Venezia 72 – 11 MINUTES/L’HERMINE/INTERRUPTION

11 MINUTES
(in Concorso)

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Regia: Jerzy Skolimowski; Interpreti: Richard Dormer, Paulina Chapko, Wojciech Mecwaldowski, Dawid Ogrodnik; Origine: Polonia, Irlanda; Anno: 2015; Durata: 81’

Il meccanismo che sta alla base di questo film del regista polacco Jerzy Skolimowski non brilla per originalità: le diverse storie di vita a cui assistiamo si verificano indipendentemente l’una dall’altra, ma in contemporanea, e nella stessa città (New York). Il naturale svolgersi ed evolversi di queste vicende conduce ad un loro drammatico “impattarsi” finale. Il tutto accade in soli undici minuti. 11 minuti dilatati, espansi tanto quanto la durata del film. Ad alludere alla tragedia dell’11 settembre 2001 non v’è solo questo tragico numero, “11” (che peraltro troviamo visualizzato più di una volta nel corso della vicenda); ma anche la reiterata apparizione di aerei di linea che, scorrendo nel cielo (e generando un sinistro rimbombo che fa da sottofondo all’intera pellicola, o quasi), minacciano ogni volta, per effetto ottico, di deflagrare contro i grattacieli della città. Sappiamo che la morte, se vuole, può essere molto “creativa” e perversa, ma il momento in cui le vicende dei personaggi si intersecano, sembra quasi voler caricaturizzare le invenzioni di James Wong e dei suoi successori per Final Destination. Dopo molto ‘giro di vite’, dal thriller teso si sfocia nel macabro, ma è un macabro goffo e decisamente inverosimile. Tra i punti di forza del film, la buona qualità della fotografia, un gradevole uso dei colori, una certa efficacia interpretativa degli attori, nonché il desiderio da parte del regista di mettere in scena, con umana sincerità, il protrarsi degli effetti del trauma dell’11 settembre.

 

L’HERMINE
(in Concorso)

Regia: Christian Vincent; interpreti: Fabrice Luchini, Sidse Babett Knudsen, Chloé Berthier, Emmanuel Rausenberger, Gabriel Lebret; Origine: Francia; Anno: 2015; Durata: 98’

Il titolo fa riferimento all’ermellino dei giudici e dei Presidenti della Corte d’Assise dei tribunali. Al centro del film vi è infatti un tribunale, pensato come complesso organismo vivente e come sistema fatto di una sua rigorosa gerarchia (qui la classe dei giurati acquista un peso considerevole) e di un suo funzionamento interno molto preciso. Il regista Christian Vincent – ad un ritmo che conduce lo spettatore dritto dritto al finale senza cali di tensione – ci offre delle fotografie di vita dell’ambiente (non la vita che raccontano i telegiornali o certi programmi televisivi, ma qualcosa di vissuto più dal di dentro), modulando la parte emozionale del racconto in modo esemplare: atmosfere serie ma non seriose né pedanti; momenti di tensione senza però indugiare troppo nell’affondo drammatico; abbondanti tratti di leggerezza senza però scadere mai nel banale o nel “dolciastro”; veritiere debolezze umane (vedi le ingenuità che per inesperienza si compiono nel rivolgersi al Presidente della Corte d’Assise) raccontate con molto gusto, senza “macchiettismi”; assenza di buonismo, ma il cinismo viene dosato accuratamente.
Memorabile la prova di Fabrice Luchini, protagonista della storia, che riesce a tratteggiare con estrema intelligenza un Presidente della Corte impeccabile, ligio e scrupoloso, umano, arguto, sorprendentemente empatico, sensibile, ironico, capace di grande freddezza con chi se la merita. Sua musa ispiratrice diverrà la donna che un tempo lo aveva salvato (un’anestesista, interpretata da una pregevole Sidse Babett Knudsen).

 

INTERRUPTION
(Orizzonti)

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Regia: Yorgos Zois; interpreti: Alexandros Vardaxoglou, Sofia Kokkali, Pavlos Iordanopoulos, Hristos Karteris, Romanna Lobats; origine: Grecia, Francia, Croazia; Anno: 2015; Durata: 109

Interruption, del regista greco Yorgos Zois, è un film che trae linfa vitale dall’idea che ci sia un’effettiva continuità tra mondo antico e mondo contemporaneo. Il mito di Oreste raccontato nella tragedia Orestea di Eschilo è solo un pretesto per approdare alla verità delle passioni umane. In un teatro, una rappresentazione della vicenda di Oreste che uccide la madre Clitennestra per vendicare la morte di Agamennone viene d’un tratto interrotta senza un apparente motivo. Vero cardine della storia narrata da Zois è un misterioso quanto perturbante regista (Alexandros Vardaxoglou) il quale dà modo agli spettatori presenti nella sala del teatro di salire in scena con gli attori per dare vita ad un’esperienza performativa ancora più vera. La tragedia classica antica sposa quindi lo psicodramma di Jacob Levi Moreno, come pure la spontaneità di quegli improvvisati attori si confonde con i dettami di quel regista. Un magma di luci al neon, ombre, colori squillanti, movimenti, espressioni facciali, pulsioni, desideri, lacrime e parole vengono “contenuti”, “direzionati” e anche “suscitati” dalle secche e implacabili direttive dell’enigmatico regista di Orestea. Ma le onde del caos e della pazzia finiscono per travolgere quest’ultimo. A portare a termine il work in progress dove la finzione si è ormai fusa con la realtà, è la compagna del regista. Deposta ogni maschera, una pioggia assolutrice segna il momento della catarsi finale. Dispiace che la vicenda (non pienamente originale, ma comunque intelligente) perda d’intensità e si sfaldi un po’ via via che ci si avvicina alla conclusione, ma eccellenti sono la prova di Vardaxoglou, la fotografia di Yannis Kanakis e la scenografia di Spyros Laskaris.

About Luca Mantovanelli

Saturnino, introverso, Luca Mantovanelli ha iniziato presto ad interessarsi di musica e la sua curiosità per l’aspetto creativo e per la psicoanalisi sfocia all’università con una tesi sulla regìa operistica con applicazione al Don Carlos di Verdi. Ma sono proprio le trame delle opere liriche, talvolta – secondo lui - un po’ dispersive e distanti dalla sensibilità moderna, a ricordare a Luca che nel suo passato alcune altre trame (come per esempio di Amadeus e di Film blu) gli avevano cambiato un po’ la vita. Ecco allora una nuova presa di contatto da parte sua con la ‘settima arte’ (e Bobbio ha rappresentato senz’altro per lui un’insolita quanto stimolante esperienza). I suoi incontri con il cinema (di ieri e di oggi) sono stati sempre meno casuali e sempre più dettati dalla curiosità. Luca ritiene che i prodotti artistici migliori (che riscontrino un successo di botteghino o meno) siano quelli che sentiamo riflettere pezzi del nostro Io, e al tempo stesso in grado di indicarci o aprirci una nuova strada…perché è sempre indispensabile un quid di novità. L’introversione ha portato Luca a trovare nella scrittura il suo più congeniale e gratificante mezzo di espressione.