L’IMBALSAMATORE

Titolo: L’imbalsamatore; Regia: Matteo Garrone; Interpreti: Ernesto Mahieux, Valerio Foglia Manzillo, Elisabetta Rocchetti; Origine: Italia; Anno: 2002; Durata: 101′

Peppino, di professione tassidermista, conosce allo zoo Valerio, un bel ragazzo di vent’anni con il quale scatta un’immediata simpatia. Peppino lo prenderà sotto la sua ala, offrendogli lavoro, soldi, una casa e belle donne, fino all’arrivo di Debora che Valerio incontra per caso a Cremona. L’ambiguo triangolo farà prendere alla relazione tra i due uomini una tragica svolta.

Dopo l’ideale trilogia Ospiti, Terra di mezzo, Estate Romana, Garrone firma, con una scrittura differente, il suo quarto lungometraggio. Si allontana dallo stile documentaristico delle prime tre opere per avvicinarsi di più a quella che, forse impropriamente, viene definita fiction. «Non mi piace questa parola perché crea dei fraintendimenti. Per quanto mi riguarda ogni film è frutto di una costruzione, è finzione» sostiene il regista nell’intervista di Serena Agusto (in “Cronache dal Sottosuolo. Il cinema di Matteo Garrone” ed. Falsopiano, n.d.r.).
Certamente L’imbalsamatore possiede un corpo drammaturgico più strutturato rispetto ai lavori precedenti.
La differenza viene anche marcata dall’inizio del sodalizio con la casa di produzione di Domenico Procacci, Fandango, che permette di attingere ad un budget molto più consistente, 2 miliardi di lire contro i 100/200 milioni di lire dei film precedenti di produzione indipendente (la casa di produzione è la Archimede, fondata dallo stesso Garrone).
La tematica sociale resta invece la costante dell’universo cinematografico del regista ed è presente anche ne L’imbalsamatore ma con toni e colori diversi.

L’imbalsamatore prende spunto da un episodio di cronaca nera accaduto nel 1992. Un nano, di professione tassidermista, viene trovato morto in circostanze misteriose a Roma. L’omicidio è stato commesso da una coppia di fidanzati, rea confessa, con la quale l’uomo aveva da tempo stabilito un bizzarro ménage à trois.
La vicenda viene appena rimaneggiata in fase di scrittura da Garrone e dai suoi fedeli collaboratori e amici: Ugo Chiti e Massimo Gaudenzio con i quali, nel 2003, si aggiudicherà il David di Donatello per la migliore sceneggiatura.
Gli avvenimenti sono traslati geograficamente in Campania dove un mare grigio lambisce le zampe di quell’ecomostro che è il Villaggio Coppola di Castel Volturno. Un paesaggio antropomorfico, proiezione esterna di una desertificazione dell’animo umano. Case sventrate con finestre vuote come occhi cavati che si stagliano contro un cielo basso, incolore, informe. È in questo surreale e post-apocalittico quadro (non dimentichiamo il background pittorico di Garrone che influenza lo sguardo della mdp) che si muovono Peppino e Valerio.
L’incontro tra i due avviene in un luogo alienante e simbolico: lo zoo, pieno di tristi gabbie. Ed è davanti alla gabbia di un Maribout che si incrociano in un gioco di sguardi, di sapienti campi e controcampi in cui si alternano le soggettive grandangolari dell’inquietante avvoltoio a quelle di Peppino che spiega a Valerio: «Sai come lo chiamano a questo qua? Spazzino. Quando sente i morti, per lui è proprio come il ragoût per i napoletani». È l’inizio di un complesso e morboso rapporto mai esplicitamente chiarito.
Peppino colma le lacune fisiche con l’accattivante abilità oratoria e l’intensa mimica facciale alle quali presta volto e corpo la superba interpretazione di un grande Ernesto Mahieux.

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Valerio, giovane e bello, sembra sentire il fascino seduttivo delle parole di Peppino e si lega molto a lui, quasi affetto dalla sindrome di Stoccolma, sebbene i ruoli di vittima e carnefice siano labili e interscambiabili durante l’intero svolgersi della storia.
L’idilliaco rapporto tra i due viene spezzato dall’ingresso in scena del terzo incomodo.
Lei si chiama Debora, conosciuta da Valerio nell’officina di una spettrale Cremona durante uno degli affari sporchi che Peppino conduce per conto della malavita. L’imbalsamatore infatti non impaglia solo animali morti, ma anche cadaveri di persone, imbottendoli di partite di droga.
Debora sposta il centro di Valerio. L’equilibrio è ormai compromesso, l’esito tragico ineluttabile.
La natura umana non è in fondo tanto dissimile da quella animale. Entrambe sono capaci di “cacciare” per sopravvivere. Entrambe sono capaci di sopravvivere alla più insana ferocia.

About Ivana Mennella

Partenopea di nascita e spirito, ma milanese di recente adozione, si trasferisce all’ombra della bela Madunina otto anni fa. A 10 anni voleva fare la regista. A 20 la traduttrice per sottotitolaggio e adattamento dialoghi. A 30 la sceneggiatrice. A quasi 40, scrive per questo blog e sa con certezza una sola cosa ossia che il cinema e’ ancora e resterà sempre la sua più grande passione.

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