HALLOWEEN AT THE MOVIES: QUEI 5 CHE NON TI SCORDI

Tra tutti i villain che popolano quel genere ahinoi ultimamente accantonato dalla cinematografia italiana, ma che con la scusa di Halloween riesce a ritornare di moda se non nelle nostre sale, per lo meno nei nostri social network, ce ne sono alcuni che sono rimasti impressi nella nostra memoria. Vuoi per la memorabile interpretazione dell’attore, vuoi per l’esemplare costruzione del personaggio o ancora per le riuscite soluzioni registiche adottate, essi hanno popolato i nostri incubi e tuttora…non ci lasciano indifferenti. Al grido di “ma tanto è solo sangue finto”, ecco cinque personaggi che hanno disturbato i nostri sonni (e, da allora, fatto diffidare di eventuali vacanze in campeggio/hotel sperduti/motel, cene di gourmet e signore anziane un po’ svampite).

NORMAN BATESPsycho

«Il miglior amico di un ragazzo è la propria madre.»

Norman Bates è uno degli psicopatici più famosi della storia del cinema, protagonista di una delle sequenze più celebri scaturita dal genio creativo del maestro Alfred Hitchcock nel film Psycho del 1960. Interpretato da un iconico Anthony Perkins (il quale di fatto rimase incastrato in questo personaggio per tutta la sua carriera artistica) Norman è un giovane di 26 anni che gestisce un motel e si occupa della madre invalida con cui vive. Solitario e un po’ impacciato, ha un insolito hobby: impagliare uccelli, quasi a rimarcare che per lui tutto debba rimanere fermo, imbalsamato, come la sua vita nella quale nulla deve cambiare. All’inizio del film Hitchcock ci fa pensare che Norman sia un semplice voyeur; in realtà il giovane si rivela un serial killer psicopatico che uccide le sue vittime, giovani donne graziose, colpendole ripetutamente e violentemente con un coltellaccio da macellaio. Incastrato in un complesso edipico di dimensioni gigantesche (orfano di padre a soli 16 anni, aveva in passato ucciso la madre “rea” di aver intrapreso un’altra relazione e ne aveva impagliato il corpo), Norman uccide nei panni della donna le sventurate che attirano il suo interesse, senza poi ricordare nulla, convinto lui stesso che ad uccidere sia stata la madre gelosa. La confusione ontologica dello psicopatico e il suo sdoppiamento di personalità vengono resi da Hitchcock in vari modi: il personaggio viene spesso ripreso con il volto metà in luce e metà in ombra, fino alla sequenza finale dove un effetto speciale presenta sovrapposte le immagini del suo volto e quello del teschio della madre; la scelta del bianco/nero, inoltre, ben esprime il concetto di doppio. Ritroviamo Norman nel rifacimento cinematografico shot-for-shot di Gus Van Sant, nella serie tv Bates Motel (che lo ritrae ancora adolescente), nonché in Hitchcock di Sasha Gervasi del 2012, film sul making of di Psycho.

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L’ASSASSINO DI PROFONDO ROSSO

profondorosso

«Tanto ti ucciderò una volta o l’altra.»

Marc, musicista, assiste per caso all’omicidio di una donna, una parapsicologa che è da poco rientrata da un congresso, e si ritrova suo malgrado coinvolto nella ricerca dell’assassino e nei suoi stessi successivi macabri omicidi. Profondo rosso definisce un nuovo canone terrifico introducendo nell’immaginario collettivo elementi nuovi, fino a quel momento estranei alla sfera semantica della paura. Una canzoncina per bambini viene trasformata da dolce nenia a preludio di un omicidio, oggetti ludici come le bambole si trasmutano in strumenti forieri di morte. Una lunga carrellata ci mostra un tavolo su cui si trovano biglie, bambole, pupazzi di lana infilzati da spilli e una sequenza di oggetti inquietanti, per poi delineare il profilo disturbato dell’assassino. Una figura “schizofrenica e paranoica, che può sembrare normale ma non lo è” e affinché uccida devono risorgere intorno a lui gli elementi scatenanti del suo trauma originario. Ogni omicidio è scandito, infatti, dalle note di una canzone per bambini o preannunciato da segni ‘infantili’ come una bambola impiccata o un pupazzo meccanico che irrompe nella stanza dello psichiatra Giordani prima che venga barbaramente ucciso. Dell’assassino vediamo solo le sue mani infilate in lunghi guanti neri di pelle (indossati in realtà dallo stesso Dario Argento) che danno la morte usando mannaie, coltelli, affogando in una vasca piena di acqua bollente. E un occhio. Un occhio scuro, truccato di nero all’esterno e venato di rosso al suo interno. Occhio che conferma l’importanza dell’immagine vista, quella che l’assassino vuole dimenticare e quella che invece Marc vorrebbe ricordare. La tensione sale anche nei momenti non topici del film, quelli in cui ancora non è accaduto nulla. Prima che cominci il film, quando scorre il primo titolo di testa con la splendida musica composta dal gruppo Goblin, si inizia a presentire che quello che vedremo cambierà per sempre il nostro stesso modo di vedere.

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JACK TORRANCE

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«Wendy? Sono a casa, amore! Su, vieni fuori. Dove ti nascondi?»

Se si eccettua Steven Weber (interprete del ruolo nella miniserie televisiva del 1997), il volto di Jack Torrance, protagonista del noto romanzo di Stephen King, è per tutti essenzialmente uno: quello di Jack Nicholson. Ex insegnante e aspirante scrittore, Jack – uomo dall’indole violenta e con problemi di alcolismo – ottiene un posto come guardiano di un hotel sperduto tra le montagne. La permanenza in quel luogo isolato, la mancanza di ispirazione per il proprio romanzo e la ripetitività delle sue giornate minano irrimediabilmente la sua stabilità mentale, fino a spingerlo ad assecondare strane visioni e a cercare di sterminare la sua famiglia. Questo tipo di personaggio, di per sé interessante e ricco di spunti, non è tuttavia fra i più originali: è proprio l’intepretazione dell’attore nella trasposizione di Stanley Kubrick, ad averlo reso iconico. La recitazione di Nicholson, infatti, combinata alle geniali soluzioni registiche del cineasta, dà vita ad una delle figure più inquietanti della cinematografia: il giocare continuamente sul labile confine tra normalità e follia e sull’ambiguità di pensieri e azioni conferisce enorme potenza al personaggio. Jack assume spesso atteggiamenti contrari ai suoi intimi intenti, ostentando un’eccitazione, un’ilarità ed un entusiasmo che se da un lato sembrano cozzare con le sue reali intenzioni, dall’altro le alimentano, le corroborano. Il suo è un gioco, la modalità stessa di rapportarsi alle vittime è ludica, quasi infantile: l’inseguimento/nascondino, il definirsi “lupo cattivo” minacciando Cappuccetto rosso/Wendy, la totale assenza di responsabilità di adulto/padre. I continui cambi di atteggiamento, gli scatti nervosi, le improvvise esplosioni d’ira rivelano una personalità disturbata, che le paure e le accuse del figlio e della compagna non fanno altro che provocare. I demoni interiori che alimentano la sua pazzia sono visibili (le entità che popolano l’hotel) e con lui interagiscono: grazie ad essi scopriamo che paranoie e violenza abitano in lui da molto tempo. Addirittura da tempo remoto pare suggerire la foto finale che lo ritrae tra lo staff dell’hotel una cinquantina d’anni prima, e – nella più classica delle tradizioni kingiane – getta su di esse un’ombra ancestrale.

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HANNIBAL LECTER

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«Vorrei che potessimo parlare più a lungo, ma… sto per avere un vecchio amico per cena stasera.»

Creato dallo scrittore Thomas Harris e protagonista di una serie di libri, il serial killer cannibale amante dell’arte e della cultura è un intelligente psichiatra che ama “avere amici per cena”. Apparso per la prima volta su grande schermo nel film Manhunter – Frammenti di un omicidio (1986) di Michael Mann, interpretato da Brian Cox, Hannibal “The Cannibal” Lecter raggiunge successo mondiale nel 1991 con Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, merito anche dell’interpretazione di Anthony Hopkins che riprenderà il personaggio anche nei successivi Hannibal (Ridley Scott, 2001) e Red Dragon (Brett Ratner, 2002). Nel 2007 esce Hannibal Lecter – Le origini del male, in cui vengono narrate l’infanzia e la giovinezza di Hannibal (Gaspard Ulliel) e l’origine del suo cannibalismo, mentre dal 2013 al 2015 la NBC manda in onda la serie Hannibal, con Mads Mikkelsen nei panni dello psichiatra criminale. L’interpretazione di Hopkins, che ha vinto l’Oscar apparendo sullo schermo per soli 16 minuti, ha reso Hannibal un personaggio iconico: l’attore esprime nel modo più scoperto la perversione del serial killer, con uno sguardo infido, subdolo e inquietante nella sua ambiguità palese.
Il successo duraturo è insito nel fascino che il personaggio emana: non è un semplice serial killer (che uccide con qualsiasi arma a disposizione e ha una predilezione per i dissezionamenti chirurgici), è uno psichiatra con una vasta cultura e un gusto raffinato, ed è un cannibale che usa la sua intelligenza per manipolare le vittime. Questa commistione tra fascino e repulsione è l’elemento chiave della popolarità di Hannibal e dell’influenza che ha avuto nella cultura contemporanea.

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LA STREGA DI BLAIR

«…»

Punto di forza di questo personaggio è la sua invisibilità. La strega di Blair, oggetto del documentario che i tre protagonisti del film decidono di girare avventurandosi nei boschi del Maryland, non appare in nessuna scena, eppure, è riuscito a terrificare il nutrito pubblico che 15 anni fa si è trovato di fronte ad uno dei più grandi casi cinematografici degli anni ’90. Complice un’intelligente campagna di marketing grazie a cui era stato fatto girare in rete un finto dossier sul caso dei tre cineasti scomparsi, The Blair Witch Project generò allora una vera e propria psicosi di massa. L’idea, semplice ma vincente, dei giovani registi – quella di realizzare un falso documentario sulla leggenda della strega – ha permesso di costruire il personaggio attraverso esigue e sommarie descrizioni (quelle delle persone del luogo intervistate dai tre ragazzi) e di lavorare sulle suggestioni che queste avrebbero generato sui protagonisti e sul pubblico, in un crescendo di tensione. Un’anziana signora dal corpo ricoperto di peli scuri? Una vapore grigiastro fluttuante? Un’oscura entità che guida le azioni di un serial killer? La strega di Blair non è nessuna e tutte queste cose insieme. Lo schermo nero cui sono più volte messi di fronte gli spettatori fa in modo che sia la loro immaginazione a fare tutto il lavoro, senza il bisogno di effetti speciali, sangue e musica ad effetto. “L’orrore è qualcosa che funziona nella mente dello spettatore, non sullo schermo.” assicuravano i registi. Non si sbagliavano: la strega ha fatto scuola e, oltre a ricomparire nel sequel Il libro segreto delle streghe: Blair Witch 2, nonché in puntate speciali di Dawson’s Creek, Buffy e dei Simpsons, ha successivamente ispirato la produzione di film come Paranormal Activity e affini.

di Alessandra Quagliarella, Ivana Mennella, Alessandra Pirisi, Elena Cappozzo

 

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