Serie TV – Penny Dreadful

PD 2Creatori: John Logan
Regia: J.A. Bayona, Coky Giedroyc, James Hawes, Dearbhla Walsh
Sceneggiatura: John Logan
Interpreti principali: Eva Green, Timothy Dalton, Josh Hartnnett, Rory Kinnear, Billie Piper, Reeve Carney, Harry Treadaway
Anno: 2014 – in produzione
Origine: UK, USA
Emittente televisiva: Showtime
Stagioni: 1
Numero totale episodi: 8

Londra, 1891. L’esperto di armi da fuoco Ethan Chandler viene coinvolto dall’ambigua Vanessa Ives nelle operazioni di ricerca della figlia di Sir Malcolm Murray, Mina, rapita da spaventosi esseri vampireschi. Ad occuparsi di analizzare una delle creature catturate, c’è Victor Frankestein, un giovane dottore segretamente minacciato da un uomo che ha riportato in vita e poi abbandonato.
Brona, una prostituta di cui Ethan si innamorerà, entra in contatto con un affascinante ragazzo di nome Dorian Gray il quale a sua volta conoscerà Vanessa e verrà da lei attirato nella controversa faccenda. Le ricerche di Mina porteranno a galla drammatiche verità del passato e demoni oscuri che si impossesseranno dei cuori più deboli…

WHAT. La serie è creata da John Logan, autore teatrale e di cinema (sue le sceneggiature di successi come Ogni maledetta domenica, Sweeney Todd, The Aviator, Il gladiatore, Skyfall, Hugo Cabret, Noah), sceneggiatore e produttore esecutivo dello show, assieme a Sam Mendes (American Beauty, Skyfall). L’idea di Logan è stata quella di mettere assieme i più noti ed amati personaggi della letteratura gotica e horror del XIX secolo e di farli interagire all’interno di una trama dai toni altrettanto cupi che ne intrecciasse le vicende. I “penny dreadful” – da cui la serie prende il nome – erano appunto dei periodici di scarsa qualità letteraria che venivano pubblicati durante il 1800 nel Regno Unito e che al costo di soltanto un penny promettevano ai lettori delle classi operaie il brivido di un racconto di paura. Lo stesso personaggio di Sweeney Todd, protagonista dell’omonimo film di Tim Burton sceneggiato da Logan, proviene proprio da questo tipo di pubblicazioni, che sono – se vogliamo – il corrispettivo horror del genere pulp-noir americano.

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HOW. Operazione intenzionale o meno, la qualità di racconto tipica dei penny dreadful, si ripete anche in questo prodotto filmico. I personaggi sono piuttosto stereotipati, il che da un lato è necessario, dato che si vuole proporre al pubblico qualcosa di esplicitamente riconoscibile (in quanto prelevato dalla letteratura), e dall’altro lato è limitante, poiché non consente una rappresentazione realmente tridimensionale. Il piacere della citazione è purtroppo spesso smorzato dal cliché narrativo che questi portano con sé.
Questo non succede, d’altro canto, con i protagonisti non mutuati paro paro dalla letteratura (Vanessa, Sir Malcolm, Brona), che una maggiore libertà narrativa ha saputo rendere intriganti, dalle molteplici sfaccettature, non scontati.

I dialoghi sono ben costruiti e le frasi, poiché pronunciate da personaggi ambigui e tendenzialmente assai poco loquaci, sanno essere sempre pregne di significato e di sensi. Si avverte poi spesso un’eco poetico-romantica tipica della letteratura del periodo, un riflesso drammatico e melanconico capace di rendere realisticamente la tensione (e l’orrore) verso la vita, la morte, l’assoluto, caratteristica di quell’epoca e di quei personaggi.
La trama è risultato di un esplicito sforzo di collegamento tra i personaggi e le situazioni che li vedono coinvolti. L’inserimento di alcune scene, come di alcuni plot twist, risulta perciò a volte un po’ forzato ed eseguito in modo da collegare a tutti i costi eventi e protagonisti. Lo stesso vale per la velocità con cui gli avvenimenti si susseguono e la quantità di percorsi narrativi che si intraprendono. Lo stile è anche in questo caso ricalcato su quello letterario di ispirazione, che privilegia una narrazione rapida e “zigzagata” a discapito di un coinvolgimento più profondo.

Non altrettanto splatter è però il taglio dato dall’autore della serie, che ha preferito calcare la mano sulla cupezza e sull’ambiguità della materia narrata piuttosto che sull’orrore visivo (invece ampiamente ricercato nei penny dreadful). Gli effetti speciali non sono particolarmente sofisticati, il sangue non scorre copioso, né il make-up è esagerato: è con le impercettibili sfumature dell’incarnato, con l’accentuazione delle rughe, con le ombre che si vuole rendere l’effetto di tensione e angoscia. Quasi ad indicare che la vera mostruosità da temere non sia quella esterna ma – assai più drammaticamente – quella interna .
In questo senso è orientata anche la scelta della palette dei colori, che fa  risaltare i toni scuri e brillanti su sfondi grigio-beige. Giochi di luci e ombre poi – amplificati dall’utilizzo di luci “a corto raggio” come quelle di candele e lampade ad olio – permettono un’illuminazione mirata e a tratti straniante.

WHO. Tra gli attori del cast della serie forse nessuno risulta perfetto per il proprio personaggio quanto Eva Green (qui nei panni della protagonista principale, Vanessa Ives). Il viso della Green, affusolato e quasi incavato, ben si adatta alle fattezze di una donna continuamente tormentata da demoni interiori ed esteriori: l’espressività che l’attrice è in grado di donare alla sua Vanessa è poi notevole, e le scene della “possessione” che la vedono protagonista sono in assoluto le più terrificanti della serie (non a caso il regista vi indugia a lungo – forse troppo –, dedicandole un intero episodio). Josh Hartnett, che ritorna dopo un periodo di lontananza dalle scene, non regala un Ethan Chandler particolarmente degno di nota, tuttavia la popolarità legata al suo nome è servita senza dubbio a garantire al prodotto un’eco maggiore. Molto brava invece l’attrice che interpreta l’altro personaggio americano della serie, Billie Piper, l’inglesissima Rose Tyler di Doctor Who.

Due volti giovani sono stati scelti per Dorian Gray e il Dr. Frankestein: rispettivamente Reeve Carney e Harry Treadaway. Se il primo funziona forse anche perché ricorda vagamente il Dorian Gray/Ben Barnes di Oliver Parker, l’altro è invece penalizzato dalla differenza con il suo più recente riferimento, il Victor/Kenneth Branagh di Frankestein di Mary Shelley (se non per l’aspetto, per lo meno per l’intensità del personaggio). Lo stesso vale per La Creatura, il figlio di Frankenstein, che discostandosi esteticamente dalla serie di mostri simil-Boris Karloff (La moglie di Frankenstein, James Whale) risulta quasi uno scimmiottamento del più noto De Niro del film di Branagh: dubbie scelte di trucco e parrucco poi, fanno sembrare il pur bravo Rory Kinnear (il Bill Tanner di Quantum of Solace e Skyfall) un incrocio tra Renato Zero e Robert Smith dei Cure.

WHERE. La serie è ambientata in una Londra di fine ‘800, in fermento a livello scientifico e sociale. La scenografia, molto curata e ben allestita, è stata realizzata a Dublino. I personaggi si muovono tra le vie di una Londra vittoriana che portano dall’area portuale fino al teatro (il Wilton Music Hall), da palazzine sontuose, fino a sobborghi di periferia. Gli interni sono altrettanto rifiniti, con un’attenzione speciale per suppellettili e decorazioni, che rivelano un gusto per l’esotico tipico di quel periodo. Alle scene ambientate in città si alternano sequenze in campagna e sulla costa (si tratta di flashback), la cui potenza immaginifica richiama non a caso illustri precedenti cinematografici.

Episode 106

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About Elena Cappozzo

Dopo la laurea in Filologia Moderna a Padova, studia Film Writing a Roma. Sognando di scrivere “per”, scrive “di” (cinema) qua e là, accendendo ogni tanto un cero a San...SetBlv. Il grande schermo è il suo primo, assoluto amore ma le capita con discreta frequenza di tradirlo con quello della tv e persino con quello del pc (quella da Youtube e serie tv è in realtà una dipendenza piuttosto grave, no judging.)

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