KNIGHT OF CUPS

Titolo: Knight of cups; Regia: Terrence Malick; Interpreti: Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Freida Pinto, Brian Dennhey, Antonio Banderas; Origine: USA; Anno: 2015; Durata: 118’

Rick, sceneggiatore in crisi esistenziale, alla ricerca di se stesso.

Terrence Malick è un regista senza mezze misure, sia nel modo di girare, sia nell’effetto che provoca sugli spettatori: o lo si ama o lo si odia.
Questo effetto lo si riscontra anche nella sua penultima opera, Knight of cups, targata 2015 ma solo ora distribuita, poco e male, senza essere preceduta dalla minima strategia pubblicitaria. Nel frattempo, allo scorso Festival di Venezia è stato presentato il suo ultimo lavoro, Voyage of time, mentre attualmente il regista è impegnato nelle riprese di Redegund ispirato alla storia vera di un nazista dissidente.

Con Knight of cups Malick, che ha una formazione universitaria filosofica, conclude la trilogia esistenziale iniziata con Tree of life (2011) e proseguita con To the wonder (2012), una summa filosofico-poetica sulla vita, l’amore, l’io inteso come crescita individuale.
Durante questo lungo percorso il regista si è addentrato sempre di più non solo nel mistero dell’animo umano e delle sue molteplici espressioni, ma anche nel modo di esprimere la sua visione del mondo, portandola fino agli estremi limiti.
Infatti in Knight of cups, che prende il titolo da una figura dei tarocchi, l’immagine visionaria ha totale prevalenza sulla parola, cioè sulla razionalità.

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Rick, un estraniato Christian Bale, una mattina viene svegliato dal terremoto, metafora della sua crisi personale. Da quel momento si ritrova ad elaborare la sua vita, nel tentativo di riallacciarne i fili dispersi e di rimpossessarsi di ciò che voleva diventare e che ormai più non ricorda. La sua mente vaga tra i momenti salienti della sua esistenza: il difficile rapporto con il padre e il fratello, gli amori finiti corrispondenti ad altrettante donne (Nancy-Cate Blanchett, Elizabeth-Natalie Portman) che non è stato capace di amare davvero, mentre il suo quotidiano rotea in sordina attorno a lui: dal glitterato mondo di Los Angeles con annessi droga-party in piscina (sequenza che ricorda molto 8 e ½ di Fellini) all’assurdità kitsch di Las Vegas, tra strip club e grattacieli incombenti, per tornare incessantemente al mare, acqua primordiale verso la quale convergere.

In questa lunga elaborazione intima, la visione onirica-interiore diventa il racconto del regista, un racconto necessariamente non condotto su basi razionali promananti da un Io presente nel qui ed ora, ma da un Io che si trova sospeso tra sogno e realtà.

Malick quindi elimina del tutto la narrazione classica, ancora in parte presente nei due film precedenti, per abbracciare completamente la sua cifra narrativa, unica e riconoscibile, alla quale lo spettatore non può far altro che abbandonarsi immergendosi nell’effetto straniante dell’inconscio psichico. Tale impostazione si riflette anche nel modo in cui il regista ha proceduto in questo lavoro, azzerando i dialoghi e persino il copione, affidandosi alla quasi totale improvvisazione degli attori ai quali la descrizione della scena è stata consegnata solo qualche minuto prima di girare e riservando al montaggio la gran parte del lavoro che ha impegnato una nutrita squadra di post-produzione.

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Inoltre l’immersione nel flusso di (in)coscienza di Rick è resa ottimamente anche grazie alla fotografia di Emmanuel Lubetzky (premio Oscar nelle ultime tre edizioni) che ci avvolge in una luce-atmosfera ovattata e acquatica, quasi un liquido amniotico pre-nascita nel quale rifugiarsi quando la vita reale non ci appartiene, quando da essa ci sentiamo dissociati perché altrove con la testa e con l’anima, concentrati nel viaggio dentro noi stessi.

È vero, è difficile seguire questo narrare, mettendosi sulla stessa lunghezza d’onda del subconscio psichico, abbandonandosi ad esso, allontanandoci da ciò che ci dà illusoria sicurezza, ma è altrettanto vero che non è da tutti riuscire a produrre egregiamente tale effetto: merito di Terrence Malick!

 

 

About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto una trasmissione sul cinema "Sold Out Cinema" su Controradio Bari.

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