CINDERELLA

Regia: Kenneth Branagh; Interpreti: Lily James, Richard Madden, Ben Chaplin, Cate Blanchett; Origine: USA; Anno: 2015; Durata: 105′

Scomparsi entrambi i genitori di cui serba indelebile il ricordo, Ella si ritrova a subire ingiustamente gli attacchi della matrigna e delle due sorellastre, invidiose di lei. Unici suoi amici sono dei topolini. Un giorno, un misterioso giovane incontrato casualmente nella foresta la fa innamorare. E una fata madrina, con le sue magie, renderà il suo sogno di rivederlo, una realtà.

Cinderella di Kenneth Branagh è l’ultimo di una serie di live-action prodotti dalla Disney concepiti su modello di alcuni film d’animazione o lungometraggi di fama storica. Il lavoro di più stretto riferimento è pertanto la Cinderella (Disney) del 1950, quella creata da Wilfred Jackson, Hamilton Luske e Clyde Geronimi sulla base della fiaba di Charles Perrault. Distribuito in Italia a partire dal dicembre di quello stesso anno, quel film d’animazione fece sognare bimbi, giovani e adulti per molte generazioni e divenne il paradigma di nuove versioni cinematografiche della fiaba.
L’incarico della regia di questo ultimo adattamento, film in costume con inserti animati (sì, ci sono topolini, oche, lucertole e il gatto per divertire i più piccoli), è andato appunto all’attore e regista Kenneth Branagh: artista versatile e arguto, intrigante nei registri drammatici quanto in quelli della commedia, noto per le sue letture del teatro shakespeariano, ma anche per diverse altre prove, quali la versione moderna del Flauto magico di Mozart (del 2006).

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Il lavoro in questione non guarda solo alla versione Disney del 1950 ma anche direttamente a Perrault per alcuni aspetti, e alla Cenerentola dei fratelli Grimm per altri.
Partiamo proprio dal personaggio di Cenerentola: Perrault la descrive “di una dolcezza e bontà senza pari, ereditate da sua madre”. E malgrado ci voglia anche far sapere che “coi suoi brutti abiti, era pur sempre cento volte più bella delle sorelle, coi loro magnifici vestiti”, egli concluderà dicendo che la “buona grazia” assieme ad altre virtù morali come il coraggio e la nobiltà d’animo, valgono anche più della bellezza. Nella fiaba dei Grimm l’aspetto di Cenerentola viene messo in luce soltanto dalla scena del ballo in poi. Ma ricordiamo anche un’altra Cenerentola, la versione operistica del 1813 di Gioacchino Rossini: in essa si dice, in assonanza con Perrault, che il principe “sprezza il fasto e la beltà. E alla fin sceglie per sé l’innocenza e la bontà”.

Bellezza, bontà, innocenza, buona grazia, dolcezza, coraggio e nobiltà d’animo appartengono senz’altro anche alla protagonista del film di Branagh, di nome Ella. Mentre nella versione di Perrault le qualità di Cenerentola sono “ereditate” dalla madre, nella versione dei Grimm si dà peso all’insegnamento da essa dato in punto di morte: “Sii sempre docile e buona”. La voce della madre morta riecheggia più volte nel corso del film di Branagh: le parole, per la verità, cambiano (Sii gentile e abbi coraggio), ma permane comunque quel senso di una virtù da raggiungere, di un ideale da perseguire, non già acquisito una volta per tutte.

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La Cinderella del 1950 è di fatto un musical. La Cenerentola di questa versione canta in un momento clou della vicenda: ovvero quando i messi del principe (ma il principe è lì in incognito con loro) stanno per lasciare la casa della fanciulla dopo aver provato invano a calzare la scarpetta alle due sorellastre. Il canto, oltre alla parola, è simbolo di esistenza, di presenza, di vita. Grazie al canto della ragazza il principe può accorgersi della sua presenza nell’edificio, e con questo coup de scene, la vicenda può voltare al lieto fine.
Quando Freud nel suo saggio del 1913 “Il motivo della scelta degli scrigni” menziona Cenerentola, mette in luce proprio la questione del silenzio, che ha un suo corrispettivo psicologico nello stare nascosti: anche Cenerentola viene costretta a mettersi da parte, a stare in soffitta (e quindi a stare nascosta). Il padre della psicoanalisi parla di una diffusa attrazione ‘verso chi si nasconde’, ‘verso chi resta in silenzio’, potremmo dire, ‘resta in ombra’: attrazione che alcuni potrebbero trovare insensata. Poco importa se è qualcuno a metterla in disparte (la matrigna e le sorellastre invidiose), o se è lei stessa a farlo per un’indole umile (il contrario del ‘protagonismo’ della società di oggi).

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Un concetto che è stato interpretato nel corso dei secoli nei più svariati modi (dal Cristianesimo: l’esaltazione dell’umile; dal femminismo: il riscatto sociale della donna; etc.). Ma l’aspetto della fiaba che più noi apprezziamo è proprio quello, di natura psicologica, che maggiormente ha sollecitato l’interesse di Freud: l’attrazione da parte maschile per la donna meno appariscente (in apparenza meno ‘preziosa’). La Ella di Branagh si allontana di molto da questa immagine di donna, in quanto fin dall’inizio viene rappresentata come una predestinata. La protagonista, infatti, interpretata da Lily James, bella ma dall’espressività un po’ statica, nella resa del regista risulta un po’ troppo stucchevole, troppo perfetta, falsamente rétro nella fisionomia. Sempre luminescente e aristocratica, anche quando subisce le umiliazioni di matrigna e sorellastre, così da innalzare fin dalle prime scene un impietoso muro tra sé e gli spettatori.

Tra gli elementi che Branagh ha voluto vedere nella fiaba, spiccano il rapporto padre-figlia (l’ottimo Ben Chaplin, nei panni del padre, riesce a imprimersi per personalità e forza espressiva), e appunto la figura della madre di Ella (un’intensa Hayley Atwell), col suo insegnamento di vita. Ma a caratterizzare il film concorrono anche la classica lotta fra Bene e Male, la rivalità atavica donna-donna, il tema dell’invidia, il rapporto padre-figlio, il rapporto vittima-carnefice, il tema del lutto e quello della redenzione, nonché il motivo dell’amore disinteressato.
Tra i personaggi positivi, troviamo ovviamente il principe, raffigurato da Branagh come un giovane sentimentale, volitivo e intelligente, talvolta persino ingegnoso. Peccato che Richard Madden (che già avevamo visto in Une promesse di Leconte) finisca per emanare un sentimentalismo un po’ vacuo e leggero.

CINDERELLA

E ovviamente troviamo la fata madrina. Che nel film di Branagh, nel breve spazio a sua disposizione, si trasforma, un po’ come la Papagena del Flauto magico, da vecchia pezzente in donna di attraente fascino. Helena Bonham Carter riesce ad evitare la trappola dello stereotipo e ci regala un’interpretazione matura e di grande presa.
Sul versante dei cattivi, la matrigna, innanzitutto. Perrault parla di lei come della donna “più superba e intrattabile del mondo”. Nel film si disegna un personaggio ben diverso da quello della versione del 1950 (lì appariva come una donna scura, brutta, anziana): Cate Blanchett impersona invece una matrigna femme fatale, aristocratica, seduttiva, spregiudicata.
Per quanto riguarda le due sorellastre, Perrault ci dice che somigliavano in tutto e per tutto alla madre. Nella versione dei Grimm sono “belle e bianche di viso, ma brutte e nere di cuore”. In esse (Holliday Grainger e Sophie McShera) Branagh arriva ad imprimere un cenno di erotismo.

Un film estremamente variopinto, ma le scenografie sontuose del noto Dante Ferretti si fermano al preziosismo senza regalare particolari emozioni. I dialoghi tradiscono sentimenti talvolta un po’ stereotipati, non sempre caratterizzati da quella suggestione, da quell’ambiguità e da quel fascino che una fiaba come Cenerentola meriterebbe.

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About Luca Mantovanelli

Saturnino, introverso, Luca Mantovanelli ha iniziato presto ad interessarsi di musica e la sua curiosità per l’aspetto creativo e per la psicoanalisi sfocia all’università con una tesi sulla regìa operistica con applicazione al Don Carlos di Verdi. Ma sono proprio le trame delle opere liriche, talvolta – secondo lui - un po’ dispersive e distanti dalla sensibilità moderna, a ricordare a Luca che nel suo passato alcune altre trame (come per esempio di Amadeus e di Film blu) gli avevano cambiato un po’ la vita. Ecco allora una nuova presa di contatto da parte sua con la ‘settima arte’ (e Bobbio ha rappresentato senz’altro per lui un’insolita quanto stimolante esperienza). I suoi incontri con il cinema (di ieri e di oggi) sono stati sempre meno casuali e sempre più dettati dalla curiosità. Luca ritiene che i prodotti artistici migliori (che riscontrino un successo di botteghino o meno) siano quelli che sentiamo riflettere pezzi del nostro Io, e al tempo stesso in grado di indicarci o aprirci una nuova strada…perché è sempre indispensabile un quid di novità. L’introversione ha portato Luca a trovare nella scrittura il suo più congeniale e gratificante mezzo di espressione.

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