THE TRIBE

Titolo: The tribe; Regia: Myroslav Slaboshpytskiy; Interpreti: Grigoriy Fesenko, Yana Novikova, Rosa Babiy, Alexander Dsiadevich, Yaroslav Biletskiy; Anno: 2014; Origine: Ucraina, Paesi Bassi; Durata: 130′

Sergey è un ragazzo sordomuto che entra in un collegio per giovani con il suo stesso problema. L’inserimento non è facile: una severa gerarchia controlla la comunità dove traffici illeciti impegnano studenti e insegnanti, dilagano bullismo e criminalità, e alcune delle ragazze vengono fatte prostituire.
Innamoratosi (ricambiato) di una di loro, scoprirà amaramente che uno degli istitutori si sta adoperando per farla emigrare in Italia…

Questo film è nel linguaggio dei segni, non ci sono traduzioni, né sottotitoli, né commenti.

Questo recita la didascalia d’apertura, quasi un monito d’avvertimento per lo spettatore che si appresta alla visione.
The Tribe è un film duro. Duro da guardare, duro da capire, duro da metabolizzare (e forse quel semplice avviso, a questo, non prepara).
La “tribù” a cui il titolo fa riferimento, quella della comunità di sordomuti di un istituto di Kiev, è un clan chiuso, con regole e gerarchie proprie, che prima ancora di escludere chi dovrebbe entrarne di diritto (Sergey), lascia fuori noi spettatori.
Non indora la pillola l’ucraino Myroslav Slaboshpytskiy. Non guida il pubblico, non lo asseconda, non lo compiace. Niente guizzi registici, niente virtuosismi o immagini esteticamente godibili. Si ha la netta impressione che la storia esista indipendentemente dal fatto di dover essere raccontata o essere vista da qualcuno, e chi voglia approcciarsene lo faccia a suo rischio e pericolo.

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Per i primi 5 minuti, The tribe potrebbe benissimo sembrare un “film normale”. Alla fermata del bus – dove nessuno parla, ognuno si fa i fatti propri – vediamo da lontano Sergey chiedere indicazioni ad una signora, mentre i rumori del traffico sovrastano ogni cosa. Quella risponde gesticolando, e lo stesso fa poco dopo la bidella della scuola che, al di là della vetrata, gli indica sbrigativamente come entrare. Niente che non avverrebbe normalmente insomma.
Ma no, quella di Slaboshpytskiy non è semplicemente una provocazione a riflettere sull’incomunicabilità della società moderna, non ce la si sbriga così facilmente. Il regista ci fa assaporare per un attimo un senso di “uguaglianza” – i gesti e il silenzio fanno parte della quotidianità di tutti noi – per poi subito sbatterci violentemente contro la dura realtà: non puoi capire com’è la vita di un sordomuto se non ne fai parte. E sprovveduto e sciocco è chi vi si approccia con pietà ed ottimismo: quello è un mondo spietato, che non accetta commiserazione.

Non è facile entrare in sintonia con il linguaggio dei segni, e, a dire il vero, non ce ne si abitua durante il corso del film, al contrario. Se all’inizio sembra tutto sommato abbordabile, proseguendo con la storia – un po’ perché le scene si fanno più complesse, un po’ perché si desidera sapere cosa succede – si avverte sempre di più il gap comunicativo.
Niente primi piani, niente dettagli. L’occhio di Slaboshpytskiy è distaccato, quasi documentaristico: la “tribù” è come un branco di animali osservati muoversi nel loro ambiente, svolgere i propri rituali, interagire (la scena della lotta tra il protagonista e il maschio-alfa del gruppo, con il resto dei ragazzi che osserva appeso o seduto su delle travi di ferro, in questo senso, è abbastanza esplicita).

E se talvolta qualche sequenza risulta perfino buffa (d’altronde non lo è forse la maggior parte del nostro gesticolare se privato del suono?), il tono generale è drammatico, a tratti horror. Non c’è colonna sonora a preannunciare o commentare gli avvenimenti, il silenzio sembra la più efficace e crudele delle opzioni.
Nemmeno un urlo o un gemito di dolore, di gioia, di piacere, di paura accompagnano la danza dei gesti: nell’universo espressivo della tribù – che pure possiede una sua espressività – la comunicazione è veloce, diretta, pragmatica. E perfino l’unica voce che sentiamo, quella rotta e disperata di una delle ragazze che si sottopone ad un aborto (scena lunghissima e atroce), viene totalmente ignorata.

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L’uso della camera fissa e l’abuso di campi medi che spesso escludono parte dell’azione, costringono lo spettatore ad uno sforzo visivo e d’attenzione notevole, soprattutto quando, con soluzioni registiche intelligenti, ostacoli fisici creano quasi degli split screen. La steadycam segue i personaggi che, nei numerosi piani sequenza, sembrano muoversi in una coreografia senza musica.
The tribe non è un film godibile nel vero senso del termine perché implica un lavoro notevole da parte del pubblico: molto è lasciato alla sua interpretazione, alcuni passaggi narrativi sono intuibili, mai certi. E non è un “film muto”, se non letteralmente, sebbene omaggi il genere. Slaboshpytskiy estremizza quello che di fatto è un dramma insito della comunicazione, quello della sua (corretta) codificazione.
E in questo caso, non c’è peggior sordo di chi non vuol guardare.

Cinema e Poesia – The tribe.

About Elena Cappozzo

Dopo la laurea in Filologia Moderna a Padova, studia Film Writing a Roma. Sognando di scrivere “per”, scrive “di” (cinema) qua e là, accendendo ogni tanto un cero a San...SetBlv. Il grande schermo è il suo primo, assoluto amore ma le capita con discreta frequenza di tradirlo con quello della tv e persino con quello del pc (quella da Youtube e serie tv è in realtà una dipendenza piuttosto grave, no judging.)

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