DIARIO DAL FESTIVAL DEL FILM LOCARNO – 13 Agosto 2014

Nella visione dei film in programma ad un Festival importante come quello di Locarno, inevitabilmente ci si ritrova a dover compiere una scelta che, vista la grande quantità e varietà delle opere, esclude molte proiezioni che non riescono ad essere recuperate. Vi proponiamo delle brevi recensioni sui film che siamo riusciti a visionare.

 

Adieu au langage
Regia: Jean-Luc Godard; Origine: Francia: Anno: 2014; Durata: 70’

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Già in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes e presentato a Locarno nella sezione Fuori Concorso, l’ultimo film di Jean-Luc Godard si caratterizza prima di tutto per la sperimentazione. Come ha affermato il direttore della fotografia Fabrice Aragno nella presentazione, quando si guarda un film di Godard non bisogna pensare di dover per forza capire. Prima di tutto bisogna guardare.
Anche per quest’ultimo film non fa eccezione la voglia di Godard di sperimentare e l’uso del 3D ne è l’elemento più evidente. Non esiste una trama, il regista mescola sequenze recitate, immagini “sparse”, le battute e i dialoghi spesso non hanno pertinenza con le immagini, ma soprattutto utilizza la possibilità di scindere le due immagini che il 3D crea, di modo che in certe inquadrature si sovrappongono due azioni, due scritte. Lo stesso fa con la musica e il sonoro, per cui talvolta da sinistra arrivano determinate parole e da destra altre, sovrapponendosi o rispondendosi a vicenda. Fabrice Aragno ha spiegato che questa scelta è stata fatta per permettere allo spettatore di essere protagonista attivo e poter “scegliere” cosa ascoltare, come missare il film.
Quello che Godard offre allo spettatore è un’esperienza, la dimostrazione che i limiti della tecnica al cinema possono essere sempre spostati oltre. La sensazione che ne deriva è di instabilità, in quanto ogni elemento, dalle immagini al sonoro, è montato in modo da destabilizzare lo spettatore, non permettergli di “abbassare la guardia”, ma forzarlo a mantenere costante l’attenzione.

 

They chased me through Arizona
Regia: Matthias Huser; Origine: Svizzera/Polonia; Anno: 2014; Durata: 86’

They chased me through Arizona, di Matthias Huser

In seguito alla chiusura della fabbrica in cui lavora, Leonard è incaricato di smantellare tutte le cabine telefoniche. Lo accompagna nel viaggio Ben, pregiudicato in libertà vigilata.
Inserito nella sezione Cineasti del presente, il film di Matthias Huser riprende gli stilemi del genere western per trasporli in una storia e un’ambientazione completamente opposte. Il legame tra questi due mondi, la vita dei cowboy e cercatori d’oro americani e quella di Leonard, operaio polacco, sono i racconti western che il protagonista legge tutte le sere. Come i personaggi di quei libri, Leonard ha un compito da portare a termine, un compagno che inizialmente non apprezza, ma con cui formerà una squadra, una donna da (ri)conquistare. Gli stessi atteggiamenti dei protagonisti, i rari dialoghi, le inquadrature in campo lungo o lunghissimo di pianure e ruderi, la colonna sonora, richiamano tutti lo stile e le atmosfere dei western americani.
Il ritmo del film è molto lento, le sequenze sono di poche inquadrature, ma con una lunga durata. I gesti stessi dei personaggi sono pochi, così come le espressioni, in un film dove il senso è dato più alle immagini e all’atmosfera che esse creano che ai dialoghi e alle azioni.

About Alessandra Pirisi

Tra i fondatori di Cinemagazzino, ne è stata redattrice e collaboratrice fino al dicembre 2018. Laureata all’Università di Bologna in Lettere moderne. I suoi interessi vertono su letteratura (suo primo amore), teatro, danza, cinema, musica e Bruce Springsteen. Si interessa – molto – a serie tv, in particolar modo poliziesche. Ha un'ossessione totalizzante per il cinema indiano.

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