INCONTRO CON LUCA BIGAZZI – “LA LUCE NECESSARIA”

Luca Bigazzi

È gremita la piccola sala dell’Associazione culturale milanese Micamera per l’incontro con Luca Bigazzi, direttore della fotografia del discusso film La grande bellezza (vincitore, quest’anno, dell’Oscar come miglior film straniero) e di quasi tutti gli altri film di Paolo Sorrentino.

In occasione dell’uscita del suo libro “La luce necessaria, conversazione con Luca Bigazzi” (a cura di Alberto Spadafora, edito da Artdigiland, disponibile solo on line: http://bit.ly/bigazzi), Bigazzi dialoga con Stefano De Luigi (fotografo professionista, vincitore più volte del World Press Photo) sull’interessante  processo di osmosi tra cinema e fotografia.

Quello che colpisce subito nel suo modo di parlare è una spiccata umiltà insieme ad un forte senso del lavoro di squadra. Direttore della fotografia anche per Kiarostami (Copia Conforme) e Amelio (Lamerica, che gli valse il David di Donatello), Bigazzi definisce i film come opere corali nate dalla sinergia di tante persone tra cui costumista, scenografo («vero responsabile del colore») e sceneggiatore giocano ruoli essenziali, come essenziale è l’essere ricettivi nella comunicazione tra i vari collaboratori.

Nel suo modo di lavorare l’esigenza estetica si sposa sempre con quella narrativa e l’intervento del direttore della fotografia non si deve notare. «Il più grande complimento che mi si potrebbe fare è dire che non sembra che sia stato io a dirigere la fotografia di un film. Bisogna essere multiforme, non personale. Il senso interpretativo della sceneggiatura è fondamentale.»
«E in fondo cos’è il cinema se non una sequenza di fotografie?» chiede De Luigi.
«Unite dalla sceneggiatura.» risponde Bigazzi perchè a lui le storie sono interessate sempre di più dei registi con i quali doveva lavorare.

Sulla realizzazione di un film, purtroppo, pesano anche elementi esterni e uno di questi è il sistema produttivo che Bigazzi definisce spesso violento e ‘fascista’ perchè impone a chi sta creando, di fermarsi in qualsiasi punto si sia arrivati.
L’altro è la visione del cinema in un paese come l’Italia che dal punto di vista percettivo è imbarbarito da vent’anni di berlusconismo.
«Ognuno è rinchiuso nella propria casa, non c’è dibattito, non c’è confronto politico. La visione del cinema è diventata individuale.»

Il cinema, invece, deve coprire anche un ruolo ‘politico’ perchè «raccontare un paese devastato è un proseguimento dell’attività politica nella misura in cui è utile alla società.»
Molti vanno via dall’Italia per lavorare all’estero, lui invece, in controtendenza, resta qui, in questo paese in cui da un lato non vorrebbe vivere, ma che in realtà gli piace ‘abbastanza’. Abbastanza da restare perchè è importante – sostiene – lavorare nel proprio paese. Importante perchè per essere in grado di raccontare un luogo per immagini bisogna conoscerlo bene, sapere di cosa si sta parlando.

A questo proposito, cita La stella che non c’è di Amelio, confessando che si è sentito a disagio a fotografare un paese comunista come la Cina che era così lontano dalla sua realtà conosciuta.
Quando Stefano De Luigi gli chiede: «Di quale film avresti voluto fare la fotografia?» lui risponde «Qualsiasi film di Garrone.»
Ama il cinema italiano ed è emozionante sentire come difende il cinema nostrano bistrattato da tanti e che per lui ha invece grande carica vitale e individualità molto precise e valide.
«In Italia ci odiamo troppo. C’è qualcosa di marcio in questo atteggiamento. Non siamo neanche stati capaci di essere contenti per la vittoria agli Oscar di un film italiano. Accetto le critiche ma c’è un’assenza di attenzione alla cultura. Noi dovremmo vivere solo di quello che abbiamo come patrimonio, valorizzando scuole, musei e la natura.»

Inevitabile il riferimento alle polemiche suscitate dalla recentissima vittoria de La grande bellezza agli Oscar.  La colpa di questo è imputabile, a suo parere, al fatto che la ricezione di ciò che vediamo è molto mediata dalla politica, non intesa come “Parlamento” ma come “conoscenza sociale”.
È un paese per vecchi. Non si lascia spazio ai giovani, bisogna cercare strade alternative perchè ora ci sono le possibilità e una di queste è la tecnologia. Bigazzi afferma di non avere nessun rimpianto per la pellicola, per l’analogico e anzi saluta con gioia l’avvento del digitale perchè ha democratizzato l’immagine. La rinascita e la diffusione del genere documentaristico lo dimostra. Il documentario non ha bisogno di committenti ricchi, basta una telecamera o anche un semplice cellulare di ultimissima generazione per creare.

Se si vuol fare il filmmaker lo si può fare con pochi mezzi e pochi soldi.
Certo, questa proliferazione delle immagini può creare confusione e stordimento, ma crede fermamente che la qualità – se c’è – venga riconosciuta.
La tecnologia ci fa reinterpretare il modo di vedere, bisogna però piegarla alle proprie esigenze espressive.
La post produzione è, ad esempio, una grande occasione ma ha anche creato demoni.
«Puoi mettere ombre laddove non ci sono, puoi pompare i colori o lavorare per sottrazione ma colori pompatissimi o eccessivamente sottratti rischiano di sembrare innaturali quindi bisogna usare il mezzo con cautela senza interventi insensati. È interessante e utile sapere che c’è un margine sul quale si può lavorare dopo aver girato il film, ma gran parte di quello che faccio, voglio che sia quello che vedrò dopo.»

I fenicotteri e la giraffa che si vedono ne La grande bellezza sono, ad esempio, stati aggiunti in post produzione.
Amareggiato, ritorna ancora una volta sul film e le relative stroncature di una parte del pubblico e della critica:
«Un film che doveva dare fastidio e che anzi ha funzionato proprio nella misura in cui ha dato fastidio. Più ha irritato e più è arrivato perchè ha colpito gli errori quotidiani di ognuno di noi. Perchè racconta il nostro Paese.»
La scena iniziale dei Fori Imperiali ha una luce totalmente differente da quella successiva della festa in terrazza con il volgare neon della pubblicità del Martini sullo sfondo ed è ancora diversa da quella delicata e soffusa delle candele durante la passeggiata notturna di Toni Servillo e Sabrina Ferilli nei palazzi antichi di Roma. È proprio su questo contrasto tra effetti visivi vistosi e soft, luci colorate sovraesposte e luci morbide che si gioca sul piano fotografico l’essenza del film e la sua metafora di un’Italia bella e decadente.

Il film ha avuto enorme successo nei paesi di lingua inglese, ma quando De Luigi chiede a Bigazzi: «Secondo te gli stranieri l’hanno capito?» lui racconta con un sorriso che una volta un americano gli ha detto «Come avrei voluto stare in una di quelle feste!» quindi, forse, il reale messaggio del film a qualcuno non è arrivato.
Come non è arrivato a molti italiani che l’hanno visto su Canale 5 (proprio un paio di sere dopo la vittoria agli Oscar!) complice la casa di produzione Medusa, di proprietà berlusconiana, che ha finanziato parte del film e che ha furbamente preferito i lauti incassi pubblicitari derivanti dalla prima visione televisiva a quelli delle sale cinematografiche.
Segnale manifesto che la politica è totalmente disinteressata all’arte e al suo contenuto, ma bada solo ai profitti che possono rimpolpare i bilanci privati.
E poi, poco importa che l’intero film sia un’intelligente critica proprio al profondo degrado socio-politico e culturale del nostro Bel Paese.

 

About Ivana Mennella

Partenopea di nascita e spirito, ma milanese di adozione, si trasferisce all’ombra della bela Madunina otto anni fa. A 10 anni voleva fare la regista. A 20 la traduttrice per sottotitolaggio e adattamento dialoghi. A 30 la sceneggiatrice. A 40, scrive per questo blog e sa con certezza una sola cosa ossia che il cinema è ancora e resterà sempre la sua più grande passione.

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