LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Titolo: Lo chiamavano Jeeg Robot; Regia: Gabriele Mainetti; Interpreti: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Antonia Truppo, Stefano Ambrogi; Anno: 2016; Origine: Italia; Durata: 118′

Narcotraffico abusivo. Scarichi nel Tevere abusivi. Abusi sessuali abusivi.
Italia sì, Italia no, Italia bum.
Incredibilmente, dalla Terra dei Cachi, arriva il film che non ti aspetti. (O che aspetti. E da molto.)
Dopo il trionfo ai David di Donatello – come se non fossero bastati gli 800mila euro d’incasso del primo weekend d’uscita – si grida al miracolo di risurrezione del cinema italiano.

Il Messia, altri non poteva essere che un personaggio venuto dal basso, nello specifico da Tor Bella Monaca. Mainetti, assieme al sodale Guaglianone, crea un supereroe dal volto comune e piuttosto anonimo, che passa le giornate a compiere piccoli crimini, mangiare budini alla crema e guardare film porno. Enzo Ceccotti/Claudio Santamaria è “uno di noi”, anzi, forse è anche peggio di noi, un nichilista che se ne frega di tutto e tutti e che si limita a sopravvivere. Uno che non ha ideali di nessun tipo, uno di cui non conosciamo il passato, un delinquentello poco interessante che, del tutto casualmente, delle sostanze tossiche finite nel Tevere trasformano in un Ercole novello.

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Ma quale Ercole italiano metterebbe i propri super poteri al servizio dell’umanità? Nessuno. Ecco, per l’appunto, (fedele al cliché), Enzo ce ne mette di tempo prima di decidersi ad affrontare il cattivo di turno e se lo fa, (fedele al cliché), è solo grazie ad una donna. Perché se esiste un supereroe nazionale, allora è giusto che rimanga fedele ai clichè che questa nazione possiede.
La forza del film di Mainetti sta proprio nel rifiuto dell’imitazione e nell’esigenza di un’originalità che in qualche modo si sente di dovere allo spettatore. Come aveva fatto già per i corti Basette e Tiger Boy, rivisita e riscrive ad hoc, filtra con uno sguardo del tutto personale ed italiano il modello estero: Lo chiamavano Jeeg Robot non è solo un film supereroistico, ma mischia e cita commedia, gangster movie, poliziottesco, addirittura western, con un’autoironia del tutto nostra, diventando un ibrido quasi incasellabile.

Alessia/Ilenia Pastorelli, la bella da salvare, è una ragazza con problemi psichici ossessionata da Jeeg Robot d’acciaio. Lo Zingaro/Luca Marinelli, il villain, è un tamarro maniacalmente attratto dalla fama, con la passione per le canzoni italiane anni ’80. Insomma, le premesse – nella loro drammaticità – sono volutamente/inconsapevolmente spassose. (Altro tratto distintamente italiano.)
I video virali, il karaoke, la mozzarella di bufala, i cartoni animati giapponesi, il centro commerciale, Buona Domenica: ci vuole poco a capire come l’identificazione del pubblico sia prepotente e come personaggi e scene siano fin da subito diventati cult.
Il riferimento al potere mediatico e al contempo obnubilante del calcio (lo scontro finale tra eroe e villain si tiene proprio allo stadio durante il derby Roma-Lazio) è poi un ammiccamento tanto funzionale quanto sornione.

Commando sì commando no, commando omicida.
Commando pam commando papapapapam, ma se c’è la partita
il commando non ci sta e allo stadio se ne va, 
sventolando il bandierone non più sangue scorrerà.

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Gli attori, tutti premiati ai David, hanno saputo riportare sullo schermo da un lato una naturalezza ed una genuinità che da tempo non si vedeva (la Pastorelli – una che non sai se ci è o ci fa – non la si può non adorare: “Macché metodo Stanislavskij, per riuscire a piangere ho usato il ‘metodo-mutuo da pagare’!”), dall’altro, una professionalità e un talento pazzeschi (Marinelli ha contribuito in prima persona, modificando la sceneggiatura, a creare un personaggio tra i più belli degli ultimi anni). Il rifiuto, poi, di fare parlare i personaggi in un innaturale doppiaggese e la scelta di mantenere invece un’autentica parlata romanesca si rivela vincente e nient’affatto limitante: Hirossshi Shibbba ha e acquista senso solo se pronunciato così.

Mentre Jeeg Robot ritorna in sala, Mainetti e Guaglianone sono già al lavoro sul sequel. Forse c’è ancora una speranza.

Viva il crogiuolo di capitoli. Viva il crogiuolo di capitali.
Quanti problemi irrisolti ma un cuore grande così.

 

About Elena Cappozzo

Dopo la laurea in Filologia Moderna a Padova, studia Film Writing a Roma. Sognando di scrivere “per”, scrive “di” (cinema) qua e là, accendendo ogni tanto un cero a San...SetBlv. Il grande schermo è il suo primo, assoluto amore ma le capita con discreta frequenza di tradirlo con quello della tv e persino con quello del pc (quella da Youtube e serie tv è in realtà una dipendenza piuttosto grave, no judging.)

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