TRUE DETECTIVE: la regia

Ad occuparsi della regia, per tutti e 8 gli episodi, è Cary Fukunaga, un giovane e promettente cineasta che ha al suo attivo già due apprezzati lungometraggi (Sin Nombre, con cui ha vinto il Directing Award al Sundance Film Festival del 2009 e il più recente Jane Eyre).
In quanto poco esperto del genere noir – e probabilmente nemmeno troppo amante dello stesso – Fukunaga ha fatto di tutto per non affossare in quella categoria un soggetto che sembrava fin dal titolo destinato ad esserlo. Attratto, per sua stessa ammissione, dai personaggi più che dai fatti della storia in sé, ha cercato di attribuire ad essi una forza e una potenza che costituissero il fulcro dell’intera serie.
Lo spazio riservato ai personaggi, al loro progressivo delinearsi e alla loro evoluzione, è considerevole (a tratti predominante rispetto al resto): le pause, i sospesi, sia a livello dei dialoghi che della narrazione, sono numerosi, forse anche fastidiosi, ma strettamente funzionali alla caratterizzazione dei protagonisti. Così l’insistere su certi loro tic, su certi difetti di pronuncia (la “s” sibilante di Rust), su certe loro abitudini (il fumo, il bere).
McConaughey e Harrelson offrono poi, dal canto loro, due prove d’attore a dir poco memorabili, nettamente di altro livello rispetto ad alcune loro passate performance cinematografiche.

L’atmosfera, il mood che attraversa il racconto e che è così insistentemente ricercato, quel senso indefinito di inquietudine (diverso da quello dato da un comune thriller) e al tempo stesso di torpore e annebbiamento, è garantito, oltre che dalla resa dei personaggi, dalla definizione dell’ambiente, dalla fotografia e dalla colonna sonora.
Fukunaga mischia abilmente, e in maniera sinestetica, i colori caldi e languidi del paesaggio paludoso, alla voce biascicata dei protagonisti, al loro respiro, al loro deglutire (i suoni in presa diretta sono quasi amplificati), il ritmo della musica folk-blues di sottofondo, al fumo onnipresente delle sigarette, rendendo in modo perfetto – ne sentiamo quasi l’odore, ne percepiamo quasi il gusto – quell’idea di marcio, di putridume, di stantio che impregna il contesto in cui i personaggi si muovono (o meglio, in cui si trovano – figurativamente o no – impantanati).

Nonostante i tempi e le modalità di ripresa imposti dalla tradizione televisiva, Fukunaga ha cercato di mantenere uno stile che fosse più artistico e meno convenzionale possibile, prefissandosi di inserire «qualcosa di speciale in ogni puntata».
Una su tutte, ricordiamo i 6 minuti di piano-sequenza più osannati dalla rete dai tempi de I figli degli uomini di Cuaròn: 6 minuti in cui assistiamo all’incursione di Rust nella casa di alcuni spacciatori, in seguito ad un patto stretto con un membro di una banda di motociclisti per riuscire ad ottenere informazioni. Una chicca che vale tutto il telefilm e che provocherà un esaltante effetto déjà vu a più di qualche videogame player.

reazioni dell'internet

Il continuo gioco di fusione dei piani – oggettivo/soggettivo, realtà/irrealtà – dato da un sapiente uso della telecamera (che assume posizioni anche molto poco convenzionali), delle luci, e del sonoro (che presenta spesso una sovrapposizione di livelli), confonde e al tempo stesso attira e intrattiene lo spettatore televisivo, raramente abituato a guizzi stilistici di questo tipo. 
Una confusione funzionale e costantemente ricercata, che ha il suo climax in una delle scene della puntata finale, in un momento in cui Rust, in stato di alterazione psicofisica, sente voci e ha vere e proprie visioni psichedeliche.
Di sicuro qualcosa che non siamo abituati a veder accadere ad un vero detective. Che Fukunaga abbia – provocatoriamente o meno – rivisitato un genere, questo è certo.

 

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About Elena Cappozzo

Dopo la laurea in Filologia Moderna a Padova, studia Film Writing a Roma. Sognando di scrivere “per”, scrive “di” (cinema) qua e là, accendendo ogni tanto un cero a San...SetBlv. Il grande schermo è il suo primo, assoluto amore ma le capita con discreta frequenza di tradirlo con quello della tv e persino con quello del pc (quella da Youtube e serie tv è in realtà una dipendenza piuttosto grave, no judging.)