Serie TV – STRANGER THINGS

 

WHY.

5 MOTIVI PER GUARDARLA:

  • nostalgia canaglia

  • bambina prodigio

  • Stephen King is back

  • it’s raining citazioni

  • le BMX

LE FRASI:

«Joyce, this is Hawkins, okay? You wanna know the worst thing that’s ever happened here in the four years I’ve been working here? Do you wanna know the worst thing? It was when an owl attacked Eleanor Gillespie’s head because it thought that her hair was a nest.» Jim

«Just wait till we tell Will that Jennifer Hayes was crying at his funeral.» Dustin

«We never would’ve upset you if we knew you had superpowers!» Dustin

«Maybe I am a mess. Maybe I’m crazy. Maybe I’m out of my mind! But, God help me, I will keep these lights up until the day I die if I think there’s a chance that Will’s still out there!» Joyce

stranger things poster

Titolo: Stranger Things
Creatori: Matt e Ross Duffer
Regia: Matt e Ross Duffer
Sceneggiatura: Matt e Ross Duffer
Interpreti principali: Noah Schnapp (Will), Winona Rider (Joyce, madre di Will), David Harbour (capo della polizia), Millie Bobby Brown (Eleven), Finn Wolfhard, Caleb McLaughlin, Gaten Matarazzo (gli amici di Will), Natalia Dyer (Nancy), Charlie Heaton (fratello di Will), Matthew Modine (Dr. Brenner)
Anno: 2016
Origine: USA
Emittente: Netflix
Stagioni: 1
Numero episodi: 8

 

Siamo nel 1983, in una piccola città dell’Indiana. Il 12enne Will scompare in circostanze misteriose. La madre, il capo della polizia e il suo piccolo gruppo di amici si mettono (separatamente) alla sua ricerca mentre la comunità è scossa da strani avvenimenti. Un mistero che ha a che fare con forze soprannaturali, esperimenti segreti del governo e una bambina comparsa dal nulla.

WHAT. La serie è scritta e diretta dai fratelli Duffer, già autori di alcuni episodi di Wayward Pines. I gemelli, assieme al produttore esecutivo Shawn Levy (noto per i franchise Una notte al museo, La Pantera rosa, Una scatenata dozzina), resuscitano per Netflix personaggi e atmosfere stephenkingiane, li inseriscono all’interno di una formula thriller sci-fi che confezionano con layout e colonne sonore nostalgicamente anni ’80 e…boom! Fanno il botto.
La rete esplode, ovunque è un pullulare di gif, quotes e commenti, lo stesso Stepehen King twitta: “Watching Stranger Things is looking watching Steve King’s Greatest Hits. I mean that in a good way.

stranger things frame

HOW. Insomma Stranger Things se la gioca sull’effetto-nostalgia. Inquadrature, personaggi, costumi, scenografia strizzano sornionamente l’occhio a chi è cresciuto a pane e Spielberg (giusto per dirne uno). La serie cita esplicitamente quei film culto degli anni ’80 che hanno riempito i sabati pomeriggio estivi di ogni suo presumibile spettatore medio e che tuttora occupano un posto speciale nel suo cuore. I Goonies, Stand By Me, ET…ma anche Alien, Nightmare, La Cosa. Right in the feels insomma.
Ma se ricreare formalmente i mondi di questi classici è un’operazione tutto sommato semplice, non lo è altrettanto saper ricreare atmosfere e storie che funzionano ora nello stesso modo in cui funzionavano allora. Perché – diciamolo – la storia che racconta Stranger Things ci prova, ma non ha lo stesso sapore di quelle dei nostri adorati film anni ’80.

Nonostante i fratelli Duffer abbiano messo in chiaro che le citazioni cinematografiche non siano assolutamente state programmate a tavolino ma siano naturalmente emerse durante il processo di scrittura (il fatto che si siano preoccupati di affermarlo, purtroppo, non ci fa che pensare al contrario), spesso e volentieri si ha l’impressione che nel percorso narrativo si facciano manovre un po’ troppo azzardate pur di toccare precise tappe. “Il nostro intento era riportare sugli schermi quel tipo di storytelling” dicono, ma della scorrevolezza e della naturalezza di quelle storie c’è poco.

Le scene, i dialoghi e i personaggi costruiti “a servizio di” a volte vi ostacolano l’identificazione e l’attaccamento, evidenziando un’artificiosità percepibile che mina in più di qualche occasione – complice purtroppo un trama non originalissima e senza particolare appeal – il processo di sospensione dell’incredulità. Insomma, è come avere una fidanzata bella ma stupida. Dopo un po’, ti stanca.
(Paradossalmente meno artificiose e più interessanti, invece, le citazioni a film più recenti: una su tutte, quella a Under The Skin di Jonathan Glazer.)

stranger things frame

WHO. Ok, brava Winona Ryder, volto-simbolo di quei compianti anni ’80/’90 che dopo tempo ritorna finalmente sullo schermo con un ruolo di peso, ma non ce n’è per nessuno: è Millie Bobby Brown, 12enne britannica con alle spalle qualche apparizione in alcune serie tv, la vera e unica star.
Sebbene le sue battute siano ridotte al minimo, la giovane attrice buca lo schermo con un’espressività ed un’intensità a dir poco sorprendenti. Nei momenti in cui la sceneggiatura zoppica, è lei a tenere incollati.
Quanto al resto del cast: menzione speciale per Gaten Matarazzo, uno degli amici di Will (faccia, personalità e adorabile difetto di pronuncia che riassumono la quintessenza degli anni ’80) e per Natalia Dyer, sorella di uno degli amici di Will (espressiva e credibile quanto un’asse di legno).

Certo, il suo, assieme a quello di Jonathan (suo spasimante e fratello di Will) è uno dei personaggi scritti peggio: l’empatia nei loro confronti è ridotta al minimo da dialoghi mal costruiti e situazioni inverosimili e forzate. Malecopie di qualcosa che in altra epoca e altro contesto risultavano funzionanti. Forse solo il gruppo di ragazzini – che pure vuole emulare i Goonies o il quartetto di Stand By Me riuscendoci solo a metà – nella sua “innocente” spontaneità finisce per catturarci un po’ di più. (n.b.: se non li si guarda doppiati in italiano)

stranger things

WHERE. Gli avvenimenti narrati in Stranger Things si svolgono in una piccola cittadina dell’Indiana. Scartata per problemi logistici la città costiera di Montauk (vicino a dove venne ambientato Lo Squalo, inizialmente scelta come location), i fratelli Duffer hanno ricollocato la vicenda in un paesino immaginario dell’interno (Hawkings), che ricordasse la loro fanciullezza, reale e “cinematografica”. E ci sono riusciti.
Il bosco dietro casa, la ferrovia, le villette a schiera, le strade, il diner, il capanno: elementi chiave della scenografia che ha fatto da sfondo anche alla nostra infanzia (di spettatori). Inquadrature studiate ed espedienti narrativi ad hoc, ci riportano in un luogo che conosciamo bene, che è entrato nel nostro immaginario e a cui siamo affettivamente legati.
Effetto home sweet home quindi, anche quando si tratta, come in questo caso, di un locus amoenus mentale.

 

 

About Elena Cappozzo

Dopo la laurea in Filologia Moderna a Padova, studia Film Writing a Roma. Sognando di scrivere “per”, scrive “di” (cinema) qua e là, accendendo ogni tanto un cero a San...SetBlv. Il grande schermo è il suo primo, assoluto amore ma le capita con discreta frequenza di tradirlo con quello della tv e persino con quello del pc (quella da Youtube e serie tv è in realtà una dipendenza piuttosto grave, no judging.)