FESTIVAL DEL FILM LOCARNO – L’ABRI

L'Abri de Fernand Melgar

Regia: Fernand Melgar; Origine: Svizzera; Anno: 2014; Durata: 101’

Per sei mesi, in inverno, a Losanna viene aperto un ricovero per accogliere i senzatetto durante la notte. La capienza è di 60-70 posti, ma ogni sera le persone che chiedono di entrare sono sempre di più. Non tutti possono essere ammessi, quelli che rimangono fuori passeranno la notte per strada.

Il sesto documentario del regista Fernand Melgar – autore di opere che hanno ricevuto numerosi premi, come La Forteresse (2008) e Vol Spécial (2011) – è inserito nella selezione del Concorso internazionale. Con L’abri Melgar concentra l’attenzione su un rifugio comunale per senzatetto a Losanna, mostrando una realtà spesso ignorata, quella di persone che, per i motivi più diversi, non hanno nessun posto dove dormire e la cui unica possibilità per non passare la notte in strada è sperare di essere “scelti” e ottenere un posto al ricovero.

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La scelta del regista si articola in tre nuclei principali: seguire una serie di personaggi sia all’interno del rifugio che in momenti della loro vita durante la giornata, mostrare il momento dell’ingresso al rifugio (soprannominato “bunker”) e lo smistamento che i responsabili devono compiere, filmare le dinamiche all’interno del ricovero tra ospiti e inservienti e tra gli inservienti stessi. La macchina da presa sembra quasi invisibile, non c’è mai un intervento diretto del regista, non vengono poste domande, semplicemente ci si limita ad assistere all’esistenza quotidiana di queste persone. E le storie che vengono mostrate sono le più diverse: dalla coppia che è appena arrivata dalla Spagna alla ricerca di un lavoro, all’immigrato che vorrebbe guadagnare abbastanza per tornare al suo paese, alla famiglia di Rom. Le scene più forti e drammatiche sono quelle dell’ingresso nel ricovero: gli inservienti non possono fare entrare più persone rispetto ai posti disponibili e il regista mostra entrambi i punti di vista, chi è stato “scartato” e deve passare la notte in strada, chi invece ha il compito di smistare i senzatetto e deve chiudere le porte alle persone “in più”. La ripetizione continua di queste sequenze – un rituale che si compie tutte le sere ed è ogni volta uguale nella sua dinamica – scandisce l’intero film, mostrando l’impossibilità di cambiare la situazione a cui queste persone sono condannate.

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L’alternanza tra i vari punti di vista e la distanza che il regista tenta di mantenere evitando di intervenire anche solo con domande o osservazioni, sono estremamente efficaci: lo spettatore viene costretto a condividere la situazione dei vari personaggi e ciò permette di comprendere quanto sia difficile assumere una posizione in un tale contesto.Lo stile della regia rifiuta virtuosismi e inquadrature raffinate e ricercate per aderire completamente al contesto mostrato e lasciare che siano le situazioni e i personaggi ad avere la massima attenzione. Una scelta che garantisce grande unitarietà e forza alle immagini e al film.

About Alessandra Pirisi

Tra i fondatori di Cinemagazzino, ne è stata redattrice e collaboratrice fino al dicembre 2018. Laureata all’Università di Bologna in Lettere moderne. I suoi interessi vertono su letteratura (suo primo amore), teatro, danza, cinema, musica e Bruce Springsteen. Si interessa – molto – a serie tv, in particolar modo poliziesche. Ha un'ossessione totalizzante per il cinema indiano.

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