettente', entrambi organizzati dall'associazione La Giusta Causa. Nell'aprile del 2024 ha curato una lezione su ' Sesso e sessualità: dalle pioniere del cinema muto al cinema femminista degli anni 70' nell'ambito del corso di Letteratura di genere della prof.ssa lea Durante all'Università di Bari. Collabora con l'Accademia del Cinema dei Ragazzi di Enziteto. In particolare approfondisce i collegamenti tra gli studi di genere e cinema.

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