ADIEU AU LANGAGE

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Regia: Jean -Luc Godard; Interpreti: Kamel Abdeli, Héloise Godet, Zoé Bruneau, Richard Chevallier, Jessica Erickson; Anno: 2014; Origine: Svizzera; Durata: 70′

Un uomo, una donna, un cane. Immagini che si susseguono, suoni che si sovrappongono, parole, stagioni, luoghi, volti, in uno scontro/incontro continuo tra Metafora e Natura.

Già in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes e presentato a Locarno nella sezione Fuori Concorso, l’ultimo film di Jean-Luc Godard si caratterizza prima di tutto per la sperimentazione. Come ha affermato il direttore della fotografia Fabrice Aragno nella presentazione alla proiezione a Locarno, quando si guarda un film di Godard non bisogna pensare di dover per forza capire. Prima di tutto bisogna guardare.

Anche per quest’ultimo film non fa eccezione la voglia di Godard di sperimentare e l’uso del 3D ne è l’elemento più evidente. Non esiste una trama, il regista mescola sequenze recitate, immagini “sparse”, le battute e i dialoghi spesso non hanno pertinenza con le immagini, ma soprattutto utilizza la possibilità di scindere le due immagini che il 3D crea, di modo che in certe inquadrature si sovrappongono due azioni, due scritte. Lo stesso fa con la musica e il sonoro, per cui talvolta da sinistra arrivano determinate parole e da destra altre, sovrapponendosi o rispondendosi a vicenda. Fabrice Aragno ha spiegato che questa scelta è stata fatta per permettere allo spettatore di essere protagonista attivo e poter “scegliere” cosa ascoltare, come missare il film.

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Quello che Godard offre allo spettatore è un’esperienza, la dimostrazione che i limiti della tecnica al cinema possono essere sempre spostati oltre. La sensazione che ne deriva è di continua instabilità e precarietà, in quanto ogni elemento, dalle immagini al sonoro, è montato in modo da destabilizzare lo spettatore, non permettergli di “abbassare la guardia”, ma forzarlo a mantenere costante l’attenzione. Ciò che Godard, come dimostra ancora una volta con questo film, non smette mai di fare.

About Alessandra Pirisi

Laureata all’Università di Bologna in Lettere moderne con una tesi sul paesaggio ne "Il deserto rosso" di Michelangelo Antonioni e nella specialistica di Italianistica con una tesi sulla drammaturgia testuale di "Mercuzio non vuole morire" della Compagnia della Fortezza. I suoi interessi vertono su letteratura (suo primo amore), teatro, danza, cinema e Bruce Springsteen. La passione per il cinema è nata quando aveva 12 anni e da allora per capire cosa fare della sua vita guarda ogni tipo di film (tranne horror e poco altro). Considera Hitchcock, Cukor e Wilder (alcuni tra) i suoi registi preferiti, Cary Grant il miglior attore del mondo, "Un pesce di nome Wanda", "Scandalo a Filadelfia" e "Rocky Horror Picture Show" la più efficace medicina esistente. Ultimamente si è interessata – molto – a serie tv (in particolar modo poliziesche); tra le preferite Doctor Who, Sherlock, Modern Family e Hannibal, da cui ha sviluppato un’insana passione per Mads Mikkelsen.