
La tematica transgender è sempre stata presente nel cinema. Moltissime divine degli anni d’oro di Hollywood giocavano sul fascino dell’ambiguità, a partire da Marlene Dietrich che fu anche la prima ad indossare lo smoking. Il percorso Donna-Uomo, però, fin dal principio è sempre stato più sdoganato rispetto a quello Uomo-Donna, che senz’altro destabilizza di più se si parte da un’idea di uomo forte, virile, “maschio”, o comunque se si parte da un’idea di identità sessuale che non riconosca mezzi toni tra i due opposti biologici ritenuti gli unici possibili, senza legittimare tutto ciò che tra questi due poli può esserci, incluse le parti maschili/femminili che in ciascuno di noi risiedono.
Prendendo spunto dal film di Tom Hooper The danish girl ora in sala, cerchiamo di tracciare un’evoluzione della tematica transgender nel cinema, in particolare nel percorso di individuazione uomo-donna.
Le prime apparizioni riguardano personaggi comici e caricaturali. Nella celebre comica di Stan Laurel e Oliver Hardy Ecco mia moglie del 1927, dove l’uno interpreta la moglie dell’altro indossando un travestimento molto curato, la rappresentazione messa in scena era ovviamente destinata a scatenare il riso e l’ilarità.


Più sottile è la famosa commedia di Howard Hawks Susanna del 1938, dove Cary Grant, che interpreta l’imbranato prof. David Huxley, ad un certo punto appare vestito con una iperfemminile vestaglia trasparente dai bordi piumati: alla zia di Susan (Katherine Hepburn) che gli chiede cosa succeda risponde:«I went gay all of a sudden» (Sono improvvisamente diventato gay), battuta poi oggetto di mille speculazioni tra cui quelle sulla capacità di Grant nei dialoghi improvvisati di inserire battute che alludessero alla sua presunta ambiguità sessuale. La sequenza scatena ancora la risata, ma si inizia anche ad instillare un ulteriore concetto. In una commedia dove si tratta di un giovane uomo e una giovane donna che cercano di approdare (o di resistere) all’età adulta, in piena confusione ontologica ovvero in piena transizione, l’ambiguità e la non definitezza sessuale fanno naturalmente parte del percorso esistenziale.
Ma è nella famosissima commedia di Billy Wilder A qualcuno piace caldo, 1959 (vero capolavoro del genere), che il travestimento, e soprattutto il finale con la famosa frase ironica «Nessuno è perfetto», rappresentano un momento di efficacissima comunicazione della cultura transgender.

Alla società americana, che scalpita in attesa di un cambiamento e di un modo di vivere più libero, questo film offre il messaggio che il sovvertimento delle regole, dei «gender imperatives» è realizzabile, che da Joe a Josephine, da Jerry a Daphne il passo è possibile.
Compiendo un salto temporale di qualche decade, arriviamo ad un bellissimo (e poco noto) film del 1985, Il bacio della donna ragno di Ector Babenco, ispirato all’omonimo romanzo di Manuel Puig. Il film descrive la relazione che si instaura tra due detenuti negli anni ’70 durante la dittatura militare brasiliana: un omosessuale, Walter Molina, interpretato da William Hurt (che per questo ruolo vinse l’Oscar ed il premio a Cannes) e un dissidente politico, Valentin, interpretato da Raul Julia.
Tra i due si crea uno scambio esistenziale, nel senso che Molina comprende l’importanza della lotta per i propri ideali e la propria dignità e Valentin la necessità di non escludere i sentimenti dalla vita, a suggerire che il processo di transizione-trasformazione è in tutti noi, anche rispetto al carattere e alla capacità di vivere i sentimenti, non solo rispetto all’individuazione sessuale.
William Hurt, interpretando Walter Molina, compie un’ulteriore passo avanti nella de-caricaturarizzazione del personaggio transgender. Nonostante la sua presenza fisica sia fortemente maschile, egli riesce ad esprimere sottilmente il suo essere donna sotto un corpo di uomo, dando voce ad una femminilità leggera e non caricata, dalla naturale manifestazione nella sua mancanza di orpelli esteriori ai quali ancorarsi per emergere, sempre più affascinante ed irresistibile man mano che la storia evolve.
L’empatia si rafforza con un film del 1992, La moglie del soldato del regista irlandese Neil Jordan (autore anche del delicato Breakfast on Pluto del 2005 con soggetto analogo).
La storia si snoda tra tre personaggi: un soldato di colore dell’esercito britannico, un terrorista dell’Ira e la ragazza del primo, Dil, che è in realtà un travestito.
Nel film, pieno di colpi di scena, il pubblico viene a sapere nello stesso momento di Fergus (l’amante di Dil) che lei è nata uomo; il suo corpo nudo provoca in Fergus una forte reazione, prima che la loro relazione evolva positivamente. È un film che porta a riconsiderare gli stereotipi sui trans, e porta il pubblico a empatizzare con Dil, non solo a simpatizzare; si compie un ulteriore passo dal personaggio che scatena il riso a quello che si comprende quale essere umano completo.
Anche un film colorato, frizzante, pieno di musica e divertente aggiunge un ulteriore tassello in questo processo di acquisizione di dignità. Si tratta di Priscilla la regina del deserto, 1994 (vincitore del meritatissimo Oscar per gli strabilianti costumi) del regista australiano Stephan Elliott.
Il film rappresenta un’esaltazione del travestimento: i tre protagonisti, Terence Stamp-Bernadette, Hugo Weaving-Mitzi, Guy Pearce-Alicia Jollygoodfellow, sono anche drag queen e durante il film si esibiscono spesso. Ma, a parte l’irresistibile aspetto colorato ed umoristico, parte altrettanto brillante del film è rappresentata dalle situazioni di tutti i giorni in cui si ritrovano Bernadette, Mitzi e Felicia, specie quando rispondono e replicano con grazia e prontezza di spirito ai tanti pregiudizi e luoghi comuni della gente che incontrano. Lo script ci mostra la sfida di apparire dinanzi ad una platea ostile sia sul palcoscenico che fuori da esso, portando i personaggi oltre gli stereotipi di semplici performer.

Tocca invece la corde emozionali più intime il capolavoro di Pedro Almodovar Tutto su mia madre del 1999 (premio al festival di Cannes per la miglior regia). È un film sull’universo femminile e sulla complicità e solidarietà tra donne, poiché anche gli uomini presenti nel film in realtà non sono uomini, ma transessuali, ricorrenti nel cinema di Almodovar.
Tutto su mia madre è probabilmente uno degli sguardi più sensibili sulla vita dei trans, conferendo loro un livello di dignità e rispetto che avevano raramente raggiunto nei film precedenti, in particolare nel tratteggiare il personaggio di Agrado (interpretato da Antonia San Juan) con il suo famoso monologo sul prezzo di essere autentici in una società ostile.
«Costa molto essere autentiche, signora mia, e in questa cosa non si deve essere tirchie, perché una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha di se stessa.» (dal monologo di Agrado).
Nel 2005 Felicity Huffmann regala ulteriore spessore alla tematica con il ruolo di Bree in Transamerica per la regia di Duncan Tucker.
Il film è cucito sulla Huffman, unica attrice che abbia interpretato il ruolo di un uomo che vuole diventare donna, per il resto essendo quasi sempre scelti attori etero per ruoli trans, ad eccezione del caso di Agrado.

Bree è un transessuale che, ad un passo dall’intervento, deve incontrare il figlio 17enne che non sapeva di avere.
Bree vorrebbe vivere da invisibile, cercando di non rivelare la sua gender story, ulteriore aspetto di tali tematiche, trattato in maniera toccante, senza mai mostrarci la protagonista come una vittima.

In Dallas Buyer’s Club, film del 2013 di Jean-Marc Vallée (Oscar per Matthew McConaughey-Ron Woodroof e per Jared Leto-Rayon), il personaggio di Rayon, che si ama dalla prima inquadratura, è senz’altro il più dolce e delicato del film. Si tratta di un transgender tossicodipendente e sieropositivo, per la cui comprensione il lavoro sul corpo e l’esibizione del corpo stesso è fondamentale.
Infine The Danish girl di Tom Hooper (attualmente in sala), un film che in qualche modo rappresenta un passo indietro nella trattazione della tematica transgender, nella quale il corpo ha una centralità indiscutibile.
Il film narra la storia vera di Einer Wegener-Lili Elbe, che nel 1931 fu il primo uomo a sottoporsi all’intervento per il cambio di sesso.
Einer (Eddie Redmayne) e Gerda (Alicia Vikander), sono giovani sposi, entrambi pittori (lui di paesaggi, lei di ritratti), molto affiatati, innamorati e attratti l’uno dall’altro. Succede che Einer, per caso e poi stabilmente inizi a posare per la moglie in alcuni ritratti femminili che daranno alla giovane donna popolarità e successo. Questa situazione dà avvio ad un gioco erotico molto coinvolgente tra i due, inizio del processo di trasformazione o meglio di transizione-individuazione da parte di Einer verso il suo vero sé, Lili, il che inevitabilmente coincide con l’allontanarsi sessualmente dalla moglie Gerda.
Tra Cophenaghen, Parigi e Dresda si compie il percorso descritto nel film, fino all’atto finale: l’intervento per il cambio di sesso. Il film è raffinatissimo quanto a costumi (il costumista Paco del Gado era candidato all’Oscar) e scenografie sia in esterni, dove prevalgono i toni dell’ocra, dell’oro e dell’azzurro, sia in interni, vere composizioni pittoriche dell’epoca e dell’art noveau.

Ma in qualche modo questa estrema raffinatezza, questo effetto estetizzante distoglie l’attenzione dal dolore dei corpi e delle vite; è come se il regista abbia voluto edulcorare la materia, annacquandola, per renderla meno incisiva, meno disturbante e destabilizzante forse. Non a caso, più ci si avvicina alla trasformazione finale, quella dell’intervento, più diffusi ed insistiti diventano i primi piani ed il corpo quasi sparisce.
Il film è anche la storia d’amore tra Einer-Lili e Gerda, vero motore emotivo del racconto, interpretata da Alicia Vikander che per questo ruolo ha vinto l’Oscar quale migliore attrice non protagonista, capace di «rubare» la scena al trasformista Redmayne più di una volta. In fondo l’amore è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per staccarci da logiche sessiste e dal giudizio castrante del pregiudizio, per abbandonare la caricatura ed avvicinarci alla comprensione: una sfida tutt’ora in atto che ci coinvolge tutti.
Vedi anche: La moda genderless e il cinema dagli anni ’30 a oggi.
About Alessandra Quagliarella
Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Nel 2013 ha frequentato il Seminario residenziale di Critica Cinematografica organizzato dalla rivista di settore I duellanti nell'ambito del Bobbio Film Festival ideato e curato dal maestro Marco Bellocchio, nonché il corso di Storia del Cinema presso l'Uniba - Università di Bari a.a.2012/2013. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, rubrica che si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto due trasmissioni sul cinema: 'Sold Out Cinema' e 'Lanterna Magica, 'entrambe su Controradio Bari. Nel 2023 ha curato la rassegna cinematografica collegata al Corso diretto dalla prof.a Francesca Romana Recchia Luciani per le Competenze trasversali dell'Università di Bari con oggetto la Violenza di genere. Nel luglio 2023 ha collaborato alla rassegna 'Under Pressure, azioni e reazioni alla competizione' e nell'ottobre 2023 ha partecipato all'evento 'Taci, anzi parla. Il punto sulla violenza di genere' con un intervento sul film 'Una donna promettente', entrambi organizzati dall'associazione La Giusta Causa. Nell'aprile del 2024 ha curato una lezione su ' Sesso e sessualità: dalle pioniere del cinema muto al cinema femminista degli anni 70' nell'ambito del corso di Letteratura di genere della prof.ssa lea Durante all'Università di Bari. Collabora con l'Accademia del Cinema dei Ragazzi di Enziteto. In particolare approfondisce i collegamenti tra gli studi di genere e cinema.
