INTERPRETI DEL SILENZIO – INTERVISTA A IAN LAWRENCE MISTRORIGO

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Interpreti del Silenzio è il titolo che una piccola associazione culturale del vicentino (Dedalofurioso) ha dato ad un ciclo di incontri con cui si propone di offrire al pubblico l’esperienza – del tutto originale – di assistere alla proiezione di film muti musicati dal vivo, proprio come accadeva agli albori del cinema, prima dell’avvento del sonoro.
Direttore artistico del progetto è Ian Lawrence Mistrorigo, pianista e compositore, da anni impegnato nell’ambito della musicazione dal vivo di film all’interno di rassegne e festival e vincitore di numerosi premi (1° premio alla selezione mondiale pianisti per Le Giornate del cinema muto di Pordenone, premio Ermitage al Four FilmFestival 2006 di Bolzano, 3° premio alle selezioni e 2° premio del pubblico al Festival Internazionale del cinema muto musicato dal vivo di Aosta, Strade del cinema 2005). Con alle spalle la musicazione di più di duecento pellicole del muto, Mistrorigo è uno degli artisti più attivi e dinamici del settore, nonché uno dei pochi pianisti in grado di improvvisare una colonna sonora su film mai visti prima. Lo abbiamo incontrato per fargli qualche domanda sulla sua interessante attività e sui progetti di cui si occupa.

Come si è avvicinato al mondo della musicazione dal vivo di film muti?

È nato tutto un po’ per caso. Mi chiamarono per sostituire un musicista in occasione di un festival e mi affidarono la musicazione de La conchiglia e il prete di Dalì (La coquille et le clergyman, 1928 ndr): è stato amore a prima vista.
Accompagnare film muti mi permette di fare musica che da sola potrebbe magari risultare difficile, ma che invece, abbinata alla proiezione, diventa fruibile anche dal grande pubblico.

Capita che la colonna sonora sia sottovalutata o posta in secondo piano rispetto alle immagini e alla sceneggiatura, alle quali, spesso, sembra fare soltanto da commento. Cosa ne pensa a riguardo? In questo senso, trova ci sia differenza tra cinema muto e cinema sonoro?

Nel cinema muto la colonna sonora era indubbiamente protagonista. Col cinema moderno, sono gli effetti speciali a farla da padrone, la musica ha un ruolo molto più didascalico (seppur con delle eccezioni). Ci sono sempre meno film memorabili dal punto di vista musicale. In un contesto in cui l’unica cosa che conta è il successo di botteghino, i compositori non hanno spazio per esprimersi e sono costretti ad attenersi a dei cliché.

Qual è il suo metodo di lavoro? Com’è il suo approccio al film?

Innanzitutto occorre saper sviluppare una sorta di “intuito per le pellicole”, saper indovinare gli sviluppi della trama, essere originali e lavorare con velocità.
Mi piace pensare che esistano quattro tipi di approccio al film, che variano a seconda della “distanza” dallo schermo. L’approccio ad una distanza minima da esso, è quello che funziona soprattutto con i film comici e corrisponde ad una musica dall’andamento didascalico, dallo stile “fisico”, che presta attenzione principalmente ai movimenti. La seconda distanza, è quella dello spettatore che si trova nelle prime file: da questo nuovo punto di vista, si adotta una musica narrativa, che segue la trama più che i movimenti. Il terzo approccio, quello dello spettatore delle ultime file, è più introspettivo, prende ispirazione dall’atmosfera del film, dal carattere dei personaggi, dalle emozioni. L’ultimo approccio, non è più dal punto di vista dello spettatore ma corrisponde ad una visione dall’alto, globale: musicalmente si possono quindi creare contrasti interessanti, anche parodici. È quello più difficile ma è anche quello che preferisco.

Quanto all’improvvisazione, aspetto ormai del tutto abbandonato dal cinema, è in realtà un fattore che ha il potere di coinvolgere molto il pubblico in sala e che, ultimamente, si sta riscoprendo (si pensi a Bollani e al suo ultimo show televisivo che ha fatto il boom di ascolti). Cosa ne pensa a riguardo? Pensa che il pubblico vada in un certo senso “educato” e stimolato a questo tipo di performance?

Quello che ha fatto Bollani, portare musica di qualità in televisione, è stato sicuramente positivo. Ma non esiste soltanto l’improvvisazione jazzistica e il grande pubblico spesso questo lo ignora.
Fino a prima della seconda guerra mondiale l’improvvisazione era materia di conservatorio (basti pensare a tutti i pianisti che facevano da accompagnatori dei film muti). Nel secondo dopoguerra la musica si è fatta più concreta, più seriale, più matematica e nella musica classica è andata perdendosi l’arte dell’improvvisazione, che però è rimasta nel jazz. Ma non bisogna dimenticare che molti “grandi” erano abitualmente degli improvvisatori (si pensi a Mozart, Bach e Beethoven). Tuttavia, l’improvvisazione del jazz è in realtà molto specialistica, non si adatta sempre – a parer mio – alla musicazione del cinema muto: bisogna riuscire a suonare anche al di fuori dello stile jazz per saper dare al film delle atmosfere diverse.

Nel musicare un film, le capita di fare ricorso ad un leitmotiv riguardante un personaggio, un sentimento, un luogo, un’idea, un oggetto?

Sì, capita. Più spesso quando compongo che quando improvviso: ad esempio per il film Giovanna d’arco (Joan the Woman, DeMille ,1916 per il quale ha vinto il premio Ermitage ndr), ho creato un motivo per la protagonista.

Nel suonare si fa guidare più dall’andamento narrativo o dall’impatto emozionale che le immagini le danno? Si mette in qualche modo in rapporto con le didascalie?

Quando ho iniziato a musicare film muti, le didascalie erano tra i momenti più difficili da eseguire. Spesso chiudono una scena e ne aprono un’altra e se non sono in una lingua che si conosce (succede quasi sempre!) non è facile adattarcisi… ma col tempo, in realtà, ci ho preso confidenza, occorre uno spirito intuitivo. Inizialmente tendevo a seguire molto il percorso narrativo, ora seguo di più le immagini, sono diventato uno spettatore da ultime file, mi piace avere una visione globale, riuscire a creare contrasti.

Abbina certi generi musicali a specifici generi cinematografici?

Un film che ha caratteri impegnati richiama di sicuro una musica impegnata. Tuttavia, le comiche, che sembrerebbero apparentemente più facili da musicare, in realtà richiedono più impegno, altrimenti si rischia di cadere in banalità: un conto è accompagnarle, un conto è creare un colonna sonora di qualità.

Utilizza solo il pianoforte o fa ricorso ad altri strumenti?

A volte uso anche strumenti elettronici, computer e sintetizzatori. Mi è capitato di suonare in trio (piano, batteria, oboe), oppure con un accompagnamento vocale. Certo, in questo caso il musicista deve essere meno egocentrico, dare spazio, creare una pista per la voce, in modo che si possa esprimere al meglio.

Quello dell’accostamento di musica moderna a film dell’età del muto è un progetto che vuole portare avanti?

Mi piacerebbe, anche se, personalmente amo di più il piano: è uno strumento che ha la fortuna di adattarsi a tutti i film, cosa che non accade sempre per la musica elettronica. Tuttavia, la musica elettronica si presta molto bene al cinema muto europeo (che rispetto al cinema americano è più “sperimentale”, meno didascalico, meno narrativo). Certo, dipende dall’artista, ma quando si tratta di musica di qualità è sempre bello.

A proposito di artisti, le propongo una specie di “gioco”: nell’ipotetica circostanza di dover usare la loro musica come colonna sonora di un film muto, che film accosterebbe a…

Pink Floyd?

Alice nel paese delle meraviglie (di Norman Z. McLeod, 1933) che è sonoro, però The Dark Side of the Moon ci starebbe a meraviglia.

…Björk?

L’inferno di Dante, del 1911.

…Chemical Brothers?

Sicuramente qualcosa di appartenente all’espressionismo tedesco… Il Gabinetto del dottor Caligari o il Golem.

…Lady Gaga?

(ride)…diciamo che…sarebbe tempo perso! Lasciamo il lavoro a chi sa farlo: c’è differenza tra un musicista e un commerciante di musica.

Ci sono altri musicisti in Italia che si occupano di musica per film muti? E in quali eventi hanno occasione di operare?

C’è il pianista Antonio Coppola, Tiziano Popoli (musicista e direttore artistico del Rimusicazioni Film Festival di Bolzano), la pianista Francesca Badalini.
In Italia c’è la possibilità di partecipare ad eventi come le Giornate del cinema muto di Pordenone (con cui collaboro), il festival Rimusicazioni di Bolzano, Il cinema ritrovato di Bologna, Oltre le vette di Belluno. Certo, ci sono città in cui questo tipo di iniziative hanno una buona risposta da parte del pubblico (Pordenone), altre meno.

Come vede il futuro di questo tipo di performance? Pensa che, purtroppo, rimarrà sempre un po’ di nicchia o riuscirà a ricavarsi un po’ di spazio?

Ovviamente me lo auguro, anche se spero non se ne ricavi troppo perché poi entrerebbero in gioco interessi, soldi o altro, e non è mai bene. Spero di riuscire a raccogliere un piccolo pubblico di affezionati: è uno spettacolo di nicchia ma è allo stesso tempo anche fruibile da tutti.

 

About Elena Cappozzo

Dopo la laurea in Filologia Moderna a Padova, studia Film Writing a Roma. Sognando di scrivere “per”, scrive “di” (cinema) qua e là, accendendo ogni tanto un cero a San...SetBlv. Il grande schermo è il suo primo, assoluto amore ma le capita con discreta frequenza di tradirlo con quello della tv e persino con quello del pc (quella da Youtube e serie tv è in realtà una dipendenza piuttosto grave, no judging.)

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