PROSSIMA FERMATA FRUITVALE STATION

fruitvale-station-Titolo Originale: Fruitvale Station
Regia: Ryan Coogler
Anno: 2013
Origine: USA
Durata: 85′

 

Oscar Grant – questo il nome del protagonista della vicenda – ha un tempo conosciuto il carcere a causa di alcuni episodi di spaccio. Si redime, diventa un bravo ragazzo. Ma il passato lo accusa, tornando inaspettato come un fantasma crudele e vendicativo sulla sua strada.
Un ufficiale bianco, spregiudicato e razzista, lo uccide la notte di capodanno sparandogli alla schiena.

Prossima fermata Fruitvale station dell’esordiente Ryan Coogler, è un film di denuncia sul razzismo, sulla discriminazione e sul marcio insito nella giustizia (americana). Non si tratta di una storia creata dal nulla, ma si racconta un episodio di cronaca (che negli States ha avuto ampia risonanza) avvenuto ad un giovane nero della California che all’epoca – per l’esattezza il primo gennaio del 2009 – aveva appena 22 anni. Un fatto che ha avuto molteplici testimoni, in quella maledetta metro che da San Francisco portava ad Oakland (ove appunto si trova anche la fermata Fruitvale). In molti hanno, con i mezzi che avevano a disposizione, fotografato o filmato l’evento.
In un’era, quella che stiamo vivendo, in cui con avidità spesso morbosa si cerca di catturare la realtà (per paura forse di esserne esclusi), o ci si fotografa ossessivamente (per paura forse della morte), ‘creare’ testimonianza, documentazione, può risultare a volte indispensabile per generare giustizia, e per stabilire i contorni del Bene e quelli del Male.

Ma i contorni di questa vicenda, su cui Coogler s’è voluto documentare in modo molto approfondito, malgrado tutto, non si sono mai chiariti del tutto: ad ogni modo, l’ufficiale Johannes Mehserle (questo il nome del poliziotto), sia che abbia sparato intenzionalmente, sia che l’abbia fatto accidentalmente, si è comunque macchiato di un delitto.
Il regista informa alla fine del film che Mehserle è stato condannato a due anni di reclusione, ma la pena s’è poi ridotta a undici mesi.

Come talvolta può accadere, vedere il film è un conto, parlarne, invece, rischia di farlo apparire banale e qualcosa di già visto. Fruitvale non è un film banale, anche se i suoi contenuti già ‘ci appartengono’ in quanto siamo oramai assuefatti – duole dirlo – a certi film di denuncia (dotati di una loro retorica), sulla discriminazione, sull’agognato riscatto del nero sul bianco, e pure sul sistema malato della giustizia.
Ma è il modo di raccontare da parte di Coogler – pur trattandosi di un episodio, purtroppo, non infrequente e che rispecchia una realtà, non solo americana, ancora eticamente immatura – ad essere privo di retorica e di stereotipi, e a rendere questo film non così scontato.

Lo stile narrativo è semplice, asciutto, sobrio, diretto, gradevole. Non sconcerti il termine “gradevole” in un contesto dove si parla di un fatto di cronaca nera: si vuole semplicemente dire che la storia viene raccontata in modo naturale e delicato senza cercare l’effetto, senza chiedere con mezzi artificiosi nessun consenso allo spettatore.
Non un action movie, non un documentario, non un film propriamente ‘commerciale’. Nessun compiacimento, nessuna leziosità, nessuna enfasi, nessun tono ‘epico’, propri di molti film americani. Non un film puramente incentrato sull’estetica (non solo fotografica), ma neppure totalmente privo di estetica.

Coogler opta per situare già all’inizio del film la tragedia (l’uccisione di un ragazzo nero, che a film avviato si comprende essere Oscar Grant); da quel punto in avanti, il regista passa a raccontare “al presente” le ventiquattro ultime ore di vita del ragazzo. Oscar, un ragazzo nato da una famiglia non benestante, in passato ha dovuto spacciare per fare soldi. Ora si trova con una compagna che lo ama, una figlia, una madre (rigorosa ma capace di affetto, animata dalla fede religiosa), una sorella, un fratello (che lavora in un mercato). La vita sembra sorridergli, lui s’è pienamente redento e si comporta da persona per bene mostrando, anzi, un temperamento particolarmente generoso e sensibile (lo vediamo, ad esempio, soccorrere un cane randagio investito da un’auto).

Scorrono i minuti all’insegna dell’illustrazione di una vita famigliare (quella di Oscar) semplice e ‘normale’, non scevra da momenti di delicato affetto (ad esempio la scena in cui gioca a rincorrersi con la figlia, nel giardino della scuola).
Coogler riesce abilmente a non cadere nel tranello dell’atmosfera edulcorata cui vanno incontro molti film americani che descrivono la famiglia. Eppure, quella quotidianità così perfetta dove l’amore e la coesione famigliare sembrano il cuore pulsante della vicenda, rischia alla lunga di suonare allo spettatore un po’ irreale.
In corrispondenza del momento del trapasso, il regista, in una scena drammaticamente priva di sonoro, fa rivedere per un’ultima volta il ragazzo mentre gioca assieme alla figlia. Oscar se ne va via in punta di piedi, si potrebbe dire; come un eroe moderno che non chiede giustizia, semplicemente illuminato di luce.

L’attenzione tutta incentrata sul fatto di cronaca, trattiene lo spettatore dal considerare con sguardo anche più ampio – in una prospettiva, per esempio, ‘metaforica’ – questo film, di cui, a conti fatti, potrebbero essere messi in luce un difetto (risulta di non così alto spessore), e un pregio (sa prendere posizione e denunciare in modo chiaro le colpe, ma lo fa con una certa ‘eleganza’ e con toni smorzati). Risulta schiettamente buona la prova del protagonista (Michael B. Jordan), contornato da un cast di attori efficaci nel conferire al film l’atmosfera appropriata.

About Luca Mantovanelli

Saturnino, introverso, Luca Mantovanelli ha iniziato presto ad interessarsi di musica e la sua curiosità per l’aspetto creativo e per la psicoanalisi sfocia all’università con una tesi sulla regìa operistica con applicazione al Don Carlos di Verdi. Ma sono proprio le trame delle opere liriche, talvolta – secondo lui - un po’ dispersive e distanti dalla sensibilità moderna, a ricordare a Luca che nel suo passato alcune altre trame (come per esempio di Amadeus e di Film blu) gli avevano cambiato un po’ la vita. Ecco allora una nuova presa di contatto da parte sua con la ‘settima arte’ (e Bobbio ha rappresentato senz’altro per lui un’insolita quanto stimolante esperienza). I suoi incontri con il cinema (di ieri e di oggi) sono stati sempre meno casuali e sempre più dettati dalla curiosità. Luca ritiene che i prodotti artistici migliori (che riscontrino un successo di botteghino o meno) siano quelli che sentiamo riflettere pezzi del nostro Io, e al tempo stesso in grado di indicarci o aprirci una nuova strada…perché è sempre indispensabile un quid di novità. L’introversione ha portato Luca a trovare nella scrittura il suo più congeniale e gratificante mezzo di espressione.

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