FIORE

Titolo: Fiore; Regia: Claudio Giovannesi; Interpreti: Daphne Scoccia, Josciua Algeri, Valerio Mastandrea; Origine: Italia; Anno: 2016; Durata: 110′

Una ragazza sbandata della periferia romana, di nome Daphne, vive di piccole rapine nei sottopassaggi della metro. Presto viene presa dalla polizia e condotta in carcere, dove vivrà una storia d’amore contrastata dalle ferree regole di quel luogo.

Una ragazza lavora come cameriera in un’osteria romana; un bel giorno viene notata da un regista e chiamata a fare un provino per un film. Supera la prova e le viene assegnato il ruolo eponimo. Non si tratta della trama di Fiore, ma è la vicenda capitata in sorte a Daphne Scoccia, divenuta così la protagonista del film in questione (Daphne è il nome dell’attrice esordiente come pure quello del personaggio). Il regista pigmalione è Claudio Giovannesi, classe 1978, già vincitore di importanti premi (Alì ha gli occhi azzurri, il documentario Wolf). Fiore è stato, quest’anno, in concorso a Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, fiancheggiando Marco Bellocchio (Fai bei sogni) e Paolo Virzì (La pazza gioia). Il cast di Fiore è composto da giovani attori non protagonisti (tra cui molti ex detenuti) con l’aggiunta del ‘veterano’ Valerio Mastandrea.

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Lo spettatore viene catapultato da Giovannesi in questo mondo ‘altro’ che è quello dei detenuti di un carcere minorile. L’intento del regista è quello di focalizzare l’attenzione sulla vita in carcere e sulla corrispondenza cartacea (clandestina, in quanto non lecita) che la ragazza, Daphne, soprannominata Fiore, tesse con un altro giovane detenuto, Josh, di cui ben presto finisce per innamorarsi. Il carcere appare luogo non di ‘tante solitudini’, ma di una ‘collettività’ (femminile e maschile, ma in particolar modo viene descritta quella femminile); le detenute, con le loro inflessioni, accenti e cadenze, vivono i loro momenti di conflitto e di complicità; i laboratori di sartoria come pure l’attività sportiva all’aria aperta ravvivano un minimo le lunghe giornate destinate ad essere l’una il duplicato dell’altra; le educatrici sono intransigenti ma non prive di tatto. Il mostrarsi i tatuaggi come gesto di presentazione fra detenuti è l’unico ‘atto linguistico’ del ‘codice’ del carcere ad essere messo in risalto dal regista: il lavoro osservativo di quell’ambiente non sembra a conti fatti particolarmente approfondito. Quello che Giovannesi ci presenta non è un carcere-inferno, ma un carcere giusto, dove chi ha trasgredito la legge, paga il suo debito.

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Veramente pochi i colpi d’ala di questo film, il cui pregio maggiore consiste in una fotografia accattivante, quella di Daniele Ciprì.
Tra i temi trattati, vi sono quello della prigionia (e della frustrazione che essa comporta), e dell’amore contrastato. Man mano che si procede verso il finale, aumenta la possibilità per lo spettatore di immedesimarsi nella protagonista e nel suo desiderio di libertà.
Daphne Scoccia ha dalla sua che riesce a lavorare su un doppio registro: quello della romana ‘ruspante’ e quello della ragazza romanticamente delicata. Discreta la prova del ragazzo che fa Josh, ovvero Josciua Algeri (nella vita un rapper ex detenuto). C’è anche Valerio Mastandrea nel ruolo del padre di Daphne (ma la sua esperienza d’attore non basta per alzare il livello complessivo del film), marito di una slovena abbastanza azzeccata (Laura Vasiliu, che in realtà è romena).
Semplice ma efficace l’impiego delle musiche; buona l’idea di ‘pescare’ nel repertorio romantico (Chopin) per sottolineare l’estasi amorosa dei due giovani amanti. Come pure buona l’idea di accostare alla storia di Daphne quella di Sally della celeberrima canzone di Vasco.

About Luca Mantovanelli

Saturnino, introverso, Luca Mantovanelli ha iniziato presto ad interessarsi di musica e la sua curiosità per l’aspetto creativo e per la psicoanalisi sfocia all’università con una tesi sulla regìa operistica con applicazione al Don Carlos di Verdi. Ma sono proprio le trame delle opere liriche, talvolta – secondo lui - un po’ dispersive e distanti dalla sensibilità moderna, a ricordare a Luca che nel suo passato alcune altre trame (come per esempio di Amadeus e di Film blu) gli avevano cambiato un po’ la vita. Ecco allora una nuova presa di contatto da parte sua con la ‘settima arte’ (e Bobbio ha rappresentato senz’altro per lui un’insolita quanto stimolante esperienza). I suoi incontri con il cinema (di ieri e di oggi) sono stati sempre meno casuali e sempre più dettati dalla curiosità. Luca ritiene che i prodotti artistici migliori (che riscontrino un successo di botteghino o meno) siano quelli che sentiamo riflettere pezzi del nostro Io, e al tempo stesso in grado di indicarci o aprirci una nuova strada…perché è sempre indispensabile un quid di novità. L’introversione ha portato Luca a trovare nella scrittura il suo più congeniale e gratificante mezzo di espressione.

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