SPECIALE COEN – ARIZONA JUNIOR: LA DICOTOMIA DELL’AMERICAN WAY OF LIFE

Coen

Arizona JuniorTitolo Originale: Raising Arizona
Regia: Joel & Ethan Coen
Anno: 1987
Origine: USA
Durata: 93’

 

 

 

Arizona Junior, considerata a torto una pellicola minore nella filmografia dei Coen, contiene in nuce gli elementi registici dei fratelli Joel e Ethan che verranno utilizzati anche nei film successivi: dall’atmosfera surreale, alla critica sociale, alla fusione dei generi, che è portata qui fino al paradosso.
Melodramma che scivola in commedia, grottesco che si tinge di humour nero e, a tratti, western che prende in giro se stesso.
È su questo binario che si regge la struttura dell’intero film, sulla stridente dicotomia insita nell’american way of life che i Coen criticano continuamente usando metafore più o meno esplicite.
Coppie prolifiche e coniugi sterili, ricchi e poveri, ladri e magnati. Contrapposizioni forti che formano la scacchiera dell’immensa terra americana.

H.I., uno stralunato e bravissimo Nicholas Cage, entra ed esce di prigione per le sue rapine “a mano non armata” che compie in vari supermarket. È così che conosce e si innamora di Edwina, scoppiettante fotografa del carcere.
Si sposano, vanno a vivere insieme e sembra prospettarsi finalmente una nuova vita, un percorso di redenzione, per H.I. Fin quando non decidono di avere un figlio. Realizzato che non possono averne, provano ad adottarlo scontrandosi con quella macchinosa burocrazia che sembra punire ulteriormente H.I. per i reati da lui commessi in precedenza e per i quali ha in realtà già pagato.
La redenzione reale di H.I. è quindi impossibile e anche Ed, che rappresentava la legge, decide di passare dall’altra parte, lasciando il lavoro. I due si improvvisano Robin Hood di bambini, “rubando” uno dei 5 (!!!) figli di un famoso magnate, venditore di divani, tal Nathan Arizona.

Da rapinatore a rapitore per amore e senso privato di giustizia, H.I. con la sua voce fuori campo, sembra chiedere agli spettatori se ci sia davvero un confine netto tra bene e male.
«C’è quel che è bene e quel che è male… e in qualche male non c’è male.»
Effettivamente il dubbio si insinua, seguendo la strada aperta già all’inizio del film dalla frase di H.I. che si/ci chiede se la detenzione sia una riabilitazione o una vendetta della società.
Quesito ragionevole in uno stato come quello americano in cui si predicano valori liberali e poi si esercita il potere coercitivo pensando di “educare” la popolazione.
Arizona_Junior_1987Questa dualità politico-sociale si avverte anche in quel nucleo che è la spina dorsale della società americana, ossia la famiglia.
Ci si domanda se quella classica, intesa come moglie, marito e figli, possa essere considerata tale solo perché c’è il giusto numero di elementi, quando poi questi non comunicano tra loro, come i coniugi Arizona che in una scena vediamo seduti in salotto: lui parla al telefono, lei legge un libro sulla crescita del bambino, mentre i loro 5 figli, poco più che neonati, sono al piano di sopra totalmente soli e in balia di loro stessi.
Anche la famiglia di Glen (il capo di H.I.) e sua moglie, con i loro diseducati figli, non è di certo un sano esempio di armonia domestica. Mentre Glen chiede a H.I. di fare uno scambio di coppia, i figli devastano la casa urlando, scrivendo parolacce sui muri e rompendo oggetti e la moglie dà consigli di vita familiare ad Ed.
A questa carrellata di famiglie disfunzionali si aggiungono Gale ed Evelle, due galeotti scappati di prigione e amici di H.I. che cercano di rapire il piccolo Arizona per poter incassare la taglia che Nathan ha promesso a chi gli restituirà suo figlio.
Loro rappresentano per un breve momento un’alternativa parodica alla comunità familiare, con Evelle in preda a crisi isteriche per il bambino rapito e appena perso e pervaso poi da un improvviso senso materno quando lo stringe tra le braccia e il piccolo gli fa un sorriso.

C’è molta solitudine nella vita dei protagonisti di Arizona junior, benché si tratti di una solitudine stemperata dal riso, che si veste di quell’umorismo tipico dei Coen che ritroviamo in A serious man, Il grande Lebowsky e Fratello, dove sei?.
Anche in questo sta la bravura dei Coen: riuscire a fondere sapientemente i generi, mascherare la critica sociale dietro la battuta irriverente per mettere in scena le storture dell’american way of life tanto ammirato dall’intero mondo occidentale.
Il film non potrebbe finire che con il sogno di H.I., in cui immagina il futuro dei suoi amici e conoscenti e poi quello suo e di Ed.
«E sembrava realtà, e sembrava da noi, sembrava la nostra casa e se non in Arizona, in una terra non molto lontana dove tutti i genitori sono forti e saggi e capaci e tutti i bambini sono felici e adorati. Io non lo so. Forse era Disneyland.»
Di certo siamo ben lontani dal mitico sogno americano.

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About Ivana Mennella

Partenopea di nascita e spirito, ma milanese di adozione, si trasferisce all’ombra della bela Madunina otto anni fa. A 10 anni voleva fare la regista. A 20 la traduttrice per sottotitolaggio e adattamento dialoghi. A 30 la sceneggiatrice. A 40, scrive per questo blog e sa con certezza una sola cosa ossia che il cinema è ancora e resterà sempre la sua più grande passione.

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