QUELLO CHE NON SO DI LEI

Titolo: Quello che non so di lei; Titolo originale: Based on a true story; Regia: Roman Polanski; Interpreti: Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Pérez, Dominique Pinon; Origine: Francia, Belgio, Polonia; Anno: 2107; Durata: 110′

La presentazione dell’ultimo romanzo di un’acclamata scrittrice francese, Delphine Dayrieux, è appena terminata. Una giovane dal fascino misterioso cerca di strapparle l’ultima dedica della giornata, dopo che l’autrice, ormai stanca, ha chiesto di interrompere il rito degli autografi iniziato da tempo. Lei (Elle), questo il nome della giovane, destinata da quel momento a entrare nella vita della scrittrice, si rivelerà essere una persona diversa da ciò che sembra. E lo scenario si farà sempre più inquietante.

[La recensione contiene SPOILER].

Dopo Venere in pelliccia (2013), Roman Polanski torna alla regia di un nuovo thriller psicologico ricavato da un romanzo di Delphine de Vigan del 2015.
Quello che non so di lei, presentato a Cannes fuori concorso nel 2017, si giova, lo diciamo fin da subito, della bravura di Emmanuelle Seigner (moglie di Polanski) e di Eva Green, peraltro donne molto fascinose, e di un soddisfacente ritmo nella narrazione.
Protagoniste del dramma sono appunto due donne, una scrittrice di best seller, Delphine (sì, è anche il nome della de Vigan, e non è un caso), e una ragazza piuttosto algida, Lei (che per praticità nomineremo da qui in avanti come “Elle”), autrice di biografie di personaggi famosi, che, da fan entusiasta della scrittrice, si trasforma poco a poco in segretaria, complice, confidente e poi in una vera e propria carnefice dai connotati sempre più violenti.
In termini psicoanalitici, si direbbe che l’Heimlich iniziale (la Elle confidenziale, amica) si trasformi in Unheimlich, in perturbante (la Elle ostile).
Grazie al suo carisma e col suo enigmatico potere seduttivo, Elle ipnotizza la propria vittima e la rende schiava. Delphine asseconda in pieno, passivamente, il graduale ma inesorabile processo di annichilimento (fatto questo abbastanza inverosimile, a nostro giudizio uno dei punti deboli del film). La ragazza infatti poco a poco ‘vampirizza’ la scrittrice facendo leva sulla sua fragilità, ‘risucchiando’ come un astuto serpente vita privata, relazioni pubbliche, ruolo di scrittrice, arte, talento, personalità, identità, autorevolezza, deprivando la propria vittima di qualsivoglia potere. Elle finisce per diventare Delphine, finisce per sostituirsi a lei.
La dialettica tra i due personaggi è tale da rendere evidente l’impiego da parte del regista del tema psicologico del Doppio. Come vedremo, il gioco psicologico di specchi e di identificazioni è piuttosto complesso, in quanto coinvolge pure la biografia della de Vigan.

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Almeno un dettaglio accomuna le due protagoniste di Quello che non so di lei: i capelli rossi. Polanski accenna a molteplici, potenziali dinamiche relazionali tra le due (dalla liaison lesbo, al rapporto madre-figlia, al rapporto psicoanalista–paziente). Inizialmente Elle ‘psicoanalizza’ la scrittrice, la quale si sente da lei straordinariamente capita. Del resto, lo sappiamo, ogni autore di romanzi, al di là del bene o del male, si mette nelle condizioni di essere scrutato intimamente dal proprio lettore.
Non c’è dato sapere se il romanzo scritto da Delphine, un romanzo autobiografico dal titolo Vienne la nuit, ‘catturi’ per davvero Elle, come Elle vuol far credere. Non sappiamo che dinamiche identificative si siano prodotte nella mente di Elle. Quanto meno, la ragazza sembra conoscere molto bene i contenuti dei libri della scrittrice, una sorta di ‘pista’ che Elle ha voluto seguire tanto da arrivare a questo faccia a faccia fisico con l’autrice (che è poi il punto di partenza della vicenda). Ciò che Elle vuole è entrare nella vita della scrittrice, per devastarla.
Sappiamo con certezza che Vienne la nuit parla della famiglia della scrittrice, parla del suo passato. Nella copertina del libro è visibile l’immagine di una donna, che ipotizziamo essere la madre di Delphine.
Qualcuno, dall’identità misteriosa (forse un parente della scrittrice), invia a costei lettere con fare persecutorio accusandola di aver infangato con quel libro l’immagine della famiglia. Di fatto, Polanski non esplicita mai come Delphine si sia posta, nel libro, nei confronti della famiglia. Però è significativo che molti lettori alla fine della presentazione del romanzo si mostrino grati all’autrice per ciò che ha scritto, come se il suo modo di porsi nei confronti della famiglia li avesse liberati di un peso.

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Ad un certo punto, una svolta: la ragazza comincia a rompere il velo del mistero e a raccontare della propria vita, così che i due ruoli poco a poco si invertono, il ruolo dominante passa a Delphine, la quale, dopo un periodo di aridità e di blocco creativo, trae da lì linfa vitale per la stesura di un nuovo libro. È, questa volta, Delphine, assieme allo spettatore, ad esplorare l’intimità di Elle. Ciò che emerge del passato della giovane appare fin da subito appartenere alla dimensione del Caos e della psicosi. A cominciare dalla menzione da parte di Elle di una sua amica immaginaria, ancora presente nella sua mente, per quanto oramai adulta. Si tratta di una Imago ossessiva (vera e propria idée fixe) dalla fisionomia piuttosto ambigua: un po’ una proiezione di Elle stessa e un po’ il ricordo di una donna del suo passato – ipotizziamo, la figura della madre – verso la quale la ragazza prova un sentimento distruttivo. Si scopre che tale ‘presenza’ immaginaria ha i capelli rossi; piccolo dettaglio che però ci illumina su un fatto molto importante: Delphine (che ha i capelli rossi) ricorda ad Elle una donna del suo passato, verso la quale prova atroci risentimenti. Elle menziona inoltre un incendio. Tutto fa pensare ad un fatto traumatico che ha colpito la giovane durante l’infanzia dove sono entrati in gioco una donna (presumibilmente sua madre) ed un incendio.
È dunque ipotizzabile (possiamo limitarci alla sola ipotesi) che la figura di Delphine ricordi ad Elle la propria madre, alla quale è legato un trauma dell’infanzia.

quello che non so di lei immagine

Siamo dunque ben oltre la dimensione del comune e più ‘scontato’ complesso di Elettra. Ma perché in definitiva Elle odia sua madre? Per tentare di dare una risposta, dobbiamo considerare un ulteriore elemento. Il passato di Elle, ce lo dice Elle stessa nel suo racconto, è costellato di suicidi. E visto che la madre di Delphine de Vigan (la reale scrittrice del libro da cui è tratto Quello che non so di lei) è morta suicida, possiamo dedurre che l’odio di Elle verso Delphine rifletta in senso autobiografico il risentimento della de Vigan verso la propria madre che s’è suicidata. Un fatto che la figlia non ha mai perdonato alla propria madre. Non abbiamo letto il romanzo della de Vigan ma possiamo ipotizzare una corrispondenza tra il rapporto Delphine Dayrieux – madre e il rapporto Delphine de Vigan – madre.
Accanto a tale lettura, è pure legittimo intendere Elle non come un essere ‘in carne ed ossa’ (si fa per dire), ma come un costrutto psichico di Delphine: un’immagine della sua mente (proprio come inconsistenti sono i personaggi dei suoi romanzi) ossessiva, persecutoria, legata al senso di colpa.

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Il lavoro di Polanski, senz’altro prezioso per i motivi che abbiamo fin qui cercato di sviscerare, ci è parso oltretutto generoso di riferimenti letterari e cinematografici: a cominciare da quell’intramontabile capolavoro che è Persona di Bergman. Il rapporto morboso tra Elle e Delphine pare ricordare inoltre quello tra Lulu e la contessa Geschwitz (personaggi di Wedekind e di Alban Berg). Abbiamo inoltre creduto di ravvisare certe atmosfere alla Henry James (vedi The turn of the screw), qualche pennellata hitchcockiana, come pure echi del Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde e di certi racconti perturbanti di Edgar Allan Poe.
Malgrado tutto questo però, Polanski sbaglia a nostro avviso, anche se di poco, il gioco della dosatura degli ingredienti. E qui sta il grande punto debole di Quello che non so di lei. Si concentra eccessivamente sulla vendetta: il discorso finisce per incagliarsi soprattutto nel prosaico elenco (sì, un vero e proprio elenco) delle frustate morali, psicologiche ma anche fisiche (sempre più intense e annichilenti) che la carnefice Elle infligge sadicamente alla propria vittima. Quello che non so di lei finisce per dare troppo spazio alla sequenza di perversioni di Elle contro Delphine, in senso un po’ troppo effettistico. A scapito di quella preziosa componente (appunto la sofisticata ed ‘elitaria’ finezza psicologica di cui abbiamo parlato) pur presente, che avrebbe potuto costituire la vera sostanza-identità del film. Ne consegue che il clima allucinato e conturbante di Quello che non so di lei, perseguito chiaramente con fatica da Polanski, resta trattenuto, bloccato a livello di ‘intenzione’.
In tal senso, neppure le musiche dell’ormai celebre Alexandre Desplat (che pure tanto avevamo apprezzato nel film di Garrone, Reality), che avrebbero potuto essere un mezzo potentissimo per ‘muovere gli affetti’ dello spettatore, riescono a sedurre e a ‘scavare’ nella nostra sensibilità più di tanto.

 

Cinema e poesia – Vénus à la fourrure.

 

About Luca Mantovanelli

Saturnino, introverso, Luca Mantovanelli ha iniziato presto ad interessarsi di musica e la sua curiosità per l’aspetto creativo e per la psicoanalisi sfocia all’università con una tesi sulla regìa operistica con applicazione al Don Carlos di Verdi. Ma sono proprio le trame delle opere liriche, talvolta – secondo lui - un po’ dispersive e distanti dalla sensibilità moderna, a ricordare a Luca che nel suo passato alcune altre trame (come per esempio di Amadeus e di Film blu) gli avevano cambiato un po’ la vita. Ecco allora una nuova presa di contatto da parte sua con la ‘settima arte’ (e Bobbio ha rappresentato senz’altro per lui un’insolita quanto stimolante esperienza). I suoi incontri con il cinema (di ieri e di oggi) sono stati sempre meno casuali e sempre più dettati dalla curiosità. Luca ritiene che i prodotti artistici migliori (che riscontrino un successo di botteghino o meno) siano quelli che sentiamo riflettere pezzi del nostro Io, e al tempo stesso in grado di indicarci o aprirci una nuova strada…perché è sempre indispensabile un quid di novità. L’introversione ha portato Luca a trovare nella scrittura il suo più congeniale e gratificante mezzo di espressione.