12 ANNI SCHIAVO

Titolo Originale: 12 Years A SlaveRegia: Steve McQueen; Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Lupita Nyong’o, Paul Dano; Anno: 2013; Origine: USA; Durata: 134′

La storia di Solomon Northup, nero libero dello stato di New York, rapito e ridotto in schiavitù per 12 anni.

Con 12 anni schiavo, ultimo atto della cosiddetta “trilogia del corpo”, il regista inglese Steve McQueen continua la sua analisi sulle “gabbie” nelle varie accezioni possibili: «Tutti i miei film parlano dell’incarcerazione dell’essere umano: fisica in Hunger, psichica in Shame.»
Dopo la storia sulla prigionia dell’attivista irlandese Bobby Sands, in particolare sullo sciopero della fame e della sete condotto fino alle estreme conseguenze (Hunger, 2008) e quella di Brandon, vittima dell’ossessione sessuale compulsiva (Shame, 2011), la prosecuzione naturale delle tematiche oggetto dell’analisi del regista non poteva che essere una storia sulla schiavitù dei neri d’America, massima espressione della gabbia intesa come perdita della libertà e della dignità.

Il lungometraggio è tratto dall’omonimo romanzo autobiografico del 1853 di Solomon Northup.
Solomon, (interpretato da Chiwetel Ejofor), è un uomo di colore libero che vive con la sua famiglia nello stato di New York, dove, nel 1841, la schiavitù è stata dichiarata illegale. A seguito di un raggiro, viene rapito, trasferito in Louisiana (dove invece la schiavitù gode ancora di ottima salute) e venduto come schiavo, prima ad un padrone “buono”, William Ford (Benedict Cumberbatch), quindi al crudele Edwin Epps (Michael Fassbender).Dopo 12 anni di schiavitù viene infine liberato grazie all’intervento di un canadese illuminato, Bass (Brad Pitt, in questo film anche in veste di produttore).

La riduzione in schiavitù, operazione di totale spersonalizzazione e di trasformazione dell’uomo in “cosa” priva di ogni dignità (la perdita del nome proprio è simbolo evidente di questa reificazione), è realizzata tramite pratiche violente, corporali e psichiche, che ricordano da vicino quelle dei lager, ai quali più di una volta si pensa durante la visione del film.
Tali pratiche, torture psicologiche e mortificazioni fisiche, vengono raccontate dal regista riprendendo il quotidiano degli schiavi nei diversi momenti della loro vita: la vendita, il bagno collettivo, i dormitori comuni, i balli imposti nel cuore della notte per capriccio del padrone, la raccolta del cotone sotto un caldo insopportabile, le pesate del lavoro di ciascuno (con le inevitabili violente punizioni in caso di scarso rendimento), i pestaggi, le frustate. Un racconto di carattere più cronachistico che emotivo, effetto della precisa scelta dell’autore di non farsi prendere da sentimentalismi suscettibili di inquinare un’esposizione dei fatti il più possibile oggettiva.
La narrazione dell’orrore è inframmezzata da costanti riprese liriche della natura, silente e distante, quali pause di respiro che ricordano la fotografia e le atmosfere di Malick ed il passato di video artista di McQueen.

Eppure 12 anni schiavo, sul quale c’erano legittime alte aspettative considerato il linguaggio nuovo e l’approccio non convenzionale a tematiche scomode per i quali il regista si è distinto e fatto apprezzare con le sue opere precedenti, risulta in parte deludente.
La narrazione filmica, tra abbondanza di primi piani, sguardi diretti in camera, commento musicale mediamente lacrimoso e flash back narrativi, non rivela quelle scelte insolite ed incisive che ci si aspettava.

Il motivo di tali limiti forse risiede nella stessa intenzione dell’autore di mantenere un distacco emotivo con la storia, che, in negativo, rivela la mancanza di un effettivo transfert empatico con lo spettatore. I temi oggetto delle riflessioni di McQueen (la gabbia fisica e psichica illustrate tramite le espressioni del corpo) sembrano invero meglio rappresentati e resi nelle sequenze che vedono protagonista il personaggio di Edwin Epps (non a caso interpretato da Michael Fassbender, suo attore feticcio e presente in entrambi i suoi precedenti lungometraggi). Epps da schiavista diventa schiavo, intrappolato – in questo caso davvero senza alcuna speranza di liberazione – nei meandri disturbati della sua mente  e nell’ossessione erotica che prova per la schiava Patsey (Lupita Nyong’o). La connessione che si avverte tra questo personaggio ed il regista si riverbera infatti in una narrazione emotiva più efficace e paradossalmente meno convenzionale.

Ai rilevati limiti fa però eccezione una sequenza nella quale ritroviamo il McQueen che avevamo conosciuto: quella in cui Solomon resta appeso per ore legato ad un ramo con al collo un cappio lasciato di una lunghezza tale da permettergli appena di toccare con la punta dei piedi il terreno, evitando così di strozzarsi e morire.

12 years a slave 1

Da un piano sequenza incentrato sulla vittima della durata di un minuto e mezzo (un tempo interminabile per lo spettatore che avverte fisicamente un senso di oppressione ed insofferenza nella visione), si passa ad altre angolazioni che mettono in evidenza come attorno a Solomon la vita continui a scorrere nell’indifferenza generale. Un contrasto stridente, reso ancora più intenso dalla mancanza di ogni musica extradiegetica, in favore delle urla gioiose dei bambini che in secondo piano giocano come se niente fosse.

12 anni schiavo, che per l’America più che per altri paesi rappresenta un’opera scomoda – priva com’è dell’autocelebrazione compiuta con Lincoln di Steven Spielberg (2012) e delle semplificazioni di The Butler – ha già fatto incetta di numerosi premi (tra cui Golden Globe e Bafta) e, con ben 9 nominations, è dato per favorito  agli Oscar, ai quali sicuramente vincerà, come richiede quel meccanismo di epurazione delle coscienze tipico delle società occidentali.

About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto una trasmissione sul cinema "Sold Out Cinema" su Controradio Bari.

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