Per me è un NO! – NON BUTTIAMOCI GIÙ

Titolo: Non buttiamoci giù; Titolo originale: A Long Way DownRegia: Pascal ChaumeilAnno: 2014Origine: Regno UnitoDurata: 96′

Chi ha avuto la sfortuna di imbattersi nel libro di Hornby ancor prima di approdare al film ad esso ispirato, probabilmente aveva già assaporato l’amara sensazione di vedere rovinato da una scrittura nelle intenzioni “realistica” ma di fatto semplicistica e artificiosa, uno spunto dal grande potenziale.

Ecco, Non buttiamoci giù si prende la briga di rimanere fedele – in questo senso – a tale sensazione e, quando possibile, riesce a fare anche di peggio.

Non buttiamoci giù  non è il primo dei romanzi di Nick Hornby che viene trasposto per il cinema: Febbre a 90°, Alta Fedeltà, About a Boy sono alcuni dei titoli più noti. E proprio da About a Boy il francese Pascal Chaumeil (sue le commedie Il Truffacuori e Un piano perfetto), ricicla il personaggio di Toni Collette, forse nella speranza di poter usufruire dei benefici di un qualche “effetto déjà vu”. Déjà vu che c’è, ma che serve – ahilui – soltanto a ricordare al pubblico quanto inferiore sia la versione di “mamma disperata” che l’attrice interpreta in questo film, rispetto all’altra.

non buttiamoci giù scena

La storia è quella di quattro sconosciuti – nella fattispecie, Martin (un conduttore televisivo la cui carriera è finita in seguito ad una scappatella extramatrimoniale con una minorenne), Jess (un’adolescente incavolata con il suo ex e con il mondo), J.J. (un rocker fallito) e Maureen (una madre single con figlio disabile a carico) – che si ritrovano per caso, la notte di capodanno, sul tetto di un grattacielo con l’intenzione di buttarsi giù e che decidono, invece, di fare insieme un “patto di sopravvivenza” fino al giorno di San Valentino.

Come succede anche nel libro, la vicenda viene narrata attraverso un progressivo cambiamento di punti di vista (come i voice over fanno notare), espediente che permette di presentare i diversi personaggi, di renderne noti i pensieri e, soprattutto – così almeno pare –, di non far perder tempo al regista, che sembra avere una gran fretta di concludere (e gran poche idee).
E così, quel blando humour inglese, quella leggera ironia con cui Hornby, se non altro, tenta di affrontare un tema molto delicato, si tramuta nel film in una fiera di luoghi comuni e in una sequela di battute banali e fuori luogo che inducono lo spettatore, più di una volta, ad un rassegnato facepalm.

Ed è proprio nel momento in cui la mano raggiunge il volto che al poveretto sovviene cosa può averlo condotto, cosa può averlo subdolamente attirato di fronte a quello schermo: Jesse Pinkman.
Sì, non è stato il trailer accattivante o la tematica singolare ad averlo attratto, ma Aaron Paul e la scia di fama (e aspettative) che il personaggio di Breaking Bad gli ha lasciato in eredità (per lo meno, questa la trappola attestata per i più). Maledetto Pinkman e pure l’ex 007 Pierce Brosnan e quella neo starletta di Imogen Poots! (Che Toni Collette sia un’attrattiva, suo malgrado, lo escludiamo già a priori.) Ecco lo specchietto per le allodole dello spettatore sprovveduto: un cast che lascia ben sperare ma che, di fatto, delude impunemente.

Non tanto per le sue capacità (seppure sottotono, la recitazione non è certo la cosa peggiore), ma per una sceneggiatura sommaria e male arrangiata che non lo valorizza affatto.
I personaggi sono poco sviluppati (al punto che è impossibile empatizzare con loro), stereotipati e al contempo schizofrenici (non tengono nemmeno fede al proprio ritratto) e le azioni che compiono non sono mai sufficientemente giustificate.

a long way down 3

I continui passaggi da momenti ad alto tasso drammatico ad altri di esagerata ilarità non allentano la tensione, semplicemente rendono ancor meno credibili personaggi e intera vicenda (se già non lo fossero abbastanza). Si ha l’impressione che sia colpi di scena – anzi “colpi di scena” – che sequenze d’azione e scene romantiche siano state inserite perché “dovessero essere inserite”, più che per reale necessità (gran parte di esse, tra l’altro, costituiscono delle variazioni rispetto al romanzo).

Se si eccettua un breve ma apprezzabile piano sequenza che illustra le situazioni dei personaggi ad una festa durante la loro breve vacanza a Ibiza, per il resto, anche nel settore “scelte registiche” aleggia la banalità. Inquadrature scontate, come scontati sono l’uso dei colori (freddi nei momenti down, caldi in quelli più “positivi”) e la colonna sonora (I will survive ?!! …Seriously?!).
Il (credibilissimo e per nulla forzato) happy ending finale non fa che completare il quadro.

«Non buttiamoci giù» sarà quello che ha detto il regista alla crew, una volta resosi conto del risultato.

About Elena Cappozzo

Dopo la laurea in Filologia Moderna a Padova, studia Film Writing a Roma. Sognando di scrivere “per”, scrive “di” (cinema) qua e là, accendendo ogni tanto un cero a San...SetBlv. Il grande schermo è il suo primo, assoluto amore ma le capita con discreta frequenza di tradirlo con quello della tv e persino con quello del pc (quella da Youtube e serie tv è in realtà una dipendenza piuttosto grave, no judging.)

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