THE SQUARE

Titolo: The square; Regia: Ruben Östlund; Interpreti: Claes Bang, Elisabeth Moss, John Nordling, Dominic West; Origine: Svezia, USA, Francia, Danimarca; Anno: 2017; Durata: 142′ 

A prestare soccorso ad una donna inseguita per strada da un marito violento è nientemeno che il direttore del prestigioso museo d’arte moderna e contemporanea di Stoccolma. Ma ben presto Christian, questo il nome del direttore, protagonista della vicenda, scoprirà che la scena a cui ha preso parte, ignaro, era un ‘siparietto’ costruito ad hoc per compiere un furto a suo danno.

Il film, The square, prende nome dal titolo di un’opera d’arte acquisita, nella finzione, dal Museo d’arte moderna e contemporanea di Stoccolma (in realtà, la ‘location’ è il Palazzo reale), città in cui si svolge la vicenda. The square è una semplice cornice a forma quadrata, luminescente, disposta a terra in orizzontale, al cui centro sta uno spazio vuoto. Forma geometrica completa, archetipica, il quadrato rimanda a suggestioni dell’immaginario collettivo. Quattro i lati della sua figura, come quattro sono le stagioni, gli elementi naturali (aria, acqua, terra e fuoco), i temperamenti teorizzati da Ippocrate, le qualità elementari (secco, umido, caldo, freddo), le stagioni della vita. È al numero quattro (e non al numero tre) che un geniale pensatore come Jung ha dedicato ampio spazio nelle sue riflessioni sulla mente umana. Una forma perfetta, quella del quadrato, che rimanda al senso di equilibrio e ad uno statico sentimento di misura e di razionalità.
Eppure quanto irrequieto e tormentato si dimostra essere il film!
Il quadrato lo si può pensare certo come una piazza, luogo di incontri e di scambi, ma anche come un ring, spazio di lotte e di conflitti. Il significato politico e sociologico di tale opera viene esplicitato già all’inizio della storia: il quadrato è, secondo il pensiero dell’artista che l’ha creato, simbolo di una società (un po’ utopistica e un po’ ipotizzata) ove tutti (ritenuti ‘uguali’) hanno pari diritti, ma anche pari doveri. Un luogo ove proprio tutti (a prescindere dallo status sociale e dalle condizioni psico-fisiche) devono interpretare un ruolo attivo e aiutare il prossimo.

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La vicenda, volutamente discontinua nella narrazione e quindi del tutto ‘anti-geometrica’ (come anti-geometrici sono gli affetti umani), narra di un furto avvenuto ai danni proprio del direttore del museo, Christian. L’escamotage impiegato dai ladri per derubare appunto Christian del portafoglio, del cellulare e dei gemelli, fa psicologicamente leva sul sentimento della compassione: “una donna terrorizzata inseguita da un marito violento va sicuramente aiutata” sta scritto nella legge morale che è dentro di noi… e Christian cade così nella trappola.
Un pretesto per parlare della querelle tra ‘buoni sentimenti’ e visione cinica delle cose; tra politically correct e politically incorrect; tra ipocrisia e denuncia del ‘vero’, tra moralismo e anti-moralismo. Chi sono le vere vittime, chi i veri carnefici della società?
Ma The square è anche molto di più: ironia, riferimenti espliciti al terrorismo odierno, pregnante analisi delle pulsioni umane (come ad esempio la rabbia), interesse per l’antropologia, rapporto tra il reale e il fittizio, rapporto tra il reale e il virtuale, animato amore per i contrasti e le contraddizioni, senso di colpa, ricerca della giustizia, trovate bizzarre, un po’ di sesso, gusto per la provocazione, si mescolano con ampia disinvoltura e, c’è da dire, con tratti di genialità da parte del regista Ruben Östlund, scuotendo la coscienza e animando i sensi dello spettatore.

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E poi c’è l’arte: non un semplice contesto dove si ambienta la vicenda, e neppure ci si limita alla ormai scontata domanda: “cosa fa di un oggetto un’opera d’arte?”. Qui si va oltre: le opere d’arte esposte al museo si ‘fondono’ con la storia, ne emergono degli archetipi visivi e concettuali potenti che resteranno impressi nello spettatore.
Un buon senso del ritmo pervade la prima metà del film. Davvero un peccato che poi i tempi si allunghino – si ha la netta sensazione che il regista perda d’un tratto lo slancio creativo dell’inizio – e le due ore e mezza di durata si fanno inevitabilmente sentire.
Consigliamo di intendere The square – specie a chi come noi ignora il variegato tessuto culturale-sociale-politico della Svezia… e ignorandolo si perde buona parte del ragionamento – esso stesso come una fra le tante opere d’arte esposte nel museo d’arte contemporanea in cui si svolge parte della vicenda: un po’ provocatorio, incapace di sedurre fino in fondo, decisamente sofisticato, portatore di un significato (da meditare) e di una morale (condivisibile o no), fonte di stimolo per la mente soprattutto per quei non molti spettatori disposti ad accettare le provocazioni, ma anche a farsi coinvolgere dalle suggestioni di un film altamente ambizioso.
Il film di Ruben Östlund ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes. Sufficientemente validi gli attori, ma veramente eccelso il protagonista Claes Bang.

About Luca Mantovanelli

Saturnino, introverso, Luca Mantovanelli ha iniziato presto ad interessarsi di musica e la sua curiosità per l’aspetto creativo e per la psicoanalisi sfocia all’università con una tesi sulla regìa operistica con applicazione al Don Carlos di Verdi. Ma sono proprio le trame delle opere liriche, talvolta – secondo lui - un po’ dispersive e distanti dalla sensibilità moderna, a ricordare a Luca che nel suo passato alcune altre trame (come per esempio di Amadeus e di Film blu) gli avevano cambiato un po’ la vita. Ecco allora una nuova presa di contatto da parte sua con la ‘settima arte’ (e Bobbio ha rappresentato senz’altro per lui un’insolita quanto stimolante esperienza). I suoi incontri con il cinema (di ieri e di oggi) sono stati sempre meno casuali e sempre più dettati dalla curiosità. Luca ritiene che i prodotti artistici migliori (che riscontrino un successo di botteghino o meno) siano quelli che sentiamo riflettere pezzi del nostro Io, e al tempo stesso in grado di indicarci o aprirci una nuova strada…perché è sempre indispensabile un quid di novità. L’introversione ha portato Luca a trovare nella scrittura il suo più congeniale e gratificante mezzo di espressione.