
Titolo originale: What Maisie knew; Regia: Scott McGehee, David Siegel; Interpreti: Julianne Moore, Steve Coogan, Onata Aprile, Alexander Skarsgard; Origine: Usa; Anno: 2013; Durata: 93’.
La piccola Maisie: da spazio su cui si esercita il conflitto dei suoi problematici genitori in procinto di divorzio, ad una sua scelta di famiglia alternativa.
Quel che sapeva Maisie, quinto film dei registi Scott McGehee e David Siegel (tra le loro opere precedenti I segreti del lago del 2001 con Tilda Swinton) è tratto da un romanzo di Henry James del 1897, quasi a voler significare che l’utilizzazione dei figli, specie se piccoli, come spazio in cui i coniugi, specie se in procinto di divorzio, possano esercitare il loro conflitto, non è un problema (solo) dei nostri tempi, ancorato com’è alla specificità della natura umana, ove immatura e non autonomizzata.
Maisie (Onata Aprile), sette/otto anni, vestitini colorati, coroncine fantasiose, stivaletti da cow-girl e gambette troppo esili (costante scommessa visiva della sua capacità di sostenere il peso degli eventi), ha uno sguardo sempre aperto alla bellezza e alla meraviglia, al sorriso e al voler credere alla possibilità di una famiglia presente.
In realtà le aspettative della piccola sono sistematicamente deluse dai suoi genitori naturali, caratteriali, egoisti e al limite del patologico, veri personaggi infantili della storia. La madre Susanna (Julianne Moore, che si conferma una delle migliori attrici esistenti, la quale riesce a far apprezzare le sue doti interpretative nonostante il poco spazio riservato al suo personaggio) è una cantante rock, governata da un ego instabile ed insicuro, in costante ricerca di approvazione della quale ha troppo bisogno per riuscire a trasmetterla a sua figlia, probabilmente lei stessa vittima della medesima indifferenza ricevuta dai suoi genitori, giacché ad amare si impara da piccoli; il padre Beale (Steve Coogan, apprezzato nel recente Philoména), è in perenne fuga da ogni minima responsabilità, camuffando il suo rifiuto di crescere adolescenziale, come l’improbabile taglio di capelli che sfoggia, sotto l’alibi comodo del suo lavoro di mercante d’arte internazionale.
Lo scontro tra i due diventa esplosivo nel momento in cui iniziano le pratiche del loro divorzio, nel quale viene coinvolta ed usata la piccola Maisie, in una escalation di ripicche e ricatti affettivi, senza risparmio alcuno di particolari inopportuni confidati alla piccola e costanti denigrazioni dell’altra figura genitoriale, in evidente contrasto con ogni minimo principio pedagogico. La dinamica distorta culmina in un doppio nuovo matrimonio, del padre con la tata di Maisie, Margo (Joanna Venderham) e della madre con un suo giovane amico, Lincoln (Alexander Skarsgard, già visto in Melancholia), scelte fatte più per assicurare a sé stessi un aiuto nell’allevare la piccola, che per affetto nei confronti dei nuovi partner, che infatti verranno scaricati alla velocità della luce.
Maisie, lasciata come un pacco alla tata, al portiere, a scuola, al bar dove lavora il suo «nuovo patrigno», dopo l’ennesimo episodio di trascuratezza che culmina con il suo risvegliarsi a casa di una sconosciuta, sceglierà da sola e caparbiamente la sua famiglia di elezione (rappresentata da Margo e Lincoln che hanno trovato un’intesa sentimentale), con ciò assicurandosi quella attenta calda premura di piccole attenzioni e di presenza delle quali lei sa di aver bisogno per una crescita serena.
In Quel che sapeva Maisie la scelta registica narrativa è quella del punto di vista della bambina, tramite riprese quasi sempre realizzate alla sua altezza, prediligendo colori tenui o sfocati, e tramite un montaggio in stretta successione di immagini quali flusso del vedere/sentire della piccola e del mondo fantasioso e rassicurante nel quale si rifugia per salvarsi.
Il film, che nelle intenzioni degli autori aveva una vocazione da cinema indipendente, non si scardina però da un impianto piuttosto convenzionale: ambienti curati e personaggi esteticamente accattivanti sullo sfondo di una New York solare e patinata. La rappresentazione in qualche modo manichea della realtà, lontana dalla natura ibrida delle cose umane, si manifesta in particolare nel ritratto dei genitori surrogati scelti da Maisie, entrambi bellissimi, giovani, biondi e dolcemente sereni.
Abbozzate semplicisticamente risultano anche le figure genitoriali naturali, riflesso di una sceneggiatura forse troppo schematica che declina la profondità di analisi dei caratteri, specie rispetto a Susanna (la mamma di Maisie), il cui travaglio interiore solo a sprazzi emerge (anche grazie alla recitazione della Moore) e che avrebbe meritato una più attenta indagine vista la centralità universale del rapporto con la figura materna.
Improbabile appare anche la serenità della piccola Maisie a fronte del carico di stress emotivo e fisico imposto dai suoi genitori i quali non esitano a richiederle/pretendere una comprensione/sostegno che viceversa dovrebbero assicurarle.

Che si tratti di un’operazione «furba» o di un’occasione mancata per i due registi non è dato sapere, ma ciononostante questo film ha un innegabile pregio che permette di sorvolare sui numerosi limiti riscontrati: quello di far riflettere sull’infanzia violata in tanti piccoli, grandi modi, inserendosi così nel novero delle opere a questa età dedicate (da I bambini ci guardano del maestro De Sica a I 400 colpi di Truffaut, fino al più recente Una separazione di Asghar Farhadi).Certo questi ultimi sono film di ben altro valore, con i quali però Quel che sapeva Maisie ha in comune tale rilevante «effetto speciale».
VOTO: 7
About Alessandra Quagliarella
Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Nel 2013 ha frequentato il Seminario residenziale di Critica Cinematografica organizzato dalla rivista di settore I duellanti nell'ambito del Bobbio Film Festival ideato e curato dal maestro Marco Bellocchio, nonché il corso di Storia del Cinema presso l'Uniba - Università di Bari a.a.2012/2013. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, rubrica che si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto due trasmissioni sul cinema: 'Sold Out Cinema' e 'Lanterna Magica, 'entrambe su Controradio Bari. Nel 2023 ha curato la rassegna cinematografica collegata al Corso diretto dalla prof.a Francesca Romana Recchia Luciani per le Competenze trasversali dell'Università di Bari con oggetto la Violenza di genere. Nel luglio 2023 ha collaborato alla rassegna 'Under Pressure, azioni e reazioni alla competizione' e nell'ottobre 2023 ha partecipato all'evento 'Taci, anzi parla. Il punto sulla violenza di genere' con un intervento sul film 'Una donna promettente', entrambi organizzati dall'associazione La Giusta Causa. Nell'aprile del 2024 ha curato una lezione su ' Sesso e sessualità: dalle pioniere del cinema muto al cinema femminista degli anni 70' nell'ambito del corso di Letteratura di genere della prof.ssa lea Durante all'Università di Bari. Collabora con l'Accademia del Cinema dei Ragazzi di Enziteto. In particolare approfondisce i collegamenti tra gli studi di genere e cinema.
