GLI SPIRITI DELL’ISOLA

Gli Spiriti dell’isola del regista britannico di origine irlandese Martin McDonagh, qui anche autore della sceneggiatura originale premiata sia all’ultimo Festival di Venezia che ai recenti Golden Globe, narra la storia della improvvisa rottura dell’amicizia tra il mandriano Padraic (Colin Farrell, Coppa Volpi come migliore attore a Venezia) e il violinista Colm (Brendan Gleeson). Il motivo ufficiale è la noia che la frequentazione con una persona semplice come Padraic suscita in Colm: il tempo è prezioso, specie quando non si è più giovani, e non può essere sprecato. Sarà l’avvio di una serie di azioni/reazioni dall’escalation sempre più grave che renderanno la riconciliazione sempre più remota. Il film si presta a letture su più livelli tra loro intersecati: favola della tradizione irlandese (gli scenari naturalistici dell’isola al largo delle coste d’Irlanda dove è ambientato -Inishereen è nome di fantasia- sono lo scenario perfetto, dove gli animali diventano terzi protagonisti, saggi e magici e la ‘bunshees’, spirito fata dei miti irish, accompagna le gesta degli umani); dramma shakespeariano dei più cupi (in Macbeth le streghe introducono la storia con il mantra ‘fair is fool and fool is fair’); metafora della guerra civile, i cui echi si vedono all’orizzonte, che impazza sulla terraferma -la storia si svolge nel 1923- rendendo inspiegabilmente nemici gli amici. Ma Padraic e Calm sono anche le due nature che vivono in noi (fair and fool), non sempre di facile conciliazione e di frequente in lotta interiore. Un film complesso, dalla ricca stratificazione, di sicuro impatto visivo (notevole la fotografia di Ben Davis), dalla atmosfera rarefatta e irreale, con due interpreti assolutamente nella parte. Una fiaba dei miti ancestrali maschili dove il virare verso la violenza di un animo mite come quello di Padraic evidenzia la mancanza di quella catarsi positiva presente invece negli archetipi femminili nei quali la trasformazione è verso la vita. Se le donne governassero il mondo ci sarebbero di sicuro meno guerre e violenza. Film impegnativo.
DECISION TO LEAVE

Decision To Leave del regista sudcoreano Park Chan-wook (premio per la regia all’ultimo Festival di Cannes) narra l’indagine dell’ispettore Hae Joon (Park Hae-il) sulla morte di un uomo avvenuta durante una scalata in montagna. L’ispettore sospetta che ne sia responsabile la moglie della vittima, Song Seo-rae (Tang Wei, l’intensa attrice cinese già nota per Lussuria Seduzione e Tradimento di Ang Lee) della quale subisce irrimediabilmente il fascino. Impossibile districare la trama di questo film durante la visione, piena com’è di sottotesti, parentesi logiche, rimandi e particolari che si aggiungono a posteriori man mano che l’indagine ufficiale e la storia personale dei due protagonisti si svolgono. Ma capire tutto non è così importante tanto quanto immergersi nell’atmosfera nebbiosa, raffinata, tensiva e romantica del film: noir, poliziesco e mèlo insieme, con una composizione elegante e dalla infinita inventiva nelle inquadrature che avvolgono con sicura fascinazione lo spettatore. “Volevo che lo spettatore in questo film prestasse attenzione alle sottili variazioni delle emozioni provate dai protagonisti, prestando la massima attenzione ai sentimenti“, ha dichiarato il regista. Evidente l’ispirazione a Vertigo di Hitchcock (tra tutte la sequenza in cui l’ispettore confessa il suo amore, con la musica extradiegetica della 5°sinfonia quarto movimento di Mahler), trasceso tuttavia nella creazione di un’opera originale. Dalla dura montagna (elemento maschile) dove il film inizia, gradualmente ed ineluttabilmente si arriva al mare (elemento femminile per eccellenza),luogo dove tutto nasce e finisce: Seo-rae è una clandestina cinese arrivata dal mare, elemento a cui farà ritorno. Un percorso,questo, segnato da molteplici dettagli attrazionali inseriti nel racconto, dettagli che sottilmente si disvelano al nostro occhio man mano che la storia si svolge. Decision To Leave (la scelta di allontanarsi da chi non ci corrisponde) è un film intenso ed avvolgente, con personaggi che, anche grazie alle interpretazioni dei due protagonisti, ci affascineranno immergendoci in un’atmosfera da cui non vorremo subito risalire. Imperdibile!
ALL THE BEAUTY AND THE BLOODSHED

All the Beauty and the Bloodshed della regista statunitense Laura Poitras, Leone d’Oro all’ultimo Festival di Venezia come miglior film, è il documentario appassionato ed emozionante sull’artista statunitense, fotografa ed attivista Nan Goldin. Il racconto segue tre fili narrativi tra loro saldamente intrecciati: la famiglia disfunzionale di origine della Goldin segnata dal suicidio della sorella maggiore Barbara; l’attività di fotografa e artista multimediale (i suoi scatti sulla New York underground degli anni ’80, sulle sue personali esperienze, anche estreme quali la tossicodipendenza, sulla cultura gay e l’epidemia di Aids hanno fatto scuola) e l’attivismo politico (sua la battaglia contro la famiglia Sackler, proprietaria della società farmaceutica Purdue Pharma responsabile della diffusione dei farmaci oppioidi negli States a causa dei quali sono morte migliaia di persone per overdose). La regista ci travolge con un corposo mix emozionante di fotografie private, diapositive, filmati e lavori della Goldin la cui voce di sottofondo narra la sua vita di donna e di artista, alla perenne ricerca di una ricomposizione della frattura dolorosa determinata dalla perdita dell’amata sorella (il titolo del film è la frase di una sua lettera). Laura Poitras, i cui lavori sono del genere di denuncia giornalistica in forma artistica, si è avvicinata alla Goldin per il suo attivismo, rimandone affascinata dalla vita intera, privata e professionale, fuse come sono l’una nell’altra:’ Tutto quello che Nan trasforma in arte viene dalla sua esperienza personale, dal suo stesso corpo; il suo lavoro riguarda lei, i suoi amori, i suoi amici, le persone che vivono con lei‘. Un film importante nel consegnarci il ritratto di una donna fuori dalle regole, fragile e forte, capace di esporsi senza riserve, così aggiungendo un tassello importante nel processo di libera identificazione femminile. Fortemente consigliato.
TAR

Tar del regista statunitense Todd Field, qui anche sceneggiatore, narra la storia di una immaginaria direttrice di orchestra, Lydia Tar interpretata da Cate Blanchett (premio all’ultimo Festival di Venezia come migliore attrice protagonista). Egotica, manipolatrice, più che determinata, apertamente lesbica, Lydia Tar è arrivata ad essere ‘direttore’, come lei stessa vuole essere definita rifiutando la declinazione al femminile, della Filarmonica di Berlino e si appresta a registrare la 5° sinfonia di Mahler quando tutto il suo mondo le crolla addosso. Nelle intenzioni del regista il film è ‘una riflessione sulla natura corrosiva del potere che non ha genere’. In realtà il personaggio di Lydia Tar riconferma la teoria, purtroppo ancora oggi applicata, per cui se una donna aspira a posizioni apicali ha da comportarsi secondo schemi e stilemi del vetero genere maschile, riconfermando e così rafforzando l’esclusivo potere del sistema patriarcale. Una prospettiva misogina che si scontra con le istanze innovatrici dei movimenti femministi e Lgbtq+ e con la direzione verso cui la realtà sociale procede. Eccesso di durata e di intellettualismo, uniti ad una narrazione a tratti confusionaria, anche nel delineare gli altri personaggi lasciati sparire lungo la strada, non giovano al racconto complessivo. Sorge quindi spontanea una domanda: perché vedere questo film? Il motivo è solo e soltanto uno, esaustivo e valido: Cate Blanchett, protagonista assoluta, brava bravissima come sempre, specie quando riesce a passare dal più totale controllo di sé alla totale perdita dello stesso, dalla razionalità alla follia, dalla luce (per invero qui sempre un po’ cupa) alle ombre. L’attrice è stata in corsa con questo ruolo per il suo terzo Oscar.
HOLY SPIDER

Holy Spider del regista iraniano naturalizzato danese Ali Abbas parte da un vero fatto di cronaca nera avvenuto in Iran nella città sacra di Mashhad nel 2000: 16 prostitute vennero uccise strangolate da un serial killer che si imputava la missione di ripulire la società iraniana, nella quasi totale indifferenza della polizia e delle istituzioni. Il film narra l’indagine svolta da una immaginaria giornalista, Rahimi, interpretata dalla incisiva Zar Amir Ebrahimi (Palma d’Oro come migliore attrice allo scorso Festival di Cannes), che riuscirà a far arrestare il colpevole. Thriller, ma soprattutto atto di denuncia del regime iraniano, il film, che non è stato girato in Iran, ci fa immergere in una realtà dove le donne pagano il prezzo più alto in termini di sessismo, privazione di libertà e violenza, colpendo e smascherando tutta la tossicità della cultura patriarcale dalla quale anche in Italia non siamo totalmente esenti. La stessa Zar Amir Ebrahimi è stata costretta a lasciare la sua patria per rifugiarsi in Francia dopo la diffusione di un suo video intimo per il quale era stata condannata al carcere e a 99 frustate. Alla consegna del meritato premio a Cannes l’attrice ha dichiarato:” Ho percorso una strada lunghissima per arrivare su questo palco. Non è stato umiliazione e buio, ma cinema. Il cinema mi ha salvato la vita. E so che salverà altre vite in futuro.” Vedere Holy Spider, ovviamente vietato e fortemente osteggiato in Iran, è un atto politico, per celebrare il coraggio delle donne che sanno ribellarsi e per sostenerne la lotta e la protesta.
UNA RELAZIONE PASSEGGERA

Una relazione passeggera del regista francese Emmanuel Mouret narra la relazione tra Charlotte, single con prole Sandrine Kiberlain e Simon, sposato con prole Vincent Macaigne. Da un incontro casuale inizia tra loro subito una liaison di solo sesso, rigorosamente senza impegno, come da dichiarazione di intenti, ma ciò nonostante, come spesso accade, i sentimenti si delineano all’orizzonte, con tempi diversi e con ritrosia a manifestarsi. Fino a quando compare Louise Georgia Scalliet, deus ex machina della situazione. Tra Romher e WoodyAllen, il racconto ha una struttura cronachistica, come il titolo originale indica, diviso com’è seguendo le date degli appuntamenti che compongono la storia, abbinati ad altrettanti luoghi scenari della relazione. Il film funziona grazie ad alcuni punti a favore: un tocco leggero ma non superficiale effetto di una sceneggiatura curata composta da dialoghi fitti e battute felici; caratteri ben delineati dei protagonisti che ribaltano i canoni vetero tradizionali di genere, giacché Charlotte è capace di vivere e godere il momento, determinata e disinibita, mentre Simon ha una sensibilità ‘femminile’, insicuro e bisognoso di rassicurazioni; luoghi che vivono in sintonia con la relazione della quale sono scenari parlanti (giardini, museo del Louvre, boschi, camere di albergo) e che, ripresi alla fine della storia senza Charlotte e Simon, ci rimandano un sentimento di nostalgia e rammarico per quello che era e avrebbe potuto essere. La musica, Mozart e JulietteGreco, completa una commedia, francese a tutti gli effetti.
About Alessandra Quagliarella
Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Nel 2013 ha frequentato il Seminario residenziale di Critica Cinematografica organizzato dalla rivista di settore I duellanti nell'ambito del Bobbio Film Festival ideato e curato dal maestro Marco Bellocchio, nonché il corso di Storia del Cinema presso l'Uniba - Università di Bari a.a.2012/2013. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, rubrica che si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto due trasmissioni sul cinema: 'Sold Out Cinema' e 'Lanterna Magica, 'entrambe su Controradio Bari. Nel 2023 ha curato la rassegna cinematografica collegata al Corso diretto dalla prof.a Francesca Romana Recchia Luciani per le Competenze trasversali dell'Università di Bari con oggetto la Violenza di genere. Nel luglio 2023 ha collaborato alla rassegna 'Under Pressure, azioni e reazioni alla competizione' e nell'ottobre 2023 ha partecipato all'evento 'Taci, anzi parla. Il punto sulla violenza di genere' con un intervento sul film 'Una donna promettente', entrambi organizzati dall'associazione La Giusta Causa. Nell'aprile del 2024 ha curato una lezione su ' Sesso e sessualità: dalle pioniere del cinema muto al cinema femminista degli anni 70' nell'ambito del corso di Letteratura di genere della prof.ssa lea Durante all'Università di Bari. Collabora con l'Accademia del Cinema dei Ragazzi di Enziteto. In particolare approfondisce i collegamenti tra gli studi di genere e cinema.
