THIRD PERSON

Regia: Paul Haggis; Interpreti: Liam Neeson, Olivia Wilde, Adrien Brody, Moran Atias, James Franco; Anno: 2013; Origine: Belgio; Durata: 130’

Tre storie di coppie in tre diverse location: lo scrittore in crisi Michael con la sua amante Anna, tormentata da un inconfessabile segreto; Julia, cameriera che combatte col suo ex marito Rick per la custodia del figlio, cui è accusata di aver fatto del male; Scott, faccendiere americano a Roma che si innamora della zingara Monika, mentre cerca di aiutarla a liberare sua figlia (ma c’è davvero una figlia o è tutto un inganno?).

Una coppia e un bambino che non c’è. Sono questi gli ingredienti con cui Paul Haggis costruisce il suo ultimo lavoro da regista: tre vicende parallele che si intrecciano fino a rivelarsi una sola, unica storia.

Il lungometraggio si qualifica all’insegna del paradosso: laddove si raggiunge un picco di umanità – con una caratterizzazione estremamente profonda dei personaggi nonostante si tratti di un film multilineare –, allo stesso tempo si ha la sensazione che questi stessi personaggi siano trattati come materiali di un esperimento scientifico.

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Con questo film Haggis si interroga sulla fatica dello scrivere, tema che non può non far pensare a una matrice autobiografica. Quanto della vita personale dell’autore si riversa nei suoi personaggi? Quanta “vita” c’è all’interno della scrittura? A che compromessi – con se stessi e con gli altri – si è disposti a scendere pur di scrivere un lavoro che risulti autentico e ispirato? Queste sono alcune delle domande centrali che si pone l’autore, il cui alter ego dichiarato nel film è Michael, scrittore in crisi alla ricerca disperata di ispirazione.

Gioca un ruolo fondamentale per far capire quale relazione intercorra tra le vicende l’uso sapiente del montaggio, che soprattutto all’inizio del film alterna scene, personaggi e contesti con un ritmo martellante e quasi frenetico. Tornano, inoltre, alcuni dei temi tipici del cinema di Haggis, uno su tutti la contraddizione interna all’animo umano: un errore quasi fatale definisce una madre come una cattiva madre? Il tradimento fa di me un mostro? Il regista, attraverso tre storie che sono tutte la stessa storia, sembra dirci che l’uomo in quanto tale è buono e cattivo, vittima e carnefice, ed è tale in ragione del suo essere uomo. Traspare una totale assenza di giudizio nei confronti dei propri personaggi, per non dire quasi la volontà da parte di Haggis di mettersi a nudo, raccontando anche i particolari più intimi di sé, in attesa di un giudizio da parte dello spettatore.

THIRD PERSON

Come già accennato, tuttavia, a questa estrema umanità e personalità della materia si accompagna un metodo che nel suo rigore appare quasi scientifico: i personaggi, pur colti nella loro essenza e caratterizzati nei dettagli, sembrano pedine nelle mani del regista. Resta da domandarsi se questo sia davvero un artificio ricercato dall’autore stesso, come sembrerebbe confermare anche l’uso di una fotografia estremamente fredda, scientifica. Il film si configurerebbe allora come una perfetta metafora del processo di scrittura, un autore che racconta il suo scrivere attraverso lo scrivere, che racconta il raccontare se stesso attraverso i personaggi.

di Valeriano Musiu

 

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