DIARIO DAL FESTIVAL DEL FILM LOCARNO – 10 Agosto 2014

Nella visione dei film in programma ad un Festival importante come quello di Locarno, inevitabilmente ci si ritrova a dover compiere una scelta che, vista la grande quantità e varietà delle opere, esclude molte proiezioni che non riescono ad essere recuperate. Vi proponiamo delle brevi recensioni sui film che siamo riusciti a visionare.

 

Mon père, la révolution et moi
Regia: Ufuk Emiroğlu; Origine: Svizzera; Anno: 2013; Durata: 80’

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Presentato all’interno della sezione Panorama Suisse, il documentario della giovane regista Ufuk Emiroğlu ricostruisce la storia della sua famiglia, dall’incontro dei suoi genitori fino al suo viaggio in Turchia per ritrovare i vecchi compagni del padre. Il centro del film è la figura paterna, rivoluzionario comunista nella Turchia degli anni ’70, costretto a fuggire in Svizzera con la moglie e la figlia in seguito al colpo di stato dell’esercito nel 1980.
Il film alterna interviste e scene recitate ad animazioni realizzate utilizzando foto di famiglia e all’uso del found footage. La regista riesce a narrare episodi particolarmente drammatici (le torture subite dal padre, il periodo della sua detenzione in carcere in Svizzera, il successivo rientro a casa e i problemi che ne sono derivati, ecc.) senza scadere nel sentimentalismo, ricorrendo spesso all’animazione per non appesantire la storia. La ricerca dell’identità che Ufuk Emiroğlu ricostruisce nel film, si intreccia costantemente con il passato dei genitori e della Turchia e la conclusione – provvisoria – del suo viaggio avverrà solo quando tornerà nel paese in cui è nata.

 

Perfidia
Regia: Bonifacio Angius; Origine: Italia; Anno: 2014; Durata: 103’

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Angelo, 35 anni, vive con i genitori nella periferia di Sassari. Non ha un lavoro né una relazione e passa le giornate dormendo fino a tardi o in un bar con gli amici. Alla morte della madre, il padre Peppino tenta di spingerlo a dare una svolta alla sua vita.
È un’esistenza senza interessi, senza obiettivi, quella del protagonista del film di Bonifacio Angius, selezionato per il Concorso internazionale. La monotonia delle sue giornate si riflette nell’ambientazione grigia di una Sassari invernale, mostrata solo come periferia, o della costa vicina, battuta dal vento e dalla pioggia. Anche il cambiamento che il padre Peppino vorrebbe vedere nella vita del figlio non sarebbe veramente tale, il massimo a cui può aspirare è rappresentato dal vicino di casa, con una famiglia e una bella macchina, ma anch’egli imprigionato in una routine che prevede come unico divertimento il ritrovo al bar con gli amici. E il padre stesso non può essere fonte di una trasformazione: ormai vecchio, le sue giornate sono scandite dalla voce dello speaker di una trasmissione religiosa, continuamente accesa, sottofondo ininterrotto di una vita sempre uguale.
La monotonia della storia, che rispecchia quella della vita del protagonista e dei personaggi che lo circondano, sembra venir smentita dalla colonna sonora, in un contrasto che tuttavia non risulta completamente riuscito. Il pathos della musica, così come di alcune inquadrature che suggeriscono una solennità inesistente, si contrappone in modo eccessivo alla mediocrità della storia, lasciando l’impressione che il regista non sia riuscito pienamente nel suo intento.

 

Difret
Regia: Zeresenay Berhane Mehari; Origine: Etiopia/USA; Anno: 2014; Durata: 99’

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Tratto da una storia vera, Difret racconta la storia di una ragazzina di un villaggio etiope che viene rapita e stuprata, ma si ribella alla tradizione che prevede che sposi il suo rapitore e, nel tentativo di scappare, lo uccide. Una giovane avvocatessa di un’associazione per i diritti delle donne, prende in carica il suo caso, difendendola dall’accusa di omicidio.
Presentato nella sezione Open Doors, il film è realizzato in modo da coinvolgere il più possibile lo spettatore: all’utilizzo frequente della camera a mano e della soggettiva, si unisce un montaggio spesso frammentario e veloce, che renda partecipi dell’azione. La tematica trattata e la storia non lasciano indifferenti e sono supportate da una buona recitazione sia dei protagonisti che degli attori secondari. Allo stesso tempo, il film non indulge troppo nel sentimentalismo, mostrando scene drammatiche, ma evitando di caricarle eccessivamente e riuscendo nell’intento di denunciare una situazione di soprusi e realizzare un’opera meritevole sul piano artistico.

About Alessandra Pirisi

Tra i fondatori di Cinemagazzino, ne è stata redattrice e collaboratrice fino al dicembre 2018. Laureata all’Università di Bologna in Lettere moderne. I suoi interessi vertono su letteratura (suo primo amore), teatro, danza, cinema, musica e Bruce Springsteen. Si interessa – molto – a serie tv, in particolar modo poliziesche. Ha un'ossessione totalizzante per il cinema indiano.

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