ROBOCOP

 robocop

Regia: José Padilha
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 121′

 

Il 17 luglio 1987 usciva nelle sale degli Stati Uniti il film RoboCop, di Paul Verhoeven. Premiato con l’Oscar per il Miglior montaggio nel successivo 1988, è un dramma fanta-futuristico imperniato d’azione, dove si distinguono feroci e ciniche critiche e note satiriche nei confronti della società capitalistica. Lo stesso regista paragonò l’immagine di RoboCop a quella del Cristo: poliziotto ucciso come essere umano, poi risorto, in una società che è allo stesso tempo causa della sua morte e motivo della sua rinascita.

Alex Murphy (Peter Weller) è un poliziotto di Detroit (Michigan) con una moglie e un figlio, ucciso brutalmente durante un arresto di una pericolosa banda di terroristi. Il suo corpo e la sua mente vengono utilizzati dalla Omni Consumer Product (OCP), una multinazionale che ha stretto un accordo con l’amministrazione comunale per dirigere il dipartimento di polizia, per fungere da scheletro all’armatura robotica che lo rivestirà rendendolo appunto RoboCop, il robot poliziotto. Durante la sua nuova “vita” però, al cyborg affiorano ricordi della passata esistenza, quasi come se alla morte dell’uomo fosse sopravvissuta l’anima, rimasta all’interno degli organi prelevati poco prima che l’agente, clinicamente morto, morisse a tutti gli effetti, per poter essere trapiantati e dare vita alla macchina. L’anima del film è quindi il conflitto che si scatena ben presto in RoboCop: una difficile battaglia volta a capire quanto di umano sia rimasto in lui e se, di fatto, sia ancora una persona o una cosa, un prodotto dell’OCP; una battaglia che lo porta ad iniziare una caccia spietata ai propri carnefici, rimasti impuniti dopo il suo assassinio.

Ormai culto di un’intera generazione, la pellicola, che il regista dichiarò non avrebbe mai fatto se non fosse stato convinto dalla moglie che leggendo la sceneggiatura lo spinse a lavorarci su, esce oggi nelle sale in un remake dall’omonimo titolo, seguendo quella che ormai è diventata una prassi in un mondo entrato in crisi di nuove idee. Più che un remake si potrebbe parlare di un vero e proprio reboot del franchise, visto che la pellicola, diretta dal regista brasiliano José Padilha (scelto dopo numerose difficoltà che hanno colpito tutte le sfere produttive del film, non ultima la selezione del cast), pur riprendendo molti degli aspetti dell’originale se ne diversifica sin da subito nell’aspetto più affascinante: Alex Murphy qui non muore. L’agente di polizia in questo caso, dopo aver indagato su di un traffico d’armi dove è coinvolto lo stesso dipartimento per il quale è in servizio, viene fatto esplodere con la propria auto sul vialetto di casa. Grazie alla moderna tecnologia, viene concessa alla moglie l’opportunità di tenerlo in vita inserendo quel che resta di lui (testa, cuore, polmoni e una mano) all’interno di quella corazza che lo renderà RoboCop.

robocop2Se, come nel primo film, sono quindi presenti il tema della corruzione della politica, dei mass media sfrontatamente di parte (ridicolizzati egregiamente in questo caso da un bravo Samuel L. Jackson), della dualità uomo/macchina (il fatto di non essere stato ucciso permette ad Alex di riaprire gli occhi conscio della propria identità, faticosamente riguadagnata dal RoboCop originale), tuttavia fa sentire la propria mancanza (ma ahimè era doveroso farlo) la scena in cui viene ucciso il primo Alex Murphy. Inimitabile per il sadismo della sua cruda realtà, non si è mai visto nemmeno in film ben più violenti e splatter una scena tanto cruenta. Allo spettatore, con il cuore in gola, sembra di essere là, in quell’assurda atmosfera a cui può corrispondere solo la realtà: l’impotenza di un uomo disarmato di fronte a un gruppo di assassini armati fino ai denti, eccitati dalla sua paura, dal totale senso di annientamento dell’essere umano, animati da un assurdo disprezzo nei confronti della vita. I suoi carnefici giocano con lui, ridono, godendo della sua sofferenza, spogliandolo di ogni dignità umana prima ancora che della vita.
Prima gli spappolano la mano destra con un fucile a pompa (la stessa che rimane sana nel nuovo RoboCop), poi lo crivellano di colpi. Pezzi del giubbetto antiproiettile esplodono per aria assieme alle sue membra che sembrano staccarsi pezzo per pezzo, il braccio destro cade disintegrato a terra e le urla di Peter Weller suggeriscono l’impressione che quei colpi siano veri. Non ancora morto, ancora qualche sadica, compiaciuta risata e solo dopo il fatidico “colpo di grazia” alla testa.

Tutto questo nel nuovo RoboCop manca e non poteva esserci, come le musiche di Basil Poledouris, che per il tema principale, leitmotiv presente in tutto il film, fuse musica orchestrale e sintetizzatore per rendere l’idea del binomio uomo/macchina, ripreso all’inizio e alla fine di questo nuovo capitolo dal bravo Pedro Bromfman. Mancano con le musiche anche le atmosfere rarefatte di solitudine e angoscia, la tragica sensazione claustrofobica che spalanca l’abisso, l’orrore verso l’ignoto che il vero Alex Murphy prova nei confronti di se stesso, non capendo chi o cosa sia.

Non si possono fare confronti fra le due pellicole, l’unico modo per apprezzare il nuovo RoboCop sta, come sempre, nell’atteggiamento di porsi nei confronti del “nuovo” senza aspettative derivanti dai paragoni con il classico. Visto come film a sé, questo RoboCop offre spunti interessanti, ancora una volta attuali in un mondo sempre più invaso da una tecnologia che ormai serve ai più giovani perfino per usare correttamente il gabinetto.
Il tema uomo/macchina, sebbene in modo differente (questo Murphy può essere ucciso, l’altro era già morto), è ancora presente: la moglie e il figlio di Alex si domandano quanto sia rimasto (dietro quella che sembra più una tuta che una vera e propria armatura) del marito e padre. La sua anima è ancora ancorata a quei pochi organi tenuti in vita da un involucro che dell’uomo ha oramai solo il volto (e una mano), ma il cui cervello, gravemente danneggiato, è costantemente monitorato e controllato dalla OCP per mano del Dottor Dennett Norton (Gary Oldman – stavolta sarà buono o cattivo?), comandato da un insolito (perché cattivo) ma sempre bravo Michael Keaton. Confronti con l’originale a parte rimane quindi un buon film.

 

di Michele Fornelli

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