THE HATEFUL EIGHT

Regia: Quentin Tarantino; Interpreti: Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demiàn Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern; Data: 2015; Origine: USA; Durata: 167′

John Ruth, soprannominato il Boia, è un cacciatore di taglie che si sta recando a Red Rock per consegnare alle autorità Daisy Domergue, donna-bandito che vale 10.000 dollari.
Con la sua diligenza, rincorsa da una tempesta di neve, concede un passaggio ad altri due uomini incontrati lungo la strada e, insieme, sono costretti a fermarsi per qualche giorno nell’Emporio di Minnie, un rifugio per viaggiatori. Qui dovranno convivere con altri misteriosi avventori.

Cresciuto a “pane e western”, Quentin Tarantino si è cimentato nel genere per la prima volta con il riuscitissimo Django Unchained e ha scelto di replicare con il suo ottavo film, con otto “odiosi” protagonisti: “The hateful eight”.
Ovviamente un regista eclettico non va certo a rinchiudersi in un genere e la sua ambientazione è, come sempre, cosparsa di svariate contaminazioni, questa volta con un inedito tocco “giallo” alla Agatha Christie.

Girato in Ultra Panavision 70mm, questo film è un ritorno alle origini de Le Iene e al tempo stesso un ulteriore passo in avanti, un’ulteriore evoluzione artistica. Del suo esordio, oltre a Tim Roth e Michael Madsen, c’è tutta la teatralità di un ambiente (praticamente) chiuso. Ogni personaggio è legato ad un altro con un filo invisibile di tensione, da cui si genera imprevedibilità, propellente ideale per una pellicola di 167 minuti che scorre fluidamente, senza titubanze, con un ritmo semplicemente perfetto. Nonostante i pochi elementi e una trama non eclatante, lo spettatore resta coinvolto ogni secondo.

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Tutto questo grazie a otto personaggi che, malgrado il doppiaggio “mainstream”, restano stupendamente caratterizzati, confrontandosi in dialoghi fitti, come sempre provocatori e ironici. Alla canonica fase introduttiva di presentazione segue il progressivo intensificarsi dei rapporti fino all’epilogo che è prevedibilmente sanguinolento, ma anche esageratamente farsesco, degno dei peggiori (o migliori?) z-movies.  [Questa informazione non vale come spoiler, gli epiloghi di Quentin sono sempre sanguinolenti!] Più rilassato del solito l’approccio estetico alle inquadrature e al montaggio, ma ci vengono regalati comunque alcuni scorci suggestivi e una scena tra tutte: cavalli che incedono nella neve, ondeggianti come fossero a dondolo, cullati dalla colonna sonora di Ennio Morricone.

Amato oppure odiato, Tarantino è stato a lungo accusato di mancanza contenutistica, i suoi film potevano apparire, infatti, come virtuosismi contenitori di violenza e citazioni, completamente privi di morale. A partire da Django qualcosa è cambiato, ed è chiaro che ora l’eccentrico stile sia veicolo di riflessioni politiche marcate. The Hateful Eight sono la metafora delle contraddizioni americane: per cercare di migliorare la convivenza, il britannico Osvaldo (Tim Roth) propone di dividere l’Emporio in due aree: “il camino sarà la Georgia, il bar sarà Filadelfia”, rievocando in piccolo la famosa linea “Mason-Dixon”, che divideva la Libertà nordista dalla cattività sudista e che rappresenta, ancora oggi, l’emblema della incolmabile distanza culturale tra le due aree. Un Territorio troppo esteso per un Popolo troppo eterogeneo, le divisioni e i contrasti permangono. Tasto dolente, nonostante l’emancipazione formale, restano le discriminazioni razziali, i bianchi e i neri, cosicché il sogno idealizzato di Abramo Lincoln, premessa per la fine della Guerra Civile, non è altro che “carta straccia”, utopia irrealizzata.  Considerazioni forti, ma saranno meglio recepite al pubblico d’Oltre Oceano a cui sono indirizzate.

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Tirando le somme, tutto è in ordine, ma non c’è nulla che esalti veramente. La perfetta definizione che è stata fatta per questa ottava travagliata pellicola è “mirabile opera minore”. Una sospiro elegante (a suo modo), in una filmografia orgastica.
Attendiamo un rilancio per i suoi ultimi due film: visto il recente annuncio di volersi ritirare dalle scene arrivato a quota dieci, ci sarà spazio per il volume 3 di Kill Bill?

About Francesco Stalla

Nasce a Moncalieri (TO) il 30 Maggio 1992. Attualmente frequenta la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Torino. Benché in famiglia abbia sempre respirato una certa attenzione al cinema la vera passione nasce durante il Liceo Scientifico grazie alla preziosa e ispirante programmazione del canale satellitare "CULT". Sarà il film "Vodka Lemon" di Hiner Saleem a sancire la svolta e trasformare l'interesse in passione.‎ Al di fuori del cinema i suoi interessi sono per le automobili, i viaggi e la fotografia di viaggio, la tecnologia e la grafica.