
Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Mary Shelley, ampiamente modificato dal regista, segue la vita e le vicende di Victor Frankenstein e della Creatura ‘mostruosa’ da lui realizzata.
Guillermo del Toro sin da piccolo è stato affascinato dalla storia di Frankenstein, quasi ossessionato; quando ha avuto la possibilità di girarne un film si è avverato un suo sogno, anche perchè ha potuto farlo grazie ad una produzione ampia e cospicua che gli ha permesso di realizzare un lavoro accuratissimo e attrattivo sotto ogni profilo.
Quel che più mi ha affascinato e coinvolto di questo film sono i costumi di Kate Hawley, costumista e set designer neozelandese, già collaboratrice di Del Toro in altri suoi due film.
Il lavoro tra costumista e regista è stato simbiotico e affiatato, partendo da alcune idee di base. Intanto del Toro ha voluto ambientare la storia in piena epoca vittoriana, quindi ‘800/romanticismo, anziché ‘700/illuminismo scelto da Mary Shelley; questo perchè l’800 è epoca di maggiori scoperte e ammodernamenti, tra cui la corrente elettrica, oltre che per una maggiore attrattiva esercitata sul regista dal movimento romantico. Guillermo del Toro però sin da subito è stato deciso nel non voler riproporre una estetica scura e irregimentata alla Dickens, preferendo dare ampio spazio alla fantasia, in armonia con il significato dei personaggi.
Il dott. Victor Frankenstein, interpretato da Oscar Isaac, ripropone una immagine tra Dandy e Mick Jagger (suggestione di del Toro), al quale Isaac ha aggiunto una parvenza di Prince.


La Creatura invece ha un percorso di trasformazione/evoluzione. Si inizia con una presenza eminentemente fisica (la mdp entra letteralmente nel suo corpo, ripercorrendone vasi sanguigni e sinapsi neurologiche in una delle sequenze iniziali), quasi un corpo macchinico ricoperto da fasciature che ci evoca l’iconografia del Cristo crocifisso. Man mano che la Creatura cresce e si evolve mentalmente anche il suo aspetto cambia, fino ad essere coperto da un mantello ampio con cappuccio e da lunghi capelli (che all’inizio non ha), sintomo della sua natura più umana.



Meraviglioso il lavoro svolto su Mia Goth che interpreta sia Claire, la madre di Victor, che Elizabeth Lavenza, moglie di William, fratello di Victor, e fautrice della evoluzione spiritualmente umana della Creatura. Tutti i particolari dei suoi costumi sono curatissimi, studiati e con un senso, a partire soprattutto dai colori.

Il colore rosso (un particolare sfumatura di rosso, sangue di bue, il preferito di del Toro) percorre come un filo conduttore tutto il film che inizia con una immagine che ne traccia già il senso. Claire, totalmente vestita di rosso, si trova sulla scalinata del suo palazzo nobiliare, mentre la stola di tulle che indossa si eleva al vento. Il rosso poi passa alla statua dell’angelo custode della camera di Victor bambino, ai suoi esperimenti fatti di sangue e carne, ai suoi guanti, alla creazione della Creatura i cui muscoli sono esposti, per poi ritrovarlo nel personaggio di Elizabeth. E’ rosso l’abito che indossa nella sua prima apparizione nel film (da notare la cuffia riccamente decorata), per finire al rosso del sangue sul suo abito da sposa che pervade il bianco di sette strati di tulle (ritorna il tessuto impalpabile dell’inizio).

Elizabeth è un personaggio molto particolare: entomologa, naturista, eco-femminista ante litteram nel suo rispetto della natura che non può non comprendere la Creatura; eterea, sospesa, sensibile, ma anche decisa a difendere la sua posizione contro l’egoismo e la superbia di Victor Frankenstein. Gotica: interiormente, nel senso di una oscurità che nasconde emozione, protezione, sensibilità; esteticamente, in quanto i suoi abiti sono caratterizzati da lacci e corsetti (le allacciature sulla sua schiena richiamano le vertebre della Creatura).

I suoi abiti hanno colori insoliti e molto particolari: blu tormalina, rosso corallo, verde bosco, bianco, con tessuti dalle stampe tra psichedelico e materico-anatomico (globuli rossi) accorpati a veli e mantelline leggeri quali ali di coleotteri (Elizabeth è appassionata di entomologia) o a piume esagerate inserite nell’ acconciatura come altrettante ali. Abiti e ornamenti che la distinguono da quelli indossati nelle scene corali dalle altre donne, più aderenti ai dettami dell’epoca (ampi, a tinta unita pastello, con acconciature raccolte e fiori tra i capelli).
L’abito da sposa merita un discorso a parte. Ispirato ai ritratti di Franz Wintealther della Principessa Sissi per la volatilità (di nuovo la leggerezza dei sette strati di tulle) e per i lunghi capelli rossi sciolti, ma anche a La moglie di Frankenstein (film del 1935 diretto da James Whale con Elisa Lanchester nel ruolo della sposa) per i lacci (che ritornano) sulle braccia, quasi collegati alle bende iniziali della Creatura. A questo si aggiungono particolari insoliti,come le decorazioni gioiello argentee che percorrono il bustino.




Altro aspetto affascinante riguarda i gioielli. Kate Hawley e del Toro hanno collaborato con la celebre casa Tiffany (fondata nel 1837, agli inizi creava anche strumenti medici in argento), in particolare accedendo ed utilizzando alcuni pezzi unici del loro vastissimo archivio. Tra questi sono degni di nota la collana ‘Scarabeo’ di Louis Confort con scarabei in vetro Favrile pressato e iridescente, e il sontuoso Wade Necklace in diamanti che Elizabeth indossa con l’abito da sera dalle spalle scoperte. E’ invece una nuova creazione il rosario in corniola rossa (ritorna il rosso) realizzato appositamente ed indossato con l’abito da sposa.




In definitiva uno spettacolo visivo affascinante e onirico…Del Toro riesce a trasportarci in un atmosfera fatata e avvolgente, con maestria e attenzione ad ogni dettaglio, non lasciando nulla al caso.
Con queste premesse è davvero un peccato che questo bellissimo film si possa vedere solo su una nota piattaforma a pagamento. Ha avuto una limitatissima distribuzione nei cinema, solo per qualche giorno e solo in poche sale selezionate, quasi esclusivamente al nord Italia; al Sud solo Napoli.
In definitiva, pensare in grande per vedere in piccolo, perché anche il miglior schermo casalingo non potrà mai eguagliare lo schermo del cinema e il rito della sala cinematografica. In questa maniera il cinema morirà, e con esso il nostro sguardo, anche interiore e onirico, capace di voli di fantasia, si restringerà nella vista e nell’immaginazione. Il capitalismo fagocita e assorbe tutto, asservendolo alle sue logiche di consumo e guadagno (cfr. Realismo capitalista, Mark Fischer), annullando anche il sogno del cinema.
Alessandra Quagliarella
About Alessandra Quagliarella
Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Nel 2013 ha frequentato il Seminario residenziale di Critica Cinematografica organizzato dalla rivista di settore I duellanti nell'ambito del Bobbio Film Festival ideato e curato dal maestro Marco Bellocchio, nonché il corso di Storia del Cinema presso l'Uniba - Università di Bari a.a.2012/2013. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, rubrica che si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto due trasmissioni sul cinema: 'Sold Out Cinema' e 'Lanterna Magica, 'entrambe su Controradio Bari. Nel 2023 ha curato la rassegna cinematografica collegata al Corso diretto dalla prof.a Francesca Romana Recchia Luciani per le Competenze trasversali dell'Università di Bari con oggetto la Violenza di genere. Nel luglio 2023 ha collaborato alla rassegna 'Under Pressure, azioni e reazioni alla competizione' e nell'ottobre 2023 ha partecipato all'evento 'Taci, anzi parla. Il punto sulla violenza di genere' con un intervento sul film 'Una donna promettente', entrambi organizzati dall'associazione La Giusta Causa. Nell'aprile del 2024 ha curato una lezione su ' Sesso e sessualità: dalle pioniere del cinema muto al cinema femminista degli anni 70' nell'ambito del corso di Letteratura di genere della prof.ssa lea Durante all'Università di Bari. Collabora con l'Accademia del Cinema dei Ragazzi di Enziteto. In particolare approfondisce i collegamenti tra gli studi di genere e cinema.
