Un film, una scena – JIGOKU DE NAZE WARUI? (WHY DON’T YOU PLAY IN HELL?)

Titolo: Why don’t you play in hell?; Titolo originale: Jigoku de naze warui?; Regia: Sion Sono; Interpreti: Tak Sakaguchi, Jun Kunimura, Shin’ichi Tsutsumi, Fumi Nikaidou, Hiroki Hasegawa; Origine: Giappone; Anno: 2013; Durata: 126′

Sion Sono, ex enfant terrible del panorama cinematografico giapponese, consegna nel 2013 alla selezione veneziana di Orizzonti il suo personale Nuovo Cinema Paradiso: “地獄でなぜ悪い。” (Jigoku de naze warui? – conosciuto internazionalmente come Why don’t you play in hell?). Vertice ancora insuperato nel percorso creativo del regista e opera seminale dell’erede di Miike Takashi al trono di alfiere in Occidente di quella tradizione gore, trash, kitsch che riveste un ruolo capitale in buona parte delle manifestazioni artistiche nipponiche, con un occhio autoironico al passato sempre ingombrante e un altro alle derive culturali d’importazione, Why don’t you play in hell? ibrida sapientemente stili, generi, trascorsi cinematografici e confeziona una lucidissima riflessione sulla settima arte con la mirabile capacità di sintesi che è trasversale a tutta l’industria culturale nipponica.

I destini di due famiglie rivali di yakuza e quello della scalcinata troupe di un aspirante regista si incrociano: la resa dei conti finale, cliché di tanto cinema di genere, diventa occasione per girare il film della vita, ingenerando un cortocircuito realtà-finzione con la troupe che rimane coinvolta nel massacro e le telecamere 35mm – delle quali si è proclamata a più riprese la gloriosa inattualità sullo sfondo della desolante crisi del cinema – che rimangono salde sui loro treppiedi, uniche superstiti alla follia infernale. “Abbiamo il film!” urla il regista correndo esaltato nella pioggia in una strada deserta quasi post-apocalittica, dove l’umanità è tramontata e il cinema è rimasto, nei sogni di successo del regista stesso e nel beffardo sorriso meta-metacinematografico che chiosa la sequenza ed il film.

La sequenza della carneficina è sostanzialmente un’unica grande scena corale, contrappuntata da flashback e flashforward più o meno immaginari. La struttura stilistica e narrativa del film è tutta tesa, in una progressione climatica, alla preparazione di questo lungo momento, che da solo occupa un terzo della durata del film. In esso il regista distilla il meglio degli spunti già disseminati nei minuti precedenti e regala a profusione citazioni, rimandi, parodie, ibridazioni in un tripudio visivo e – sottolineo – acustico che corona degnamente quello che a tutt’oggi è il suo testamento artistico (basti pensare al suo film successivo Tōkyō Tribe, presentato in prima italiana a Torino nel 2014, che non è nient’altro che il tentativo di trasportare il tono iperbolico, grottesco e lisergico e il ritmo esagerato e insostenibile di questa scena a un intero film).

Già la colonna sonora si distingue per la sua natura composita: le scelte musicali sono in linea con la tendenza già evidenziata dal regista nei suoi film precedenti, in un’alternanza tra Beethoven e pop nipponico, cornette (spaghetti) western ed elettronica ambient, che non è mai solo un sottofondo o un timido commento ma osa invadere il piano visivo/narrativo caricandolo di significati, per lo più ironici visto lo scarto che si viene a creare tra i contesti a cui naturalmente riconduciamo le diverse musiche e quello invece presente, dal tono grottesco, scanzonato e antieroico che sbeffeggia i trionfali scontri all’ultimo sangue del cinema d’intrattenimento. Il montaggio sonoro e gli effetti non sono da meno e sottolineano questa (auto)ironia di fondo con interventi di consapevole antinaturalismo rinforzando il furbo montaggio visivo (tendine e stacchi sull’asse sostenute da pomposi e ridicoli colpi di tamburo o di gong) o gli effetti visivi di disarmante e compiaciuto cattivo gusto (il ribollire metallico degli schizzi di sangue più falsi che si possano immaginare, di varia natura anch’essi, metà in computer grafica da due soldi, metà con trucchi che non mirano certo alla sospensione dell’incredulità).

Il montaggio visivo già citato prosegue sulla falsa riga di questa apoteosi dell’esagerazione violando ogni prescrizione di invisibilità e dando il suo contributo al coro dei commenti ironici, tra successioni immobili di dettagli di sguardi arcigni di leoniana memoria pronti a lanciarsi alla mattanza, cambi di prospettiva senza soluzione di continuità a seguire i monologhi interiori, i ricordi e i convenzionali ultimi scambi di edificanti parole tra le immancabili coppie lui/lei e capofamiglia/acerrimo nemico (puntualmente interrotti con spirito), soluzioni che cercano il sorriso dello spettatore e alimentano il clima demenziale, frenetiche fibrillazioni videoclippare che si scontrano con lunghi piani in steadycam o carrelli (che gestiscono molto elegantemente l’escalation di azione e violenza senza il facile mal di mare indotto che spesso maschera coreografie deboli). I movimenti di macchina attingono nuovamente al bacino delle tecniche di genere, con vigorose panoramiche a schiaffo, zoom spudorati, irrinunciabili slowmo, contrappuntando una scrittura agile e frizzante, ricorsiva nei suoi continui riferimenti metatestuali che in ogni momento propongono interessanti chiavi di lettura, ma sempre bilanciata da momenti leggeri, trovate esilaranti, scarti di tono che la elevano rispetto al semplice divertissement conservandone però l’involucro esteriore.

Perfetta la direzione degli attori che, con una recitazione sempre sopra le righe, caratterizzano in modo molto pronunciato ma non privo di sfaccettature i loro personaggi, consegnando alla causa della parodia spensierata delle macchiette stilizzate e consolidate in decenni di b-movie, e a quella del film d’impegno l’ennesimo spettro molteplice di caratteri e tonalità che convivono grazie alla potenza del cinema.

Soccombendo al suo ritmo esasperato, il sistema implode, resuscitando però – almeno nel delirio finale del regista protagonista – un pubblico entusiasta che affolla i cinema un tempo abbandonati. È stato necessario un dantesco attraversamento dell’inferno, ma in fondo, come recita il titolo originale, nell’inferno cosa c’è poi di tanto malvagio?

“Fuck Bombers never die!”

About Carlo Gandolfi

Colui che scruta, cromaveglie di luce, onirosuoni.