ENEMY

Regia: Denis Villeneuve; Interpreti: Jake Gyllenhaal, Mélanie Laurent, Isabella Rossellini, Sarah Gordon; Anno: 2013; Origine: Canada/Spagna; Durata: 90 min

Adam Bell è un professore di storia depresso e tormentato. O piuttosto un attore di terza categoria frequentatore di certe serate esclusive? O forse entrambi?

Parlare di un thriller tentando di non svelare particolari che priverebbero la visione successiva alla lettura del suo maggiore elemento di interesse, ovvero la presa emotiva sullo spettatore, non è compito facile, soprattutto se il film in questione poco si cura di andare al di là di questo, nella sostanza, o di lesinare fin dall’inizio indizi sulla risoluzione dell’intreccio, che la sostanza (e quindi l’oggetto privilegiato della presente analisi) sono. Il Trattato sulla Moralità dello Spoiler suggerisce pertanto in casi simili di dividere la recensione in due parti, una più o meno innocua e l’altra, prima della quale il lettore prudente verrà opportunamente avvisato, libera da ogni scrupolo.

Psicothriller nebbioso, esponente dello spesso arido (perché ormai prosciugato di ogni idea davvero originale, ma non per questo poco frequentato) filone del film à la Fight Club, dove lo spettatore si ritrova, impotente, sullo stesso piano del protagonista, ad assistere dall’interno agli scherzi che la sua mente problematica gli propina, pronto alla classica sorpresa finale che costringe a rivedere l’approccio al testo fino a quel punto adottato, Enemy tenta, com’è d’obbligo, di distaccarsi dalla matrice (che può sicuramente vantare precursori notevoli come Mulholland Drive o Memento – almeno nella scrittura) per trovare soluzioni espressive personali. Il canadese Denis Villeneuve, alle prese con il Saramago de “L’uomo duplicato”, doppelgängeristico fin dal titolo, ci riesce solo in parte.

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Interessante è, ad esempio, la scelta cromatica della fotografia, desaturata come vuole la maniera quando si tratta di protagonisti soli e dai forti conflitti interiori, prigionieri di se stessi prima che delle desolanti metropoli semideserte dove si svolgono i fatti (si veda il sempre tematicamente vicino L’uomo senza sonno). Fotografia, che al contrario del film appena citato è pesantemente virata al giallo, con luci soffuse e radenti e ombre dense e avvolgenti, come in un’alba costante che, affrontando la foschia impenetrabile in cui sono immersi, tenti debolmente di portare chiarezza sui palazzi granitici e le fredde vetrate dello skyline di Toronto.
Il film si apre, dopo un’emblematica didascalia («Chaos is order yet undecyphered») proprio su questo ordinato ma offuscato orizzonte, distante e ripreso con una lenta panoramica laterale che non ne viola l’immobile imperscrutabilità.
La stessa soluzione viene poi ripresa nel finale: mentre scorrono i titoli, con il medesimo movimento laterale sugli edifici glaciali, in quello che da panoramica è diventato carrello (dopo successivi avvicinamenti della telecamera alla città – mai intesi come movimenti rettilinei, troppo fortemente indagatori, ma piuttosto come stadi fissati su una spirale – e vertiginose riprese a volo di uccello che contrappuntano l’infittirsi sconcertante della trama) viene ribadita la sensazione di ciclicità più volte emersa fin dalle primissime scene (il loop della lezione e del sesso poco appagante con la fidanzata che connotano subito un’esistenza disfunzionale e monotona, la citazione di Hegel con l’aggiunta di Marx, il riemergere puntuale di una simbologia onirica costante, le accuse e la rassegnazione della moglie – sic, e non dico di più – che rimandano a un passato che ritorna, la stessa ultima scena prima dei titoli che conferma l’instabilità dell’appena ritrovata sicurezza). Automatico è il facile parallelismo tra i grattacieli fumosi e le costruzioni mentali annebbiate del protagonista su cui la lampada del proiettore dietro di noi tenta di illuminarci, oggetto addirittura di una delle due locandine del film, la meno didascalica (l’altra potrebbe giustificare ogni anticipazione potenzialmente odiosa qui contenuta, visto che si macchia dello stesso crimine contro il Trattato di cui sopra).


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Infatti, ciò che risulta più ambiguo e, se si vuole, fuori dai canoni del thriller, (ma in un senso che oscilla tra il sospetto che sia un’uscita involontaria e il dubbio che un’operazione consapevole del genere riesca davvero a non essere controproducente), è che un’opera che fa della sovrapposizione e confusione dei piani narrativi la sua cifra, si prodighi nel fornire allo spettatore fin dai primi istanti tutti gli indizi necessari a decifrare l’intreccio. Il film non si impegna troppo nel nasconderli e gioca a carte scoperte per il resto dei novanta minuti (che non potevano essere uno di più e magari non avrebbe guastato che fossero stati una decina di meno), mostrando tutta l’impalcatura e minando pericolosamente la partecipazione emotiva dello spettatore che non vede l’ora di scoprire il meccanismo ed elevarsi su un piano di conoscenza superiore rispetto all’eroe o a dove lo vorrebbero tutti i manuali di costruzione della Spannung. Ma onde evitare la confusione anche dei due piani in cui si prospettava di dividere questo pezzo, aggirando – si spera – le ire dei lettori incautamente arrivati fin qui…

 

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Siete ancora in tempo.

 

Ora non più.

Come si diceva, sia la sceneggiatura, con la gestione degli eventi, che la regia, con la loro messinscena, non si preoccupano di telefonare – è proprio il caso di dirlo – la chiave di lettura. La scena madre da questo punto di vista è quella dell’incontro tra la moglie Helen e il presunto doppio: la camera indugia su uno sguardo più pietoso che sconcertato, un volto che ha capito molto più di quello che sembra esserci stato rivelato; poi un montaggio eloquente non lascia dubbi, il doppio sparisce nel preciso istante in cui Helen chiama suo marito, dandoci la conferma che in realtà non c’è nessun doppio, ma solo lo sdoppiamento di un’unica personalità e la proiezione mentale di un altro sé creata da un protagonista disturbato e afflitto da una colpa, per autoassolversi e infine anche liberarsene.

Dichiararlo, seppur velatamente, in questo momento, significa sacrificare la riuscita della metà abbondante di film successiva, già debole per l’eccessiva ripetitività delle scene che giocano a ribaltare e sovrapporre inseguitore e inseguito, aumentando la tensione con la semplice attesa, in mancanza di altri espedienti. E il finale, che sul momento sembra rimescolare le carte e lasciarci pieni di domande mentre ritorniamo alle nostre case riscoprendoci vagamente aracnofobici, in realtà è solo una declinazione del tutto plausibile dell’intuizione avuta, che non riscatta il film dall’accusa di aver sbagliato qualcosa a livello drammaturgico.

Una volta accettato questo, però, e considerato appunto che sembrerebbe essere un’impostazione consapevolmente imprudente più che un errore (a partire dalla locandina o, a neanche cinque minuti dall’inizio, dal primo indizio di uno sdoppiamento per mezzo di un montaggio sonoro sfasato che fa convivere nella medesima inquadratura l’immobile protagonista con la sua voce proveniente dal corridoio di cui si intravede un pezzo sullo sfondo mentre da lì dovrebbe accogliere la fidanzata appena arrivata), il film non è certo privo di pregi nella sua struttura – soprattutto iniziale – e si caratterizza per una narrazione antididascalica che elegantemente suggerisce e non dichiara, cosa che rende lo scarto con il mistero del doppio rivelato ancora più ampio. Molto saggiamente costruiti sono, a questo proposito, proprio i minuti iniziali, dove lo spettatore si ritrova completamente spaesato, tra le visioni di una setta dal sapore kubrickiano e le sue orge, con un montaggio convulso di dettagli come in un sogno o una memoria confusa, per poi seguire senza soluzione di continuità un personaggio intravisto là nell’ossessiva e immotivata riproduzione di un dvd,  finché la prosecuzione della sua indagine ne rivelerà il perché in modo del tutto naturale.

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Oculata anche la decisione di non insistere sulla figura della madre, eminenza grigia di cui è lasciata solo intuire l’importanza nella genesi del conflitto interiore del protagonista; un aspetto poi corroborato dalla scelta, per l’ iconografia del mostro che abita i sogni del protagonista, assente nel romanzo, di un archetipo jungiano riconducibile a questa figura dominatrice, che viene mostrata solo per pochi minuti ambiguamente dotata del volto buono di Isabella Rossellini.

La solida interpretazione di memoria donniedarkesca di Jake Gyllenhaal riesce a diversificare prima e a confondere poi le due facce del protagonista, mentre una musica molto classica ma funzionale (grandi pedali e progressioni climatiche dei bassi per costruire l’atmosfera di tensione ed articolazioni aracnosimili nei registri più acuti, a richiamare le visioni di lui) è particolarmente apprezzabile in due situazioni opposte e speculari. Una quando il protagonista sogna il film che ha appena guardato e di cui vediamo le immagini mute dal tono allegro e spensierato mentre ascoltiamo la tensione sonora accrescersi e provocare, in combinazione con l’insicurezza dovuta all’ignorare il motivo di questa riproposizione, una vetta di angoscia ineguagliata per tutto il film. L’altra, nel colpo di scena finale, quando lo spavento del ragno gigante è accompagnato da un sottofondo radiofonico di tono, di nuovo, diametralmente opposto, a sottolineare la quotidiana convivenza con i mostri a cui il protagonista sarà ancora costretto, anche dopo l’illusoria liberazione.

 

About Carlo Gandolfi

Colui che scruta, cromaveglie di luce, onirosuoni.

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