OSCAR 2014: LA GRANDE BELLEZZA MIGLIOR FILM STRANIERO

 Oscar 2014 - Lo Show

Dopo le vittorie riportate ai Golden Globes e ai BAFTA Awards, La grande bellezza trionfa anche agli Oscar. Il film di Sorrentino vince il premio come Miglior Film Straniero, battendo Omar (del palestinese Hany Abu-Assad), The Broken Circle Breakdown (del belga Felix Van Groeningen), The Hunt (del danese Thomas Vinterberg) e The Missing Picture (del franco-cambogiano Rithy Panh).
Festeggia la Roma protagonista del film (attrezzata per l’occasione con tanto di maxischermi per consentire la visione della premiazione) e festeggia l’Italia che, dopo 15 anni (era il 1999 quando Benigni vinse con La vita è bella), si rimpossessa dell’ambita statuetta.
Apprezzato in tutto il mondo, il film – che non ha mancato di dividere la critica italiana – è stato un indubbio successo dal punto di vista della distribuzione (dopo la vittoria ai Golden Globes è anche ritornato nelle principali sale italiane) e, nel bene e nel male, ha contribuito ad alimentare un rinnovato, generale, interesse nei confronti del Bel Paese e del cinema made in Italy.

In occasione della vittoria agli Oscar e della trasmissione del film in prima visione assoluta stasera alle ore 21.10 su Canale 5, ecco due recensioni della pluripremiata pellicola di Sorrentino a confronto.

 

LA GRANDE BELLEZZA

grande Bellezza 3di Luca Mantovanelli

Il rumore, il silenzio, il canto della vita.
Dopo Il divo (2008) e This Must Be The Place (2011), Paolo Sorrentino con La grande bellezza, firma un lavoro surreale, straniante, edificante.
Un’innumerevole serie di scene di vario registro e colore, porta, in senso ascensionale, dal gradino più basso dell’inizio – l’inferno della festa (il dionisiaco di Nietzsche) – ad una sorta di visio dei  inverata nella “Santa”, ovvero suor Maria (Madre per antonomasia), interpretata da Giusi Merli. Un personaggio misterioso, anche perturbante, che per la sua importanza trascendente pare non integrarsi con le altre figure del film: via via lo spettatore si accorge della sua fisionomia, e ne resta abbagliato.
Un’esaltazione non del tutto dissimile, (anche nelle sue striature ironiche), del Divino nel Materno e del Materno nel Divino, s’era ravvisata nella figura della madre ne L’ora di religione Il sorriso di mia madre di Marco Bellocchio (2002), ma non sarebbe cauto voler riconoscere più di un semplice riverbero dell’uno sull’altro personaggio.

Ne La grande bellezza vizi umani, sfide, lotte, aspirazioni, fallimenti, paradossi, fughe dalla realtà e brutali immersioni in essa, vengono letti da Sorrentino attraverso molteplici registri: ironia, amarezza, grottesco, poesia, drammaticità, tono sublime, ruvido trash, atmosfera kitsch.
Abile Sorrentino nell’eludere (seppure di qualche millimetro, ma è proprio questo a rendere la prospettiva del film intrigante) qualsivoglia forma di moralismo, nonché qualsiasi semplicistica critica al bigottismo e all’ipocrisia di certa Chiesa; abile anche nello sgusciare via dalla pacchianeria, dalla banalità e dallo stereotipo.
Alla fine della “salita a gradini” si comprende come la “Grande Bellezza” del titolo non coincida, come si potrebbe pensare, con lo Spirituale inverato da suor Maria, ma con quello insito nella polifonia della vita: una coesistenza di molteplici colori, registri, vie. A racchiudere questa eterogeneità vi sono certo il dionisiaco e lo spirituale, ma anche la superficie e la profondità, visto che uno dei cardini del film è la dialettica fra immaturità (superficialità, inconsapevolezza, paura) e maturazione (profondità, consapevolezza, coraggio). Una polifonia anche di sguardi: di chi non sa vedere, di chi vede, di chi riesce a vedere più lontano degli altri, di chi ora non vede ma vedrà.

Sabrina-Ferilli La-grande-bellezzaLa pluralità di atmosfere musicali (Lele Marchitelli, Zbigniew Preisner, Henryc Gorecki, Antonello Venditti e altri) sembra riflettere la varietà della vita e le sue brusche ed imprevedibili virate. Ma è soprattutto I lie di David Lang a creare la vera suggestione musicale del film, e ad inquietare, per la sua struggente intensità.
Si apprezza molto il fatto che questa sontuosa varietà venga proposta dal regista con un ritmo tale da non far percepire allo spettatore l’effettiva durata del film (quasi tre ore).
La grande bellezza è, appunto, anche un vasto “romanzo di formazione” del personaggio protagonista, Jep Gambardella (un efficace Toni Servillo), giornalista che prende parte, ora in modo attivo, ora da osservatore, alla vita, e la scruta in modo sempre più avido. In passato autore di un romanzo, non ha più trovato l’ispirazione. Il suo desiderio di morte (per sfuggire alla realtà), suscitato ad un certo punto del film dall’incontro col mago che riesce a far sparire le giraffe, pare quasi un omaggio a La grande magia di De Filippo (il titolo stesso potrebbe essere una conferma di questa supposizione). Ma a Jep è dato recuperare quella ispirazione perduta; non solo scegliendo di vivere, ma anche tornando a trarre linfa vitale dall’infatuazione (il ricordo va ad Elisa, imago irrecuperabile ma indistruttibile). Inizialmente lo aiutano a non perdersi nel suo labirinto tre figure: una prostituta, Ramona, interpretata da una intensa Sabrina Ferilli; Dadina (Giovanna Vignola), che fa scoprire a Jep come anche dietro alla non bellezza si possa celare la Bellezza; e, appunto, suor Maria, che sembra possedere la chiave d’ogni cuore umano, e la cui faticosa e drammatica salita su dei gradini in una delle scene finali segna l’acme dell’intero film. Ma Jep rivive dentro di sé anche il ricordo di Elisa (la vera quarta donna del film, si potrebbe dire), che sta “dentro”, ma anche “al di sopra” delle altre tre. Uno schema che ricorda quello dei Contes d’Hoffmann (1881) di Jacques Offenbach. E come nell’opera figura anche il personaggio della Musa, in Sorrentino si allude al fatto che una nuova Elisa, quella che Jep potrebbe re-incontrare in un altro volto di donna, potrà essere nuova Musa per lui.
Illustre pure il resto del cast per un film forte e ambizioso sul piano concettuale ma dalla sceneggiatura non sempre ineccepibile: Carlo Verdone (purtroppo in un ruolo mal confezionato), Roberto Herlitzka (il cui personaggio riflette senza mezzi termini tutta la bonomia di cui Sorrentino è capace nei confronti della Chiesa meno spirituale ma pur sempre genuina: una figura che ad alcuni potrebbe ricordare il Frà Melitone verdiano), Iaia Forte, Pamela Villoresi, Massimo Popolizio, Isabella Ferrari, Serena Grandi, Fanny Ardant.

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La_grande_bellezza servillodi Alessandra Quagliarella

«Io non volevo solo partecipare alle feste…volevo avere il potere di farle fallire.»
Questa la filosofia di vita di Jep Gambardella (Toni Servillo) protagonista de La Grande Bellezza, ultimo lungometraggio del regista Paolo Sorrentino, napoletano purosangue, noto per una ricca filmografia di indubbio valore: L’uomo in più (2001), Le conseguenze dell’amore (2004), L’amico di famiglia (2006), Il Divo (2008, Premio della Giuria al Festival di Cannes), This Must Be the Place (2011).

Il racconto si apre sulla festa del 65esimo compleanno di Jep, sbarcato a Roma a 26 anni, diventato famoso grazie ad un romanzo giovanile (L’apparato umano) e da subito fagocitato nella vita notturna della capitale, alla quale si è sempre dedicato, tra feste e riti mondani, con strenua presenza, al limite della professionalità. In questo vagare di festa in festa, di rito in rito, in quel particolare momento della vita in cui inizia il crepuscolo, Jep si trova a riflettere sulla sua esistenza, sulle mancanze, sui ricordi, inizia a «stare strano» come lui stesso dice, fino ad un ritorno alle radici di un mare che sempre più gli manca e che dà il senso alla sua identità smarrita nella vacuità strenuamente perseguita.

Il film è la storia di una crisi esistenziale, quella del protagonista, ma nel contempo è una rappresentazione sia dei cattivi costumi (non solo italiani) pacchiani e cafoni, sia della grande madre Roma. I tre livelli narrativi si intersecano di continuo tra il monologo ininterrotto da flusso di coscienza del protagonista (sembra che parli da solo anche quando dialoga!), le scene barocche della vita mondana contraddistinte dalla peggior musica commerciale attuale e le immagini estatiche dell’assoluta bellezza di Roma, accompagnate dall’altrettanta pura bellezza della splendida musica di commento.

Ne esce un contrasto stridente: elementi inconciliabili che procedono su linee parallele che mai si incrociano ma solo si sfiorano, a meno che non intervenga una crisi salvifica che porti a mettere in discussione, a vedere finalmente, a cercare dentro di sé e forse a trovare una composizione/corrispondenza, scegliendo infine quale percorso esplorare.

Impossibile non pensare al Fellini de La Dolce Vita (1960) o di Roma (1972), ma potremmo dire che è inevitabile farlo quando un regista si confronta con Roma (è proprio questa città ad essere nella sua unicità tutto e il contrario di tutto) e quando a cimentarsi nell’operazione è un cineasta italiano quale Sorrentino, nel cui dna il maestro Fellini è di certo impresso come Dante nella nostro parlare quotidiano.

Cannes-2013-La-grande-bellezza-5-motivi-per-vederlo_h_partbQuel che il regista ci mette di nuovo è il suo occhio: fotografia e inquadrature uniche potenti personali originali, capaci di cogliere orrore e bellezza con cromatismi curati e raffinati. Segna invece un po’ il passo la sceneggiatura (della quale egli stesso è autore, come anche del soggetto) a tratti banale e retorica, come anche la recitazione di Servillo, sempre bravo ma che sembra faccia in qualche modo il verso a sé stesso. Una collaborazione consolidata quella tra regista e attore, ma forse tanto ripetuta da dare quasi il sentore di uno schema nel quale si stia comodamente seduti e che tradisce una certa mancanza di originalità e  spontaneità, con  10 minuti delle sequenze finali trascinati tra una Santa che riporta l’errante Jep alle sue radici e fenicotteri migratori.

Nel complesso un’opera di valore senz’altro da vedere, che avrebbe forse avuto bisogno di più tempo per maturare in una elaborazione infine del tutto nuova, perché parlato e storia in sé a tratti paiono quasi superflui e ridondanti, quasi che il regista si sia rintanato in uno schema comodo e collaudato, senza rischiare ed esplorare completamente, (cosa che invece ha fatto con immagini e musica, le quali, armoniosamente legate, tutto dicono alla nostra anima e alla nostra mente.)

Si esce dal cinema scissi tra bellezza e volgarità, tra elevazione e abbrutimento; sta a noi scegliere dove andare, forse è questa la vera grande bellezza!

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