E’ uscito L’ALBERO DELLE TRINCEE, il nuovo film di Alessandro Scillitani insieme a Paolo Rumiz

Regia: Alessandro Scillitani; Origine: Italia; Anno: 2013; Durata: 89′

L’albero tra le trincee è il film del viaggio, pubblicato a puntate su “Repubblica” nel mese di agosto, del documentarista reggiano Alessandro Scillitani e del giornalista triestino Paolo Rumiz, nei luoghi della Grande Guerra.

Paolo Rumiz scrive una lettera ai suoi figli ripercorrendo racconti, leggende, piccole grandi storie tramandate dai custodi della memoria incontrati durante il loro percorso. Panorami di straordinaria bellezza già teatri di sanguinose battaglie ora sepolte tra le cime delle montagne; una linea infinita di pinnacoli, camminamenti, trincee e fortini, balaustre su un’Italia stupenda e selvaggia.
Un itinerario che attraversa tutto il fronte italo-austriaco, da Trieste allo Stelvio, dal Pasubio al Pal Piccolo, dall’Ortigara al Grappa, alla ricerca di segni di un tempo che sembra lontano e invece è vicinissimo.

In occasione dell’uscita del film in DVD con “Repubblica” a partire dal 10 settembre, l’autore, Alessandro Scillitani, ci ha concesso un’intervista in anteprima:

D- Alessandro, come prima domanda, le chiedo di illustrare ai lettori di “Cinemagazzino” l’origine e la qualità di questo suo docufilm

A.S.- L’albero tra le trincee nasce inizialmente come opera scritta, il resoconto, cioè, a puntate narrato per “Repubblica” da Paolo Rumiz. Solo in un secondo momento è diventato un film vero e proprio. Non si tratta, infatti, del classico documentario dove tra un’intervista e l’altra intercorrono anche lunghe pause. Il nostro è stato un vero e proprio itinerario conoscitivo sulla Grande Guerra durato tutto un mese dove la continuità temporale e spaziale, la propensione alla scoperta senza teorie precostituite, ha permesso una ricostruzione di eventi davvero approfondita e, allo stesso tempo, speriamo, anche emozionante.

D- Come mai avete scelto proprio il tema della Grande Guerra?

A.S. – Quando abbiamo dato il via al progetto Le dimore del vento, forse per una di quelle strane coincidenze che capitano nella vita e fanno sì che uguali modi di sentire si intreccino, entrambi avevamo già da tempo l’idea di occuparci di luoghi solitari e incustoditi (io l’avevo già fatto realizzando Case abbandonate). Questa volta, invece, il soggetto appartiene tutto alla sfera di Rumiz che è triestino e sente la tematica della Grande Guerra sicuramente in modo più radicale, rispetto a persone come me, che hanno vissuto in terra padana, perché la sua regione porta ancora i segni di una montagna ferita che ha visto morire centinaia di persone. A tutti e due, poi, interessava recuperare piccole, grandi storie di persone che abitano un’Italia anche per così dire minore, che, poi, è il vero punto di contatto con gli altri lavori del mio percorso artistico-creativo.

Scillitani e Rumiz
Scillitani e Rumiz

D- Quale è stato, secondo Lei, l’apporto più significativo delle testimonianze?

A.S: Durante il nostro cammino, abbiamo intervistato alcuni custodi della memoria: una vera e propria rete che attraversa l’Italia con epicentro nel nord- est che lavorano perché non si dimentichi. E anche questa è stata una grande scoperta: abbiamo conosciuto tutta una serie di recuperanti, quelle persone, cioè, che vanno alla ricerca degli ordigni e dei reperti bellici: tanti collezionisti ossessivi, ma, nella maggior parte dei casi, persone animate veramente dalla volontà di mantenere la memoria di un evento, il ricordo di una gioventù perduta, di ragazzi neanche diciottenni che sono partiti per una guerra senza neanche sapere perché. E’ stato molto forte, per me, lavorare su un tema che parla di vita e di morte e che ci riguarda tantissimo, anche per quanto concerne la deriva delle istituzioni che stiamo vivendo da tanto tempo nel nostro Paese. Attraverso le numerose testimonianze abbiamo capito, infatti, che già allora c’era uno sbandamento istituzionale intrinseco al sistema Italia.

D- Esattamente quello che accadde allo scrittore Carlo Emilio Gadda, che partecipò come volontario alla prima guerra mondiale, poiché vedeva in essa, in nome di un idealismo ancora tutto risorgimentale, il compimento di un processo costruttivo della nazione. Il venire a contatto, invece, con la verità effettuale della guerra, provocò in lui un trauma doloroso: scoprì il caos, l’inefficienza, l’ottusità e l’insipienza dei generali, l’avidità cinica dei profittatori, l’inerzia e la “vita pantanosa della caserma”. Scoprì, appunto, l’insufficienza congenita dell’ambiente sociale italiano, come ci racconta nel suo Giornale di guerra e di prigionia.

A.S.- Sì, proprio così: maschere antigas assolutamente inidonee, perché tanto costava meno sostituire un soldato; la sinecura, la sciatteria, e il solito senso italico dell’arrangiarsi. Tutte cose che sono emerse con forza sul posto, perché, come ho davvero potuto constatare, la memoria storica è legata molto ai luoghi che in alcuni casi, come ad esempio il nostro, rimangono custodi sinceri del passato. Così, mi sono reso conto della distanza che intercorre tra testimonianze dirette e indirette e, soprattutto, quanto le nostre informazioni su questo conflitto derivino dai libri di scuola, in particolare da quelli del Ventennio che ne ha fatto propaganda, l’ha mitizzato.

D: Può raccontarci com’è lavorare con Rumiz?

A.S.- Molto bello. Diciamo che, come Paolo ha scritto a proposito del nostro viaggio iniziale, è un lavorare con sguardi paralleli. La prima volta che ci siamo incontrati c’era grande preoccupazione da parte di entrambi, sicuramente per motivi diversi. Lui, abituato a viaggiare per conto suo, a cercare la propria intimità, anche nel prendere appunti, aveva la naturale paura che il suo sguardo venisse contaminato dalla necessità tecnologica di dover fare le riprese. Io, consapevole di ciò, mi muovevo in punta di piedi, avendo il timore, a mia volta, di interferire o contaminare l’atmosfera. Questo, soprattutto per quanto riguarda il primo video, quello dei luoghi abbandonati, dove era necessario entrare in relazione profonda con il posto e osservare in solitudine la natura che si stava riappropriando di un monumento, di una casa abbandonata. Perciò mi sento molto debitore nei confronti delle nuove tecnologie: una volta, per realizzare un’opera, dovevi avere il tecnico delle luci, il fonico, almeno 5 o 6 persone impegnate nella realizzazione della ripresa che toglievano spontaneità al racconto, lo contagiavano. I nuovi mezzi, invece, ti permettono di muoverti con una reflex e poca attrezzatura intorno, consentendoti di essere il più possibile invisibile, cosa che impreziosisce quello che stai documentando. Così, grazie anche alla mia abitudine di nascondere i mezzi e lavorare con pochi strumenti, si è creata una bellissima sintonia con Rumiz che poi, col tempo e l’abitudine, è aumentata fino a dar vita proprio a due sguardi paralleli: lui racconta con la penna, io con la telecamera. I punti di contatto sono tanti ma, allo stesso tempo, i linguaggi rimangono completamente diversi, diverse le necessità narrative. E questo risulta indubbiamente molto stimolante.

Il Pal Piccolo
Il Pal Piccolo

D- Un’ultima curiosità: ci vuole spiegare il significato del titolo?


A.S.- Paolo ha recentemente avuto un nipote e in occasione di questa nascita, secondo un’antica tradizione delle sue parti (e non solo), ha piantato un albero di noce in Carso. Il titolo
L’albero tra le trincee, allora, viene a condensare su di sé le tematiche portanti del film: rappresenta la volontà di mantenere saldo il legame con il proprio passato, ma, soprattutto, è il simbolo della vita che vince su quella follia di morte che è la guerra.

di Elisa Bondavalli

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