IL PASSATO

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Regia: Asghar Farhadi
Origine: Francia-Italia
Anno: 2013
Durata: 130’

Marie e Ahmad si ritrovano dopo quattro anni per siglare il loro divorzio. A casa della donna, Ahmad trova una situazione particolare: oltre alle due precedenti figlie di lei, Lèa e Lucie (la quale non accetta la nuova unione della madre), c’è un bambino, Fouad, figlio del nuovo compagno di Marie, Samir.  Nel cercare di trovare il bandolo di una matassa intricata di relazioni, sentimenti e risentimenti, ciascuno dei personaggi è messo di fronte al proprio passato con il quale è costretto a fare i conti.

Il passato (Le Passé) è un film potente e complesso, proprio come il passato di relazioni, affetti, risentimenti, rimpianti, nostalgie che ciascuno di noi porta in sé.

Il regista Asghar Farhadi, laureatosi in regia all’università di Teheran, è avvezzo ad esplorare i fili nascosti dei rapporti di coppia sin dal suo esordio (Dancing in the dust, 2003; Fireworks wednsday, 2006; About Elly, 2009 Orso d’Oro alla Berlinale), fino al precedente Una separazione che ha fatto incetta di premi vincendo lo scorso anno anche l’Oscar come miglior film straniero.

Questo suo ultimo film affascina grazie al potere di tematiche legate alle relazioni di coppia, agli affetti e alla psiche (degne del migliore Bergman), con la particolarità di un ritmo da thriller intricato del quale si cerca invano la soluzione. Complesso a causa di una sceneggiatura serrata, senza pause, senza sospensioni, ti avvolge, ti avvince e infine ti colpisce.
È un’opera sulla resistenza a tagliare con il passato, ad accettare le fini, a staccarsi, perché il passato lo conosciamo, ci individua, è un comodo rifugio dall’incertezza del futuro, dal rischio del nuovo che spesso ci fa paura. Ed è qualcosa che ci ripara anche dal rischio di incontrare davvero noi stessi.

Nella prima scena vediamo Amhad e Marie all’aeroporto di Parigi: i due sono divisi da un vetro, non sentono quello che dicono (così come noi spettatori), ma si capiscono. La familiarità confortante che sentono, si rileva negli sguardi. Nel rincontrarsi (il loro divorzio si sarebbe anche potuto firmare a distanza) in un certo senso affermano la loro difficoltà a staccarsi, non a caso proprio quando quel distacco sta per essere sancito. Uscendo dall’aeroporto, nell’effettuare una manovra in retromarcia, Marie urta contro qualcosa: anche andare verso il passato non è del tutto privo di rischi.
Ciascuno dei protagonisti adotta, forse inconsapevolmente, un proprio modo di tagliare con il passato. Marie (un’intensa Bérénice Bejo, premiata per questo ruolo a Cannes come migliore attrice protagonista), passa di relazione in relazione, siglandola ogni volta – possibilmente – con un figlio. Ahmad (Ali Mosaffa) ritorna in Iran, quindi interpone più distanza possibile tra lui e la sua ex, che vive in Francia. Samir (Tahar Rahim, l’indimenticabile Profeta di Jacques Audiard), la cui moglie è in coma, intraprende una nuova relazione.
In realtà, nessuno dei personaggi riesce nel suo intento.
Amhad, che sembra il più equilibrato – in effetti è più facile esserlo se l’impegno è a tempo limitato! – si presenta come un factotum nella vita di Marie: cucina, parla con le figlie di lei, ascolta Fouad, aggiusta un lavandino intasato. Occupandosi di ogni cosa, manifesta il suo desiderio inconscio di prendersi cura e tornare protagonista nella vita di Marie, specie ora che si vede messo da parte dal nuovo compagno Samir. Marie si vendica di Amhad mettendolo di fronte ad un nuovo compagno e ad una nuova gravidanza, confermando così il fatto di essere ancora legata al suo passato. Samir, come reazione alla gelosia che prova per Amhad e al senso di esclusione che vive, resta strenuamente legato alla moglie in coma alla quale sussurra, nell’ultima emozionante sequenza «stringi la mia mano se ricordi questo profumo», giacché la memoria olfattiva è quella che per ultima si perde.

Nel cercare le spiegazioni del disagio di Lucie, che non accetta la nuova relazione della madre, Amhad si imbatte in una serie di ragioni, di verità mai definitive. Come un gioco di scatole cinesi, da verità nasce altra verità sicché alla fine non ve n’è solo una, anzi, non vi è fine a trovarne ulteriori, giacché in un certo senso non c’è motivazione razionale efficace per riuscire a relegare definitivamente il passato (ovvero la percezione soggettiva che noi ne abbiamo), appunto nel passato.
In questo coacervo di fili intricati e mai veramente tagliati, gli unici spettatori – loro malgrado – sono i bambini, che guardano aspettando di essere guardati e considerati. Un omaggio che il regista iraniano ha dichiarato di aver voluto rendere a De Sica e Truffaut.

Un film da non perdere, da vedere a mente riposata per cogliere le innumerevoli sollecitazioni alla riflessione di questo grande regista.

 

 

About Alessandra Quagliarella

Di Bari dove ha frequentato il liceo classico Socrate e si è laurea in Giurisprudenza. Da sempre appassionata di cinema. Ideatrice della rubrica "Cinema e Psiche" su Cinemagazzino, si propone una riflessione sulle vicende dell’animo umano tramite l’analisi del linguaggio espressivo di quel cinema che se n’è occupato. Nel 2015-2016 ha curato e condotto una trasmissione sul cinema "Sold Out Cinema" su Controradio Bari.

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